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STRANI METODI

Allenarsi è da pazzi

Dalla crioterapia del Galles ai mattoni usati come palla.

di Giorgio Caccamo

Muhammad Ali diceva che i campioni non si fanno in palestra. Secondo il grande pugile conta di più «qualcosa che hanno nel loro profondo: un desiderio, un sogno, una visione».
Al di là dei risvolti romantici evocati da Ali, allenarsi è fondamentale per ogni sportivo. Ma il grande campione dei pesi massimi a suo modo aveva ragione. Nella vita degli atleti non ci sono solo le palestre.
GALLES, ALLENAMENTO IN FRIGORIFERO. Per migliorare le prestazioni sportive in molti casi si ricorre a forme di allenamenti estremi e non convenzionali.
Uno degli ultimi casi è quello della nazionale di rugby del Galles. Il segreto della squadra che ha stravinto il Sei Nazioni 2012 si chiama crioterapia. Il nuovo alleato dei rugbisti del dragone rosso è il freddo estremo.
A -120 GRADI, STIMOLATO IL METABOLISMO. Al Millennium Stadium di Cardiff, uno dei templi della palla ovale, i gallesi fanno sedute in speciali celle frigorifere a 120 gradi sottozero. Gli atleti rimangono una trentina di secondi a meno 60 gradi, più altri due minuti a meno 120 gradi. Il risultato pare sia un'accelerazione del metabolismo e della circolazione sanguigna. Oltre alla riduzione del 30% dei tempi di recupero dopo un trauma.

Gli All Blacks si allenarono usando un mattone al posto della palla

La cura del freddo, anzi del gelo, sembrerebbe confermare che il rugby sia uno sport per uomini forti. A volte anche troppo.
Nel 1980, per esempio, Eric Watson, allenatore dei mitici All Blacks neozelandesi, per migliorare la le capacità dei suoi giocatori usò un mattone al posto della palla ovale.
La tattica funzionò e i neozelandesi sconfissero gli storici avversari dell'Australia. Per l'occasione gli All Blacks furono ribattezzati «All Bricks» (tutti mattoni).
CORSA CON LE PECORE SULLE SPALLE. Neozelandese è anche Colin Meads, giocatore di rugby degli Anni 50 e 60, che non aveva bisogno di palestre per allenarsi. Gli bastava caricarsi sulle spalle due pecore del suo allevamento: faceva su è giù per le colline con quasi un quintale e mezzo sulla schiena. Un buon modo per migliorare la potenza di spinta in mischia.
POZZEBON, TESTATE ALLA STALLA. Ma non occorre comunque andare troppo lontano. In Italia il rugbista di Paese Mario Pozzebon, per rinforzare il collo, una delle parti messe più a dura prova in mischia, prende a testate la porta di una stalla. D'altra parte si dice che il pilone sia l'ariete della squadra e Pozzebon pare aver preso alla lettera il detto.

Compagni d'allenamento high-tech per portieri e tennisti

Anche la tecnologia è entrata sempre più frequentemente nel vocabolario quotidiano delle sessioni di allenamento.
Nel calcio è ormai diventata un must per molte squadre la macchina spara palloni, utilizzata per allenare i portieri. Milan, Napoli, Sampdoria e la stessa Nazionale italiana hanno scelto questa macchina capace di lanciare la palla anche a 150 chilometri orari, ma anche di imprimere traiettorie insolite.
MACCHINA SPARA PALLONI. Il principio è lo stesso della Skill attack machine, allenatore meccanico per la difesa dei pallavolisti, con palloni sparati a 80 chilometri all'ora.
Nulla di molto diverso, peraltro, dai dispositivi utilizzati abitualmente in altre discipline, come il tennis, il baseball o persino il ping pong.
IL TERRORE DEL GIOVANE AGASSI. Ma vedersela con una macchina spara palloni può essere traumatico. Ne sa qualcosa il tennista Andre Agassi, per esempio.
Nella sua autobiografia, Open, l'americano ha raccontato gli allenamenti feroci cui lo sottoponeva da ragazzo il padre Mike, che lo costringeva a colpire 2.500 palline al giorno, cioè quasi 1 milione all’anno.
L'avversario del giovane Agassi era il «drago», una macchina lanciapalle come tante altre, ma dipinta di nero, montata su grosse ruote di gomma e con la scritta bianca «Prince» sulla base. Quasi un mostro dei fumetti. Perché l'allenamento è ancora più estremo se fa paura.

Mercoledì, 21 Marzo 2012


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