Omicidio Caccia, il mistero non è risolto

Arrestato Schirripa, affiliato alle 'ndrine. Ma resta in piedi la pista Cosa Nostra, battuta dall'avvocato della famiglia. Sullo sfondo, lo scontro nell'antimafia.

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22 Dicembre 2015

Al centro, il procuratore capo di Torino Bruno Caccia, ucciso il 26 giugno 1983.

(© Archivio Ansa) Al centro, il procuratore capo di Torino Bruno Caccia, ucciso il 26 giugno 1983.

«Siamo soddisfatti del lavoro svolto dagli investigatori, ma chiaramente in circostanze del genere non si può essere contenti. È strano che questa persona sia rimasta indisturbata a Torino, per oltre trent'anni», spiega Cristina Caccia, figlia del procuratore Bruno Caccia, ucciso il 26 giugno del 1983.
Perché l'arresto del panettiere Rocco Schirripa per l'omicidio del magistrato torinese riporta a galla una storia di 'ndrangheta di 32 anni fa.
Ma allo stesso tempo non permette di fare completa luce su quei 14 colpi di pistola sparati nell'estate del 1983 in via Sommacampagna a Torino. Schirripa, che sarà interrogato nei prossimi giorni, potrebbe far emergere nuove rivelazioni.
LE DOMANDE SENZA RISPOSTA. Quante persone c'erano nell'auto da cui partirono i colpi che uccisero il magistrato? E chi sparò?
La storia di Caccia, infatti, fa riemergere una vicenda che si interseca suo malgrado con i segreti più oscuri della storia del nostro Paese, quella del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e della P2 di Licio Gelli, dei legami tra criminalità organizzata, dei servizi segreti deviati e delle stragi di mafia.
Da almeno due anni la famiglia Caccia, seguita dall'avvocato Fabio Repici, ha continuato a indagare sulla morte del procuratore. E nell'estate di quest anno aveva presentato diversi esposti proprio alla procura di Milano, in particolare al procuratore Marcello Tatangelo, individuando una pista legata agli interessi di Cosa Nostra sui casinò in Costa Azzurra e a Saint Vincent più che a quelli esclusivi dell'ndrangheta in Piemonte. 
I DUE 'SOSPETTI' PER REPICI. Caccia, in pratica, sarebbe stato vittima di una rete criminale molto vasta, su cui all'epoca stava indagando, cioè quella del controllo delle case da gioco nel Nord Italia.
Una vicenda in cui si sarebbe imbattuto pure l'allore pretore di Aosta Giovanni Selis, vittima di un attentato dinamitardo da cui uscì miracolosamente illeso il 13 dicembre 1982.
Repici, nel suo esposto, aveva individuato due nuovi possibili esecutori del delitto. Uno è il calabrese Demetrio Latella, detto Luciano, legato alla banda del boss Angelo Epanimonda.
L'altro è Rosario Pio Cattafi, avvocato, già ascoltato nei processi per le stragi di mafia, indicato da alcuni pentiti come il capo del clan di Barcellona Pozzo di Gotto e finito al 41 bis nel 2012 con l'accusa di alcuni pentiti di essere stato il punto di collegamento tra Cosa Nostra e la politica.

Le indagini della famiglia vengono di fatto archiviate

Rocco Schirripa, arrestato per l'omicidio del procuratore Bruno Caccia.

(© Ansa) Rocco Schirripa, arrestato per l'omicidio del procuratore Bruno Caccia.

Tuttavia, se Repici col suo esposto ha avuto il merito di riportare l’episodio all’attenzione dei magistrati di Milano, la tesi della procura manda in archivio la posizione dell’avvocato.
Secondo Repici, accanto alla pista calabrese che portò all’arresto del boss della 'ndrangheta Domenico Belfiore ci fu la pista siciliana che riguardava la partita del riciclaggio nei casinò.
Sui fatti non fu mai fatta chiarezza sufficiente, e questa è la tesi dell’avvocato, vista la «partecipazione di esponenti “deviati” dei servizi segreti dell’epoca, e con l’ulteriore complicità» dell’allora pm di Milano, titolare delle indagini sull’omicidio Caccia Francesco di Maggio, che secondo Repici «avrebbe abusato delle sue funzioni per deviare le indagini dal vero responsabile Cattafi».
LO SCONTRO NELL'ANTIMAFIA. Una ricostruzione alternativa che non ha convinto la procura, che già aveva avuto a che fare con il personaggio di Cattafi ai tempi dell’inchiesta sull’autoparco che arrivò a toccare lo stesso Di Maggio e un magistrato come Francesco Nobili, ex marito di Ilda Boccassini, che nello stesso periodo aveva fatto arrestare (e poi condannare) 200 mafiosi nell’inchiesta Nord-Sud: un pentito lo accusò di aver protetto i responsabili di tre omicidi per dare una mano a uno degli imprenditori dell’autoparco (Giovanni Salesi) e la procura di Firenze mise il magistrato sotto inchiesta.
Nobili fu archiviato dalla procura di Brescia per insussistenza di prove e l’episodio segnò uno scontro tra procure che rappresentò una delle prime crepe ben visibili dell’antimafia giudiziaria.
PM E GIP CONTRO L'AVVOCATO. Lo stesso Di Maggio, anch’egli in buoni rapporti con la Boccassini (morì nel 1996 e le cronache riportano di una Boccassini in lacrime fuori da una riunione in procura), non ebbe conseguenze dal caso. 
Dunque, al momento, sia la procura di Milano sia il gip ritengono che la ricostruzione “alternativa” di Repici sia «priva della benché minima consistenza probatoria».
Da qui, si legge nelle carte, l’esposto è stato archiviato, ma le indagini sono comunque proseguite portando gli investigatori e i pm sulle tracce di Schirripa.

