Adriana Belotti

Cari Carabinieri, sono disabile mica scema

Rincasavo di sera. In carrozzina. Le forze dell'ordine mi hanno fermata. Ritenendomi incapace di cavarmela da sola. Una storia di abusi di potere?

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03 Dicembre 2015

Una volante dei carabinieri.

Una volante dei carabinieri.

Il mio primo e spero ultimo spiacevolissimo incontro ravvicinato del terzo tipo con due rappresentati dell'arma dei carabinieri è già diventato un aneddoto ed è destinato a essere divulgato a lungo.
Ed è giusto raccontarlo il 3 dicembre, in occasione della 'Giornata internazionale delle persone con disabilità'.
Ore 21.30, Padova. Ero appena uscita dall'appartamento di Rupica, la signora cingalese che mi aiuta a pranzo e con le pulizie di casa. Cena gustosa, serata piacevole.
Avevo l'esigenza di telefonare alla mia amica Elena, prima delle 22.
Non ce l'avrei mai fatta a tornare a casa in tempo, quindi ho cercato con lo sguardo un posticino nelle immediate vicinanze dove poter parlare al cellulare in modalità “viva voce” (non ho infatti ancora trovato degli auricolari che si adattino alle mie orecchie, senza cadere ogni due minuti).
IN UNA VIA ISOLATA. Ho imboccato una viuzza isolata che terminava con alcune case, mi sono fermata davanti a una di queste e ho iniziato una delle mie interminabili conversazioni telefoniche.
Stavo chiacchierando già da qualche tempo, quando mi si è avvicinata un'automobile, da cui è sceso un signore che abitava lì e che, vedendomi, mi ha chiesto: «Stai bene? Ti sei persa?».
Ho risposto educatamente di star bene e di essere impegnata in una chiamata.
INUTILE APPRENSIONE. Il tizio è entrato in casa e, in sottofondo, ho sentito la sua voce informare qualcun altro della presenza di una ragazza disabile sola, che stava passeggiando avanti e indietro, sotto casa loro.
Non ho dato importanza all'avvenimento e ho proseguito nelle chiacchiere.
Ingenua! Qualche tempo dopo, stavo lentamente imboccando la via di casa, quando ho visto una vettura dei carabinieri venire verso di me.
GRAN BELLA SORPRESA... Ho indovinato subito cosa poteva essere successo: l'arrivo dei “caramba” era sicuramente opera del condomino “caritatevole” che, preoccupato per me, li aveva contattati. «Gran bella sorpresa!», ho pensato.
Sapevo che, di lì a poco, avrei avuto la possibilità di confermare o meno ciò che si racconta nelle barzellette sull'Arma, ma non ne avevo alcuna voglia.

L'apprensione controproducente delle forze dell'ordine

Quando la gazzella si è avvicinata e i due uomini in divisa, che soprannominerò il Diversamente alto e il Magro, abbassando il finestrino, mi hanno chiesto se andava tutto bene, ho annuito frettolosamente (più tardi i due negheranno ripetutamente che io abbia risposto alla domanda), li ho salutati e ho cercato di filarmela.
Temevo infatti che non mi avrebbero creduta sulla parola e mi avrebbero trattenuta per ulteriori accertamenti, alla luce della ahinoi ben nota teoria “disabile indifesa in quartiere molto pericoloso di notte abbisogna indiscutibilmente della nostra protezione”.
INSEGUITA E BLOCCATA. Non è stata una mossa a buon fine: i due mi hanno inseguita con l'auto e bloccata sulla via principale.
Scesi dal mezzo hanno iniziato a bombardarmi di domande: «Cosa ci fai qui? Dove abiti?».
Ho risposto che poco prima stavo parlando al telefono, che mi sentivo bene e che mi accingevo a tornare a casa, in zona xxx.
«Da qui fino a xxx da sola a quest'ora? Non possiamo permettertelo, questo quartiere è troppo pericoloso! Ti accompagniamo in auto!».
COME IN UNA BARZELLETTA. Ritenete praticabile introdurre una carrozzina elettrica che pesa 95 chili nel bagagliaio di un'auto di medie dimensioni, sprovvista di rampa o elevatore?
Forse potrebbe essere un buon testo per una barzelletta.
E infatti, per fortuna, si sono arresi di fronte all'evidenza: la sedia non sarebbe mai entrata. Ma un'altra idea creativa stava balenando nelle loro menti.
«Chiama l'ambulanza!», ha suggerito uno dei due al compagno. L'altro, rientrato in macchina, ha effettivamente contattato il 118 per richiedere un intervento.
MA CHI AVEVA CHIESTO AIUTO? A quel punto ho pensato che il servizio richiesto avrebbe potuto forse anche essere utile... ma per soccorrere loro!
Mi stavo proprio innervosendo: mi sembrava di essere stata sufficientemente chiara nell'affermare di non aver  bisogno del loro aiuto, ma evidentemente il messaggio non era stato recepito.
Così ho deciso che non avrei assecondato le loro teorie un minuto di più.
Ero sicura che, di fonte alla rivendicazione del mio diritto di compiere scelte in autonomia, si sarebbero arresi, mi avrebbero finalmente rilasciata e permesso di tornarmene a casa.

