Libia, Luciolli: «Armi ad Haftar? L'Italia negozi»

Su Tripoli visione strabica. Prodi inadatto come inviato Onu. Sì a Forze speciali. Luciolli, presidente dell'Atlantic Treaty Association, sulla crisi post-Gheddafi.

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17 Marzo 2015

Quattro anni dopo l'intervento militare della Nato in Libia, il corpo di Muammar Gheddafi riposa nel deserto.
Ma nel Paese che il colonnello ha governato per oltre 40 anni la pace è ancora lontana.
Due governi, uno a Tobruk e l'altro a Tripoli, si contendono il potere in una prolungata situazione di stallo: nel giro di cinque anni, secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), rischiano di consumare tutte le ricchezze della Libia, le cui riserve, rispetto al 2011, si sono già dimezzate.
«NON SOLO POLITICA». Fabrizio Luciolli, presidente dell'Atlantic treaty association, l'organizzazione che riunisce i Comitati atlantici nazionali di tutti i Paesi della Nato, ha delineato una possibile via di uscita: «A volte l'accordo fra parti in conflitto necessita di essere, per così dire, 'aiutato' in maniera decisa. Non solo con mezzi politici e diplomatici», spiega a Lettera43.it.
«In questo contesto, due attori certamente importanti sono il Cairo e Abu Dhabi. E mi sembra che Matteo Renzi (che alla conferenza di Sharm el Sheik ha sottolineato la necessità di «fermare l'Isis prima che occupi parte del Paese», ndr) se ne sia reso conto, seppur tardivamente».
«ITALIA PROTAGONISTA». Nella delicata partita libica l'Italia, la sua diplomazia e le sue forze speciali possono svolgere un ruolo determinante.
A patto però di non ripetere gli errori compiuti dopo il 2011: «Roma, in ragione dei suoi interessi energetici, ha guardato troppo alla Tripolitania, trascurando l'importanza di coltivare relazioni anche in Cirenaica. Oggi ne paghiamo il prezzo. Con il generale Haftar occorre negoziare: se ci chiede le armi, deve essere pronto a offrire una contropartita».

 

  • Fabrizio Luciolli, presidente dell'Atlantic Treaty Association © Imagoeconomica

 

