Calculli: «Vi racconto i jihadisti che ho conosciuto»

Il desiderio di assoluto. L'opportunismo. Il legame controverso con la famiglia. La ricercatrice Calculli li ha studiati in Medio Oriente: «L'Isis? Forza nichilista».

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26 Marzo 2016

I fratelli el Bakraoui, che puntavano a colpire la centrale nucleare di Liegi, dopo la cattura di Salah Abdeslam hanno dovuto 'ripiegare' su Bruxelles.
L'inquietante retroscena, filtrato dalla procura federale belga che non lo ha né confermato né smentito, si somma a un nuovo video diffuso giovedì 24 marzo, in cui presunti membri britannici dell'Isis celebrano gli attacchi in continente e indicano i prossimi bersagli: Downing Street e gli aeroporti londinesi di Gatwick ed Heathrow. Da una parte l'azione eclatante, dall'altra la propaganda.
Sono i due pilastri su cui si regge la postmodernità del Califfato, una costruzione ideologica che solo in apparenza rincorre le origini dell'Islam, mentre in realtà costituisce una minaccia concreta del tutto nuova. E soprattutto, una minaccia interna alle società europee. Non abituate a fronteggiarla.
UNA FORZA ALIENA DALLA REALTÀ REGIONALE. Ne è convinta Marina Calculli, Fullbright research fellow all'Institute for Middle Eastern Studies della George Washington University, che i terroristi di matrice jihadista e i loro congiunti li ha studiati e conosciuti di persona, sul campo: «Persino in Siria l'Isis è percepito come una specie di forza nichilista, aliena dalla realtà regionale», dice a Lettera43.it. «C'è una differenza radicale tra i militanti di Jabhat al Nusra, siriani che hanno fatto esperienza della dittatura di Assad, e i foreign fighters che si sono uniti al Califfato. I secondi, nati e cresciuti in Europa, credendo di tornare alle origini della fede islamica hanno in realtà aderito a un progetto che di 'tradizionale' non ha proprio nulla».

 

  • Marina Calculli.

 