La Boccassini segue un'altra pista

Il pm di Milano Ilda Boccassini.

(© Ansa) Il pm di Milano Ilda Boccassini.

Le indagini sono ripartite dall'esposto presentato nei mesi scorsi da Repici, ma poi hanno preso un altro giro.
«Anche se la pista indicata», ha spiegato la Boccassini, «portava ad altre strade e prendeva di mira anche il lavoro dei magistrati milanesi che 32 anni fa si occuparono dell'omicidio». Il riferimento è appunto a Di Maggio.
Del resto il nome di Rocco Schirripa è emerso ancora recentemente agli atti dell’inchiesta Minotauro, che nel giugno 2011 portò all’arresto di 151 presunti affiliati alle proiezioni delle cosche calabresi (di cui una cinquantina condannati per reati di mafia) in Piemonte.
Schirripa, che patteggiò una condanna per favoreggiamento nella latitanza di un boss, per gli inquirenti faceva parte della locale di ‘ndrangheta di Moncalieri.
L'ARRESTO DI SCHIRRIPA NEL 2001. Secondo le indagini, Schirripa è affiliato alla ‘ndrangheta almeno dal 2008, ma già verso la fine degli Anni 80 e l’inizio degli Anni 90 il suo nome compare negli archivi dell’antimafia bollato come trafficante di sostanze stupefacenti e rapinatore.
Detto «Barca», Schirripa nel 2001 viene arrestato insieme ad altri nomi storici del narcotraffico delle cosche a Torino, per poi ricomparire dieci anni dopo nell’inchiesta Minotauro.
È proprio tra le carte di quell’inchiesta, coordinata dall’allora procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, che si trovano le coordinate del 62enne arrestato dalla procura di Milano.
L’uomo, infatti, lavorava allora in un panificio di Torino in Piazza Campanella, di proprietà di un altro affiliato alla locale di ‘ndrangheta di Moncalieri. 
LA FUGA DAI CARABINIERI. Nell’aprile di quest’anno per l’uomo tornano i grattacapi: i carabinieri si presentano nella sua villa di Torrazza Piemonte per sgomberarla su disposizione dell’Agenzia Nazionale dei beni confiscati alla criminalità organizzata.
Una volta lì, però, i militari non possono eseguire lo sgombero perché i legali di Schirripa hanno presentato un ricorso al Consiglio di Stato in grado di sospenderne l’allontanamento fino alla confisca definitiva.
In quell’occasione «Barca» fugge a bordo di un fiorino convinto che i carabinieri siano lì per regolare altri conti aperti con la giustizia.
Tanti: il suo nome nelle intercettazioni e negli atti dell’antimafia ricorre più volte, sia in Calabria sia al Nord.

La lettera anonima e le intercettazioni

Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, fu trovato impiccato a un ponte di Londra nel giugno del 1982.

Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, fu trovato impiccato a un ponte di Londra nel giugno del 1982.

Al momento l'unico condannato per l'omicidio di Caccia è stato Belfiore, che si è sempre dichiarato innocente.
Eppure è stato proprio grazie alle intercettazioni su di lui che gli investigarori milanesi sono riusciti a risalire al nome di Schirripa.
E in particolare molto si deve a una lettera anonima, scommessa investigativa (copyright procuratore capo Pietro Forno ndr) inviata dai magistrati che avrebbe smosso il boss.
Non sapendo di essere intercettato nella sua casa dove era da poco ai domiciliari, pur utilizzando diverse precauzioni ha alluso all'episodio parlandone proprio con Schirripa che, interrogandosi su chi avesse inviato la lettera anonima con il suo nome, aveva anche progettato la fuga.
«CONTATTI IN SPAGNA». «Ti dico la verità, sto dormendo male», spiegava Schirripa, preoccupato per la lettera: «Io vedo di cercare una sistemazione, almeno posso andare a dormire tranquillo».
Schirripa inoltre, sottolinea il gip, «gode di solidi contatti all'estero, in Spagna».
Così, 32 anni dopo il delitto Bruno Caccia oltre a Belfiore, considerato il mandante dell’omicidio del magistrato torinese a causa delle indagini sul riciclaggio di denaro, in manette finisce anche Schirripa.
Eppure a questo punto va capito cosa vorrà fare la procura di Milano sull'esposto della famiglia.
L'avvocato Repici nei prossimi giorni sarà nel capoluogo lombardo per sapere se le indagini proseguiranno anche sull'altro filone, legato alla mafia.
GLI INTRECCI CON CALVI E GELLI. Della vicenda si era occupato anche Carlo Calvi, il figlio di Roberto, il banchiere trovato impicato sotto il ponte dei Frati Neri di Londra.
Fu lui a portare nuovi documenti all'avvocato Repici, informando di «tracce documentali di canali di finanziamento dal banchiere Roberto Calvi, dietro l’interessamento di Licio Gelli e Umberto Ortolani, a esponenti impegnati nella gestione del Casinò Ruhl di Nizza che sono risultati legati anche ai personaggi interessati alla gestione del Casinò di Saint Vincent e alla rete criminale operante intorno a quella struttura».
Si trattava di una rete che coinvolgeva i mafiosi «Benedetto Santapaola, Luigi Miano, Rosario Pio Cattafi e Angelo Epaminonda». E di cui sarebbero provati i rapporti con Domenico Belfiore.

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