DOMANDA. Il generale Khalifa Haftar ha chiesto al premier Matteo Renzi di convincere la comunità internazionale a rimuovere l'embargo sulle armi alla Libia. Possiamo fidarci di lui?
RISPOSTA. Non è la prima volta che viene formulata una richiesta del genere. Allo stadio in cui siamo arrivati non si tratta più di verificare se il generale Haftar sia affidabile oppure no. È stato nominato capo delle forze armate dal governo internazionalmente riconosciuto di Tobruk. Come tale, è un interlocutore a cui dobbiamo fare riferimento.
D. Il governo di Tobruk, però, controlla solo la parte orientale del Paese. Mentre gli interessi italiani sono concentrati in quella occidentale.
R. Pensare solo alla Tripolitania è un errore che facciamo da molto tempo. In Libia possiamo operare diverse scelte strategiche, ma l'importante è che dietro ognuna di queste vi sia una visione non dico a lungo termine, ma quantomeno a medio termine. Iniziative contingenti non sono sufficienti.
D. A cosa si riferisce?
R. Quando sento parlare per esempio di dispositivi militari per il contenimento del flusso d'immigrazione incontrollata, di interventi di terra o dal mare in quella regione, penso che tutto possa essere ipotizzabile, purché sia chiaro cosa si debba fare dopo. In questo senso la riflessione che faccio è che il 2011 non ha insegnato nulla.
D. Cosa avremmo dovuto imparare, invece?
R. Sembrerà impopolare dirlo, ma l'unica cosa che ha funzionato in Libia nel 2011 è stato l'intervento della Nato, limitato nel tempo e negli obiettivi. A quell'intervento, però, dovevano seguire altri due piani.
D. Quali?
R. Innanzitutto la smilitarizzazione di tutte le milizie. E poi un robusto piano di ricostruzione che avrebbe dovuto rilanciare lo sviluppo economico, sociale e democratico del Paese.
D. Perché non si è dato seguito a questi due progetti?
R. La riconsegna delle armi era già stata pianificata in ambito Nato. Ma alcuni grandi Paesi europei, soprattutto la Francia, non hanno ritenuto opportuno che fosse l'Alleanza atlantica a doverli mettere in atto. E il Paese è caduto nel caos.
D. Rimuovere oggi l'embargo sulle armi rischia dunque di destabilizzare ulteriormente la Libia?
R. È fondamentale che ci sia un accordo preliminare fra le parti, come ha sostenuto l'inviato delle Nazioni unite Bernardino Leon. Senza un accordo tra le due principali fazioni in lotta, è difficile immaginare qualsiasi intervento o irrobustimento militare di una parte sull'altra.
D. Quali mezzi potrebbero agevolare il raggiungimento di un accordo?
R. A volte l'accordo fra parti in conflitto necessita di essere, per così dire, 'aiutato' in maniera decisa, anche con mezzi che possono essere non solo politici e diplomatici. In questo contesto due attori certamente importanti sono il Cairo e Abu Dhabi. E mi sembra che il premier Renzi, seppur tardivamente, se ne sia reso conto.
D. Il Cairo è uno dei principali sostenitori del generale Haftar, che però ha detto che l'Onu e l'Unione europea non possono obbligare il governo di Tobruk a sedersi al tavolo con 'terroristi' ed 'estremisti'. Se questi sono i presupposti, come si fa a trovare quell'accordo preliminare di cui lei parlava?
R. Non è facile. Tuttavia, se da un lato il generale Haftar ci chiede di rimuovere l'embargo sulle armi, è evidente che deve essere pronto a negoziare una contropartita.

