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Scenari

Germania in Verde

Grünen, nuovo ago della bilancia della politica tedesca.

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Da Berlino
Pierluigi Mennitti

Comunque andrà a finire il duello elettorale del prossimo anno a Berlino, la capitale manterrà la sua fama di città laboratorio. Dopo aver eletto un sindaco dichiaratamente gay, potrebbe ritrovarsi il primo sindaco verde nella storia amministrativa delle grandi città tedesche.
Sindaco e donna. Dopo un lungo riserbo, che alla fine era divenuto un segreto di Pulcinella, Renate Künast, capogruppo dei Verdi al Bundestag, ha lanciato la sfida al socialdemocratico Klaus Wowereit, da nove anni alla guida di Berlino, l’uomo che ha restituito alla nuova capitale, se non bilanci in ordine, almeno fascino e attrattiva.

Derby tutto a sinistra nella rossa Berlino

Sullo slogan arm aber sexy, povera ma seducente, Wowereit ha costruito un suo particolare modello di costume politico: forte immagine mondana e alleanza con gli ex comunisti della Linke. In una città che si misura con il compito di amalgamare due popoli fino a 21 anni fa divisi fra Est e Ovest, il messaggio di Wowereit è riuscito a tenere insieme l’enorme energia creativa di una metropoli che rimpiange sempre l’epoca d’oro dei cabaret degli anni '20 e il bisogno di chi ha vissuto l’esperienza del comunismo di non sentirsi escluso dai rapidi cambiamenti. Un modello che, nove anni dopo, sembra aver perso la sua suggestione.
I sondaggi, a poco meno di un anno dal voto, hanno spinto i Verdi a giocare la partita in prima persona. La Künast parte in vantaggio, Wowereit è costretto a rincorrere. Guardando la vecchia geografia politica, sembrerebbe quasi un derby a sinistra, in una città tradizionalmente rossa nella quale Cdu e liberali fanno solo da comprimari.
In realtà il quadro è in movimento, e Berlino riflette con qualche specificità un generale riposizionamento dell’intero quadro partitico nazionale. La Merkel ha spostato la Cdu su posizioni più centriste, qualcuno sostiene socialdemocratiche. L’Spd, di conseguenza, ha annacquato i furori riformisti dell’epoca di Schröder, scivolando a sua volta più a sinistra, anche per contenere la concorrenza della Linke, la sinistra radicale. I liberali hanno provato a occupare lo spazio politico neoliberista, puntando a diventare il partito degli industriali. E i Verdi, quasi in silenzio, non sono andati né di qua né di là: sono andati oltre.

L'ora del pragmatismo e delle alleanze bipartisan

Oltre la propria storia, che affonda le radici nel successo del primo partito anti-establishment della Bundesrepublik. Una compagnia colorata e ribelle, figlia dei movimenti giovanili del '68, alternativa ai partiti storici: ecologia e anticonformismo in un Paese serioso e tradizionalista.
Erano gli anni '70. Da allora, è cambiata la Germania e sono cambiati anche i Verdi, maturati grazie all’esperienza di governo con Schröder: otto anni nei quali gli ex ribelli, allora rappresentati dal ministro degli Esteri Joschka Fischer, si sono misurati con gli onori e soprattutto con gli oneri del potere, prendendo decisioni difficili e assumendosi responsabilità anche impopolari.
Il potere è diventato così un’abitudine e anche uno scopo. Tramontata l’era delle ideologie, i Verdi hanno scoperto una seconda vita nell’era del pragmatismo. Scaricata la guida carismatica di Joschka Fischer, la direzione di marcia è affidata a un quadrumvirato: Claudia Roth e Cem Özdemir alla guida del partito, Jürgen Trittin e Renate Künast a quella dei gruppi parlamentari.
E da qualche tempo i Grünen mettono sul tavolo delle trattative politiche un programma minimo, cinque, sei punti non negoziabili sui quali aprire il confronto con tutti i partiti. Vale a livello nazionale come a livello locale. E così, mentre al Bundestag si oppongono con vigore al governo liberal-conservatore di Angela Merkel, a livello regionale si alleano con la destra e con la sinistra.
In due anni sono entrati nelle stanze dei bottoni della Saar con conservatori e liberali (in una coalizione chiamata Giamaica dai colori dei tre partiti, verde, giallo e nero), di Amburgo con la sola Cdu e nel Nord Reno-Westfalia in un governo di minoranza con i socialdemocratici. Alleanze a tutto campo, senza preclusioni, cogliendo prima di altri le opportunità di un sistema politico che, con la presenza stabile di cinque partiti, soffre un’inattesa instabilità. E soprattutto assumendo quel ruolo di ago della bilancia che li rende quasi indispensabili per ogni opzione di governo.

