Bruxelles, perché la strage è legata all'arresto di Salah

Parlare di «gola profonda» ha agitato l'Isis. Provocando una reazione. Piacentini, ex Sismi, a L43: «Il fermo andava nascosto. L'Italia rischia? Se andrà in Libia...».

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22 Marzo 2016

Gli attentati rivendicati dall'Isis a Bruxelles, che hanno provocato almeno 31 morti e oltre 200 feriti, sono «una risposta immediata all'arresto di Salah Abdeslam».
E sono da attribuire «alle modalità con cui è stata gestita la sua cattura», ovvero all'eccessiva pubblicità data «alla disponibilità di Salah a collaborare con le autorità».
Quando invece «tutto avrebbe dovuto essere fatto nella massima riservatezza».
Il generale Luciano Piacentini, consigliere scientifico della Fondazione Icsa, il più autorevole think tank strategico italiano, già comandante delle forze speciali del Col Moschin e direttore dal 1986 all'89 della VII Divisione del Sismi, che aveva anche il compito di coordinare la struttura Stay Behind della Nato, spiega a Lettera43.it quali sono state le «vulnerabilità di Bruxelles».
E I CONTROLLI DOVE SONO? A partire da due carenze fondamentali: «Cultura del terrorismo e cultura della sicurezza».
Perché «se i terroristi sono riusciti a portare dell'esplosivo in aeroporto», significa che «sono riusciti a superare tutti quei controlli che invece avrebbero dovuto bloccarli».

 

  • Il generale Luciano Piacentini.

 