Il piano: forze speciali sotto le coste libiche

D. L'idea di un blocco navale è un'opzione che potrebbe dare dei risultati?
R. Un blocco navale, che non sarebbe più un'azione di respingimento di flussi migratori ma di “riaccompagnamento”, perché verrebbe fatto proprio sotto le coste libiche, ha senso nel momento in cui sia stata concertata una strategia complessiva che guardi al futuro del Paese. E assieme dell'intera regione. Perché uno degli aspetti che si perde facilmente di vista, e di cui il fenomeno immigrazione è una cartina di tornasole eclatante, è che la Libia è un Paese chiave per tutta la regione.
D. Che ruolo può svolgere, invece, l'impiego di forze speciali?
R. Il possibile uso di forze speciali, in grado di spingersi con azioni terrestri a supporto delle forze di sicurezza libiche, o strumenti più robusti come un intervento di terra sostenuto da campagne aeree dalla Sicilia o dalla Puglia, qualora approvati dalla comunità internazionale, devono comunque essere coniugati con qualcos'altro. Il blocco navale proposto da Leon è un primo, timido passo.
D. L'Italia però ha già mosso dei mezzi navali che puntano ad avvicinarsi alle coste libiche: la nave San Giorgio, il cacciatorpediniere Duilio e la fregata Bergamini. Le risulta?
R. Ciò non significa che ci sia un'operazione in atto. Si tratta di un approntamento, qualcosa di più di un semplice posizionamento strategico. Sarebbe stato incauto non aver previsto nulla.
D. Tra gli obiettivi dello schieramento di mezzi navali c'è anche la difesa di terminal e piattaforme collegate al gasdotto Eni Greenstream?
R. Sì. E si sta anche tentando di ripristinare il funzionamento dell'impianto di liquefazione di Marsa el-Brega, che è stato attaccato. Gas e petrolio sono sicuramente una leva fondamentale per favorire la ricostruzione della Libia. Qui noi italiani possiamo fare la differenza e dobbiamo vigilare affinché Francia e Regno Unito, Total e British Petroleum, non ci danneggino ulteriormente sfilandoci posizioni acquisite.
D. Le forze speciali italiane, del resto, sono già state impiegate in Afghanistan. E a quanto pare sono presenti da qualche mese anche in Iraq.
R. Come tutti i Paesi alleati che hanno svolto un ruolo importante in Afghanistan, anche l'Italia ha messo in campo un nucleo consistente di forze speciali il cui livello è stato internazionalmente apprezzato in diverse occasioni.
D. Cioè?
R. È il caso della cosiddetta Task Force 45, che ha partecipato a operazioni particolarmente importanti. Con il ritiro dall'Afghanistan c'è chi ha prefigurato l'utilizzo di queste risorse nell’ambito del contingente di addestratori, e non solo, che abbiamo inviato a Erbil.
D. Che tipo di operazioni possono svolgere?
R. A dicembre 2014 il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha parlato della possibilità di inviare unità delle forze speciali nel Kurdistan iracheno. Sono unità con un focus terrestre. In Afghanistan erano sotto il comando del Col Moschin dell'esercito italiano.
D. E a Erbil?
R. Personalmente non so come sia stato equilibrato il dispositivo a Erbil, e in particolare il numero e il livello delle unità eventualmente impiegate. Il ministro Pinotti ha confermato che i militari assegnati alle operazioni contro lo Stato islamico superano i 500. C'è un comando in Kuwait, che si occupa di questa e di altre tipologie di forze.
D. Sono state richieste dal comando degli Stati Uniti?
R. Da parte statunitense si voleva che i Paesi che sostengono la coalizione anti-Isis a Erbil, in Kurdistan, potessero far sì che le proprie forze speciali affiancassero anche i peshmerga o le truppe irachene nel corso delle operazioni. Come fanno normalmente americani e inglesi. I Paesi europei, compresa l'Italia, non so quali caveat possano aver posto per la presenza delle loro forze speciali a Erbil.
D. I caveat quindi non sono chiari, o comunque non sono noti?
R. Non è che non siano chiari, qualcuno li avrà sicuramente scritti in maniera molto chiara. Però non sono oggetto di dibattito giornalistico.
D. La sensazione è che nuclei delle forze speciali possano essere impiegati anche in Libia. A bordo delle navi italiane sono stati imbarcati gli uomini del Comsubin, il Comando subacquei e incursori.
R. Sono stati sviluppati indubbiamente dei piani di contingenza. Al riguardo, si è discusso di una presenza navale molto avanzata sotto le coste libiche, con l'eventuale utilizzo di unità come quella che lei ha menzionato, che potrebbero fare delle incursioni a terra a sostegno dell'esercito libico. O di forze militari di tipo regionale.
D. Cosa intende per forze militari di tipo regionale?
R. Significa che se mai dovesse essere autorizzato dalla comunità internazionale un intervento in Libia, dovremmo guardare a possibili partner regionali. Non è detto che debbano essere i Paesi occidentali, o della sponda Nord del Mediterraneo, a intervenire sul terreno. In tale contesto e in determinati casi il supporto di unità delle forze speciali può sicuramente fare la differenza.
D. Gli incursori italiani potrebbero essere già sul terreno in Libia?
R. C'è chi dice di sì.