L'ecologismo è passato da moda a business

Le rigidità di un tempo hanno lasciato il campo a una sorprendente duttilità. L’ecologismo si sposa non solo con le sensibilità acquisite di un ceto medio benestante che può permettersi il lusso di pensare all’ambiente, ma soprattutto con l’emergere di un’imprenditoria verde che punta sulle energie rinnovabili e sull’economia sostenibile: una lobby in ascesa, non meno potente di quella dell’industria tradizionale.
Partito storicamente forte nelle roccaforti urbane, il "Sole che ride" in versione tedesca sta riuscendo a penetrare in aree geografiche e sociali un tempo precluse. «Quello che sta cambiando in Germania», ha spiegato Dieter Rucht, sociologo in forza al Centro per le ricerche sociali di Berlino, «è il concetto di sviluppo della borghesia e del ceto medio. Il caso delle proteste contro la nuova stazione di Stoccarda (leggi l'articolo) dimostra che una parte della società sta ripensando il rapporto fra tradizione e progresso, si domanda se la velocità sia un valore e se valga la pena spendere tutti quei soldi per guadagnare 10 minuti di viaggio in treno».
Già, la velocità. La prima proposta che la Künast ha buttato sul tavolo del programma elettorale per Berlino è l’introduzione di un limite di velocità a 30 chilometri orari sulle strade cittadine. E poi la cancellazione di un prolungamento di pochi chilometri di una autostrada urbana. Addio alle grandi opere dal forte impatto ambientale in nome di una vita più a dimensione d’uomo.
Va di moda, fa tendenza, anche nella metropoli che ha venduto l’anima al moto perpetuo, al cambiamento, alla corsa e che, per questa sua voglia di gettare il cuore oltre l’ostacolo, aveva affascinato i futuristi italiani, che all’inizio del secolo scorso vi arrivarono in massa per decantarne i ritmi frenetici. Oggi proliferano i supermercati biologici, le piste ciclabili, i giardini attrezzati per i bambini. I giovani tirano pigramente le loro giornate, ai tavolini dei caffè si può far colazione fino alle quattro del pomeriggio e le manie di grandezza di Wowereit sembrano progetti di un tempo passato.

Le tappe per arrivare alla Cancelleria

I Verdi si preparano a scommettere su questo nuovo milieu tedesco, più conservatore rispetto all’elettorato di riferimento tradizionale, più maturo, più ricco, forse più vecchio.
Figlio di una società in cui l’età media cresce proporzionalmente alla diminuzione della voglia di rischiare. E ha voglia Horst von Buttlar dalle colonne del Financial Times Deutschland a sfottere questa nuova collettività che «si rifugia con i Verdi in una nicchia in cui ronzano le pale eoliche, il sole splende sempre e gli immigrati si integrano senza problemi».
I sondaggi elettorali, se non prendono un abbaglio, lanciano gli ex ribelli verso percentuali da partito di massa: alcuni già certificano il sorpasso a livello nazionale sui socialdemocratici. Non più figli di un Dio minore, partner non sempre indispensabili per maggioranze guidate da altri, ma essi stessi protagonisti di un sogno, forse di un’illusione che farà a pugni con la realtà della locomotiva dell’Europa industriale.
Berlino è solo la seconda tappa di un percorso che può riportare i Grünen al governo nazionale, chissà, forse alla Cancelleria. Prima c’è il Baden-Württenberg, la regione di Stoccarda, da conquistare alle elezioni del marzo prossimo. E anche lì la sfera magica dei sondaggisti li vede in testa, con largo vantaggio.

Mercoledì, 10 Novembre 2010


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Da sinistra Jürgen Trittin, Renate Künast, Claudia Roth e Czem Oezdemir tutti rappresentanti dei Grüne (Ap Photos)

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