DOMANDA. L'attacco annunciato alla Gran Bretagna è una minaccia credibile?
RISPOSTA. Difficile dirlo. L'arma principale che lo Stato islamico usa è quella della comunicazione.
D. Perché la usa?
R. Soprattutto per reclutare nuovi adepti, per convincere i cosiddetti foreign fighters europei a raggiungere le terre occupate dal Califfato. Lo strumento della propaganda va inquadrato in questo contesto.
D. Soltanto propaganda, quindi?
R.
La propaganda mira a convincere i foreign fighters. Sul fatto poi che minacce provenienti direttamente dalla Siria o dall'Iraq possano corrispondere, nell'arco di qualche giorno, a reali possibilità che si verifichino gli attentati annunciati, ci andrei più cauta. Gli attacchi dell'Isis sono azioni eclatanti, a sorpresa, e abbiamo visto quanto le nostre intelligence siano state inadeguate a gestire questa nuova minaccia.
D. Parla dell'intelligence belga?
R.
Non solo, il problema è politico. Se manca un'intelligence comune europea è perché gli Stati membri non vogliono condividere le loro informazioni con i Paesi vicini. Più che entrare in questa polemica, però, l'aspetto che mi preme sottolineare è un altro.
D. Quale?
R. Siamo di fronte a una nuova minaccia. Una minaccia che è interna alle società europee e che si coordina in modo difficile da intercettare. A questo non eravamo abituati. Adeguare i sistemi di difesa è complicato, perché si tratta di terroristi che hanno imparato a bypassare i mezzi di comunicazione classici e non hanno bisogno di grosse somme di denaro per organizzare gli attentati. È una stagione che si è appena aperta.
D. Eppure sembrano già esserci delle costanti, come la presenza di coppie di fratelli nei commando. Che peso hanno i legami familiari?
R.
Nel corso delle mie ricerche sul campo in Medio Oriente, ho avuto la possibilità di fare moltissime interviste a familiari di persone che si sono unite ad Al Qaeda oppure allo Stato islamico. Se da una parte il legame di sangue è garanzia di lealtà, devo dire che ho riscontrato frequentemente anche fenomeni di segno opposto.
D. Ovvero?
R. Una frattura totale all'interno della famiglia. L'assoluta incredulità, da parte dei genitori e dei fratelli in particolare, rispetto alle scelte fatte dai loro congiunti. Moltissimi non riuscivano a spiegarsi questa deriva ideologica.
D. Da quale contesto socio-culturale provenivano?
R.
Molti erano nati e cresciuti in contesti decisamente secolarizzati, non dominati dalla religione. In Libano, per l'esattezza nella città di Tripoli, ho raccolto le storie di alcune persone che mi hanno raccontato di fratelli partiti per Raqqa per unirsi allo Stato islamico, che si professavano assolutamente laici.
D. Cos'altro l'ha colpita?
R. Ho studiato soprattutto gli uomini vicini a Jabhat al Nusra. In alcuni di loro la motivazione religiosa era molto forte. In altri, invece, era evidente come la forza del gruppo, acquisita sul terreno soprattutto dopo l'inizio del 2012, li avesse spinti a farne parte in maniera un po' opportunistica.
D. Almeno due categorie, quindi?
R. Direi di sì. Un altro elemento che mi ha colpito sono le motivazioni personali che avevano portato molti membri di Jabhat al Nusra a combattere contro Bashar al Assad. C'era chi raccontava di aver visto gli agenti del regime picchiare i propri genitori da bambino. Chi era stato direttamente incarcerato e torturato. Tutte motivazioni che stavano però a monte.
D. In che senso?
R. C'era una sorta di sentimento anti-regime che faceva da catalizzatore per l'azione. Poi arrivava la dicotomia, tra quanti avevano unito la motivazione religiosa alla motivazione politica, e quanti invece avevano deciso di entrare in Jabhat al Nusra perché era un gruppo forte, che riceveva moltissimi finanziamenti dall'esterno, a differenza di altri gruppi come l'Esercito siriano libero. E c'era anche chi aveva abbandonato il gruppo.
D. Perché lo aveva fatto?
R.
Direi per motivi che ricollocano i terroristi in un ambito di 'normalità'. Ad esempio il desiderio di formare una famiglia, incompatibile con la vita del combattente. Chi segue questo percorso non smette di essere un jihadista, continua ad auto-definirsi come tale. Ma le priorità della sua vita sono cambiate. L'uscita dal gruppo diventa così un ricollocarsi all'interno di esso. Non si sta più in prima linea, ma si resta sempre affiliati.
D. Ha notato differenze sostanziali tra i militanti di Jabhat al Nusra e quelli che hanno scelto di unirsi al Califfato?
R.
L'Isis fin dall'inizio si è caratterizzato per essere un gruppo non siriano. Persino in Siria è percepito come una specie di forza nichilista, aliena dalla realtà regionale. Anche dal punto di vista delle biografie personali dei combattenti, il che vale soprattutto per i foreign fighters, nati e cresciuti in Europa. Persone che non avevano una causa politica contro Assad, criticati soprattutto per la loro eccessiva brutalità. Credendo di tornare alle origini della fede islamica, hanno in realtà aderito a un progetto che di 'tradizionale' non ha nulla.
D. Si spieghi meglio.
R.
Per quanto riguarda i foreign fighters, credo abbia ragione Olivier Roy quando parla di crisi generazionale di una parte dei figli degli immigrati di religione musulmana. Cercano le radici del sacro in un'operazione ideologica in realtà modernissima, talmente brutale da essere addirittura postmoderna. C'è un abisso per certi versi ridicolo tra Abu Bakr al Baghdadi, che è un dottore dell'Islam, e la maggior parte dei combattenti dello Stato islamico. Molti, prima di partire, hanno comprato su Amazon Islam for dummies. Perché della fede musulmana non sapevano praticamente nulla.
D. Durante la latitanza di Salah Abdeslam, per mesi si è detto che l'Isis non avrebbe mai potuto tollerare il suo comportamento. Cosa possiamo aspettarci adesso da lui?
R.
Qui c'è un grande fraintendimento. Tendiamo a pensare allo Stato islamico come a una realtà del tutto uniforme, con una gerarchia che funziona perfettamente. La mia impressione è che non siamo di fronte a un'organizzazione di questo tipo. Se Salah è davvero pentito e vuole collaborare, potrebbe fornire informazioni molto utili. Soprattutto per comprendere come si articolano le cellule dell'Isis tra Belgio e Francia.
D. Cosa glielo fa pensare?
R. Il fatto che per quanto lo Stato islamico faccia da collante ideologico fortissimo, stiamo parlando di reti locali. Nello specifico, di terroristi nati e cresciuti in Belgio, nel quartiere di Molenbeek. Questa doppia dimensione spiega perché, se da una parte è vero che lo Stato islamico aveva condannato Salah per non essersi fatto esplodere, dall'altra i legami di solidarietà che caratterizzano la vita quotidiana di persone cresciute insieme in una città europea, lontana dalla Siria, lo hanno agevolato nella latitanza.
D. Non esiste quindi una rigida catena di comando tra il quartier generale in Siria e cellule in Europa?
R.
In Medio Oriente, tra Siria e Iraq, il Califfato è abbastanza uniforme. Ma quando poi ci spostiamo in Sinai, in Libia, in Yemen, non abbiamo più a che fare con persone che prendono gli ordini direttamente da Al Baghdadi. Si tratta di network locali, affiliati allo Stato islamico. La stessa cosa vale per i network europei.
D. Ma allora in cosa consiste la differenza con Al Qaeda?
R. La differenza iniziale tra Al Qaeda e Isis è stata principalmente legata all'aspetto territoriale. Al Qaeda non ha mai conquistato un territorio e si è articolata in network abbastanza autonomi. L'Isis, avendo fondato un sedicente Stato nel 2014, ha marcato una differenza con Al Qaeda. Ma oggi il territorio conquistato è fortemente a rischio. I bombardamenti continuano e sono partite le offensive su Palmira e Mosul. E paradossalmente, espandendosi all'estero se così si può dire, il Califfato sta diventando sempre più simile ad Al Qaeda.
D. Una sorta di frammentazione?
R.
Sì. Quando si delocalizza troppo, per forza di cose i network locali diventano più autonomi. Inoltre, la capacità di mantenere l'unità territoriale e dare continuità al progetto politico del Califfato ha iniziato a sgretolarsi. Finché c'era il sogno, dal loro punto di vista, di uno Stato, l'illusione concreta che il territorio potesse essere mantenuto, c'era anche una maggiore unità simbolica. Unità che adesso, invece, mi sembra si stia perdendo.

 

Twitter @davidegangale

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