Nazioni unite: un italiano al posto di Bernardino Leon

D. Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale?
R. La situazione attuale in Libia è ben più complessa e difficile rispetto al 2011. Nella regione circolano troppe armi e insistono fortissimi interessi economici da parte di importanti Paesi europei. È necessario, pertanto, trovare un denominatore comune, soprattutto a livello europeo. L'Unione europea dovrebbe essere più coesa.
D. Se ciò non fosse possibile?
R. Sia data la possibilità a Paesi che hanno una vocazione più mediterranea di prendere la leadership di un processo di stabilizzazione e ricostruzione della Libia e della regione, indicando la strategia adeguata.
D. Per esempio l'Italia?
R. Siamo chiamati ad assumere una posizione di primaria responsabilità, anche in considerazione dell’Alto ruolo che l'Italia riveste nell’ambito della politica estera e di sicurezza comune. L’assenza dell’Alto rappresentante Federica Mogherini dalle capitali dove tale politica è in discussione evidenzia, tuttavia, le difficoltà che ancora ostacolano l’avvio di un simile processo a livello europeo.
D. Forze speciali e diplomazia, quindi. Cos'altro si potrebbe fare?
R. C'è lo strumento economico. La ricchezza della Libia rischia di essere completamente depauperata dallo stallo attuale. Occorre aiutare la Libia a riprendere la propria produzione di petrolio che prima della crisi contava per il 95% dell’economia del Paese. Attualmente siamo scesi da 1,6 milioni di barili al giorno prodotti prima del 2011 a 200 mila barili. A questo si è aggiunto il crollo del prezzo del greggio sui mercati mondiali.
D. Al momento chi controlla la Central Bank of Libya e la Libyan Investment Authority, il fondo sovrano libico?
R. Mentre abbiamo un governo internazionalmente riconosciuto con il premier Abdullah al-Thani a Tobruk, a Tripoli c'è una persona, il banchiere Saddek Omar el-Kaber, che è stato licenziato, ma che effettivamente continua a controllare le riserve di valuta estera, a pagare gli stipendi e a governare l'istituto, cercando di mantere un equilibrio fra Tripoli e Tobruk.
D. Il sistema funziona?
R. Al-Thani non ha accesso diretto alle riserve della banca centrale, in questa fase. Ciò causa indubbie difficoltà finanziarie al governo di Tobruk. Un problema che dovrebbe però trovare soluzione nel momento in cui si pervenisse a un accordo fra Tobruk e Tripoli.
D. A quanto ammontano le riserve libiche?
R. È difficile fare un computo preciso, anche perché è sconosciuta al momento la reale entità delle riserve detenute all'estero. Gli stessi numeri forniti dal Fondo monetario internazionale sono incerti. In ogni caso, una pluralità di fonti stima le attuali riserve intorno ai 113-120 miliardi di dollari americani. Solo pochi anni fa però erano prossime ai 300 miliardi di dollari. Bisogna poi considerare anche le 116 tonnellate d'oro possedute sempre dalla Banca centrale libica.
D. Un patrimonio che si sta dilapidando.
R. L'esistenza di due differenti amministrazioni, il blocco delle esportazioni e il crollo del prezzo del greggio hanno fatto crescere le spese in maniera esponenziale. La Banca centrale libica ha quasi dimezzato le proprie risorse, con una media di spesa di circa 2,5 milioni di dollari al mese. Il Fmi ha calcolato che, se non si inverte questo ritmo, nel giro di cinque anni le riserve del Paese potrebbero azzerarsi.
D. Il mandato dell'inviato Onu Bernardino Leon è in fase di scadenza. Quale potrebbe essere un successore adatto al ruolo?
R. Bernardino Leon ha fatto ciò che ha potuto. Circa l’eventuale suo successore si sono fatti alcuni nomi che, francamente, mi lasciano perplesso.
D. Si è parlato per esempio di Romano Prodi.
R. Questo lo dice lei. Tuttavia chi è ricordato per aver varato politiche di vicinato nel Mediterraneo che non sono state efficaci non ritengo possa essere adatto. Serve un salto di qualità nel senso del rinnovamento, con una persona che abbia polso e peso politico anche a livello regionale. L'Italia, comunque, potrebbe e dovrebbe esprimere un nome.
D. Qual è stato l'errore principale dell'approccio italiano alla crisi libica dopo il 2011?
R. Una visione un po' strabica, che ha guardato troppo alla Tripolitania trascurando l'importanza di coltivare relazioni anche in Cirenaica. Più di una volta abbiamo avuto accessi a dialoghi privilegiati che, in ragione dei nostri interessi energetici, si sono focalizzati forse troppo in una determinata regione del Paese. Abbiamo non dico disatteso i nostri compiti, ma sicuramente non bilanciato nella maniera dovuta la nostra attenzione e interessi nazionali. Oggi ne paghiamo il prezzo.

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