DOMANDA. Com'è possibile che i terroristi siano riusciti a colpire la capitale dell'Unione europea, nonostante fosse in vigore uno stato d'allerta di livello tre su quattro?
RISPOSTA.
Bruxelles ha dimostrato ancora una volta le sue vulnerabilità.
D. Quali?
R.
Gli attentati sono una risposta immediata all'arresto di Salah Abdeslam, con cui lo Stato islamico ha voluto dimostrare chi sia realmente. E ritengo siano da attribuire alle modalità con cui è stata gestita la sua cattura (leggi cosa sappiamo finora).
D. Cosa intende esattamente?
R.
L'arresto di Salah è stato troppo pubblicizzato, soprattutto la sua disponibilità a collaborare. Si è subito parlato di Salah come una fonte preziosa per conoscere i segreti delle reti Isis in Europa, ed è stato uno sbaglio.
D. Perché?
R.
Perché con un soggetto del genere tutto doveva essere fatto nella massima riservatezza. Nessun dettaglio sarebbe dovuto trapelare, proprio per non dar luogo a reazioni immediate da parte dell'organizzazione terroristica.
D. Le forze di sicurezza avrebbero dovuto mantenere segreta l'identità dell'arrestato?
R. Sì. Oppure divulgarla dopo molto tempo. Oppure ancora avrebbero potuto comunicare la notizia, ma senza spingersi a dipingerlo come una gola profonda, come ha fatto in particolare il suo avvocato. Era prevedibile che la cattura di Salah avrebbe toccato i nervi scoperti dell'Isis e provocato una reazione.
D. Il commando si è sentito in pericolo ed è passato all'azione?
R. Non solo il commando che ha agito sul terreno, ma anche il quartier generale, in Libia oppure in Siria e in Iraq. A mio parere il commando ha agito su direzione del quartier generale.
D. Da cosa lo deduce?
R. L'azione terroristica compiuta a Bruxelles ha una caratterizzazione di natura militare, tenuto conto dei tempi e della contestualità degli attentati all'aeroporto e alla fermata della metropolitana. Che una cellula possa aver pianificato tutto da sola mi sembra difficile. Dietro vedo una regia di tipo militare, elemento che differenzia radicalmente la strategia dell'Isis da quella di al Qaeda.
D. Perché?
R. La cellule di al Qaeda sono indipendenti dai vertici nel loro modus operandi. Ricevono soltanto delle direttive di massima. Lo Stato islamico è organizzato diversamente, ha una logistica molto più strutturata, rispetto alla quale in termini di prevenzione e sicurezza Bruxelles non si è mostrata efficiente. Se i terroristi sono riusciti a portare dell'esplosivo in aeroporto, significa che sono riusciti a superare tutti quei controlli che invece avrebbero dovuto bloccarli.
D. Cosa è mancato sul fronte della prevenzione?
R. Due cose fondamentali: cultura del terrorismo e cultura della sicurezza. La polizia belga deve svilupparle e perfezionarle.
D. Bruxelles è anche sede europea della Nato. Ai tempi della Guerra fredda, l'Alleanza atlantica poteva contare sulla rete Stay Behind. Per contrastare il terrorismo jihadista uno strumento analogo sarebbe utile anche oggi?
R. Stay Behind si è costituita e sviluppata come una componente per il conflitto convenzionale, non per quello asimmetrico. Il terrorismo fa parte del conflitto asimmetrico. Se ancora ci fosse Stay Behind in Italia, per esempio, non penso che potrebbe svolgere compiti di prevenzione anti-terrorismo.
D. Perché?
R.
L'architettura dell'anti-terrorismo italiana coinvolge tre attori principali. Da un parte l'intelligence, fondamentale per la raccolta delle informazioni. Poi ci sono le forze di polizia. Infine quelle speciali: Col Moschin e Comsubin. Sono queste le forze deputate a fare anti-terrorismo, per quanto riguarda Roma.
D. Eppure il presidente francese François Hollande afferma che il terrorismo jihadista richiede una risposta globale...
R.
Parla da capo dello Stato, lo capisco, ma la sua è un'espressione prettamente politica. In realtà le risposte al terrorismo in ciascun Paese sono subordinate alla Costituzione di quel Paese. La Francia poi dimentica che quando si è trattato dei terroristi italiani rifugiati a Parigi, ha sempre negato l'estradizione. Una contraddizione storica, sia detto senza polemica.
D. La minaccia terroristica è destinata ad aumentare anche in Italia?
R.
Per quanto riguarda noi, molto dipende da cosa si deciderà di fare in Libia.
D. Gli Stati Uniti ci hanno candidato ad avere un ruolo-guida in caso di intervento armato...
R.
In Libia l'ultima cosa da fare è un intervento armato. Stiamo parlando di un Paese grande circa sei volte l'Italia, dove ci sono più di 200 fazioni, l'una contro l'altra armate, che si contendono le fonti energetiche. A questo si aggiunge un altro elemento, di livello internazionale.
D. Quale?
R. La presenza di Stati sponsor, sia per il governo di Tobruk, sia per quello di Tripoli. Qatar e Turchia sponsorizzano Tripoli. Arabia Saudita, Emirati Arabi ed Egitto, invece, sponsorizzano Tobruk. Nessuno lo fa per amicizia, ma tutti perché sperano di avere un ritorno economico e d'influenza politica sul futuro del Paese. Anche Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia sono vicine ad alcune fazioni: ciascuno persegue i propri interessi nazionali.
D. Occorre quindi puntare su una soluzione diplomatica?
R. Diciamo che i tentativi fatti finora si sono rivelati inadeguati. L'inviato Onu Bernardino Leon, per esempio, si è dimostrato di parte, perché è andato a dirigere un centro governativo di studi diplomatici negli Emirati Arabi Uniti. E gli Emirati tutelano e sponsorizzano il governo di Tobruk. Il suo successore, Martin Kobler, sinceramente non vedo che cosa possa ottenere. La Germania non conosce la Libia.
D. Che fare allora?
R.
Non capisco per quale motivo non sia stato nominato un diplomatico italiano a ricoprire questo ruolo. Tenuto conto che Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, che hanno bombardato la Libia nel 2011 e sono alleate dell'Italia, sono membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Avevano il peso necessario per promuovere un italiano.
D. Perché non è avvenuto?
R. De Gaulle diceva che i rapporti che caratterizzano gli Stati non sono le relazioni d'amicizia, ma hanno una natura economica competitiva. In Libia è dal 2011 che prevalgono gli interessi nazionali. E oggi qualcuno pretende che l'Italia faccia da guida per una coalizione che, di fatto, non esiste. In Libia occorre trovare un'altra soluzione, serve un elemento che faccia da aggregante nazionale.
D. Quale potrebbe essere?
R. Secondo me bisognerebbe puntare sui rappresentanti della confraternita islamica della Senussia. Si tratta della confraternita che ha governato la Libia dal 1952 al 1969, quando ci fu il colpo di Stato del colonnello Gheddafi. La Senussia ha tenuto unite Cirenaica, Tripolitania e Fezzan, ma non ha governato con la sharia. È una confraternita sufi e ha governato ispirandosi a criteri religiosi.
D. La confraternita è ancora attiva?
R.
I suoi rappresentanti sono in esilio. Alcuni vivono in Gran Bretagna, uno invece si trova in Italia. Credo però che sarebbero tutti disponibili a tornare in Libia, per fare da collante nazionale. Così sarebbe più semplice, per un mediatore italiano, ottenere il risultato di pacificare il Paese.
D. Al tavolo delle trattative dovrebbero sedere tutti gli attori in campo?
R.
Sì, occorre evitare di ripetere in Libia l'errore compiuto in Afghanistan, con l'esclusione dei talebani. I talebani sono afghani a tutti gli effetti. Fanno parte dell'etnia pashtun, maggioritaria nel Paese. Sono passati 15 anni dall'intervento del 2001 e il risultato della loro esclusione è che sono ancora loro ad avere la supremazia.
D. Quindi anche con l'Isis bisognerebbe interloquire?
R.
No, attenzione: i libici non sono terroristi, tranne qualche fazione che è vicina, se non affiliata, al Califfato. Gli effettivi dello Stato islamico in Libia sono terroristi di matrice jihadista, che vanno contrastati ed eliminati. Si sono infiltrati nel Paese perché non erano più al sicuro in Siria, soprattutto dopo i bombardamenti russi. E una parte della dirigenza si è trasferita nella baia di Sirte. Sono andati in Libia per riempire un vuoto di potere.
D. In assenza di una coalizione, cosa può fare l'Italia?
R.
La nostra intelligence può puntare a conquistare sul posto il consenso della popolazione. In particolare di quella parte della popolazione che non è arruolata nelle fazioni armate e che tutti ignorano, ma che potrebbe fornire informazioni preziose sul nemico. Un intervento militare diretto, al contrario, ci metterebbe in una condizione asimmetrica perdente.
D. Per quanto riguarda la Siria, invece?
R.
In Siria e in Iraq è fondamentale portare gli scarponi sul terreno. Occorre formare una coalizione che non si limiti a fare bombardamenti dall'alto. In entrambi i teatri, però, l'essenziale è che i Paesi occidentali trovino una reale unità d'interessi. Un'alleanza si può fare, e un'intelligence unitaria può funzionare come tale, solo quando gli interessi nazionali dei Paesi coinvolti sono coincidenti. Non basta che siano convergenti. Solo a quel punto se ne può parlare.


Twitter @davidegangale

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Canoi 24/mar/2016 | 14 :53

Rileggo e rimedito. Trovo conferma che i nostri, dei Servizi, sanno tutto sulla Libia. Vado sul punto di dissenso con Piacentini: In Libia l'ultima cosa da fare è un intervento armato. Per me in Libia: l'ultima cosa da fare è attendere che le cose si sistemino da sole. Un intervento come USA in Vietnam o anche solo come Russia in Siria assolutamente no! Ma un intervento a sostegno e protezione di iniziative politiche "sul campo" assolutamente si. E questo lavoro i nostri militari saprebbero farlo molto bene (penso a Loi in Somalia dove è stato allontanato per il successo che stava ottenendo). Ma una ragione, non da poco, potrebbe averla Piacentini: la situazione pretende, i militari li abbiamo, ci mancano del tutto i politici (vi figurate il bischero che va a perdere voti in Libia?). Guerra è politica con le armi come politica è guerra senza armi.

Canoi 23/mar/2016 | 09 :57

Il meglio L43 lo da nelle interviste. Eccellente questa a Piacentini informatissimo su Libia. Rileggerò domani perché cambia alcune mie convinzioni.

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