Bloccata con la forza e in preda all'agitazione

«Sono maggiorenne, vaccinata e ho tutto il diritto di tornare a casa da sola!» e, pronunciando queste parole, ho regolato la carrozzina sulla massima velocità e sono partita... in quinta!
Avevo percorso solo pochi metri quando il Diversamente alto ha afferrato la sedia a rotelle elettrica da dietro per impedire la mia “fuga”.
Questa mossa geniale ha fatto si che il mio bolide s'impennasse sulle ruote posteriori, con il rischio di ribaltarsi all'indietro.
Iniziativa veramente curiosa da parte di un rappresentante delle forze dell'ordine che afferma di agire a garanzia della mia sicurezza e incolumità.
QUALCHE INSULTO GRATUITO. «Cretina! Cosa stai facendo? Stai ferma!», mi ha intimato con un bon ton francese.
«Non hai il numero dei tuoi genitori?». Gli ho risposto che la mia famiglia vive a Bergamo e che vivo con due coinquiline non automunite.
Riassumendo: si trovava di fronte una donna disabile, sola, di notte, in un quartiere pericoloso come quello e che, addirittura, abitava lontana dalla sua famiglia! Mi meraviglio di come abbia potuto sopravvivere di fronte a questo abominio.
UNA «RAGAZZA» (!) SOLA. E infatti, rivolgendosi al suo collega, è sbottato: «Ma come si fa a lasciare andare in giro una ragazza (di 38 anni!, ndr) in carrozzina di notte da sola?».
Ero agitata: sentirsi detenuta con la forza (perché bloccare in quel modo la carrozzina elettrica è un'azione coercitiva!) senza aver commesso alcun reato né essere in condizione di costituire un pericolo per me stessa o per gli altri è una sensazione orribile.
Mi sentivo in gabbia e non sapevo come liberarmi. A un certo punto mi sono ricordata che la mia dipendente abitava lì vicino e ho proposto di andare a chiamarla, sperando che lei e suo marito mi avrebbero aiutata a riprendermi la mia libertà.
MINACCIA DI DENUNCIA. «Ti accompagnamo noi dalla tua amica, abbassa la velocità di guida», ha esclamato perentoriamente il Magro, afferrando la maniglia della carrozzina, per evitare che “scappassi” nuovamente.
Furiosa, li ho minacciati: «Io vi denuncio! Io scrivo articoli su un quotidiano e vi ringrazio perché mi avete dato un buon spunto per il mio prossimo pezzo!».
Sì, lo ammetto, me la sono un po' tirata, come si direbbe in Francia... ma per una giusta causa.

Rabbia da una parte, stupore dall'altra

Loro, per tutta risposta, hanno manifestato stupore di fronte alla mia rabbia, ribadendo più volte di essere lì solo per aiutarmi.
Magari pensavano che dovessi pure ringraziarli di avermi rovinato il finale di una bella serata.
Abbiamo citofonato a Rupica che, meravigliata che io fossi ancora sotto casa sua, è scesa con tutta la famiglia.
Ho iniziato a spiegarle di essere stata trattenuta con la forza, nonostante avessi ripetutamente esplicitato di non avere nessun problema e di stare semplicemente tornando a casa, dopo una telefonata.
OBBLIGATI A INTERVENIRE. I carabinieri hanno negato che io avessi mai detto questo e si sono giustificati, affermando di aver ricevuto una segnalazione anonima e di avere l'obbligo di intervenire.
La mia dipendente ha cercato di spiegare che io mi muovo in carrozzina elettrica da sola anche la sera tardi senza nessun problema, ma il Diversamente alto ha risposto di non voler parlare con lei, ma piuttosto con la mia amica italiana, quella della chiacchierata al cellulare.
Gran segno di apertura e la comprensione nei confronti di chi ha qualche difficoltà di espressione quando parla in una lingua che non è la sua.
Oltretutto Rupica, pur non parlando un italiano impeccabile, è perfettamente comprensibile.
RITORNELLO SUL PERICOLO... Ho richiamato Elena e l'ho pregata di intercedere per me con l'uomo in divisa che, anche parlando con lei, ha ripetuto il solito ritornello sulla pericolosità di permettermi di girare da sola di notte in certe zone.
Dopo le rassicurazioni telefoniche e non prima di aver richiesto i dati di tutti i presenti fisicamente e non, inclusi quelli di Elena, i due carabinieri hanno disdetto l'intervento dell'ambulanza e mi hanno finalmente dato il via libera.
Una soddisfazione però me la sono presa: salutandoli, prima di partire, ho esclamato forte e chiaro: «Bene, ora vado a prostituirmi!».

Sobria e lucida: perché allora tanto accanimento?

Ora, ripensando all'intera vicenda, mi sorgono alcune riflessioni e molte domande: all'uomo che ha chiamato in caserma, io avevo spiegato cosa stavo facendo sotto casa sua.
Se lo preoccupavo tanto, perché non ha cercato ulteriori chiarimenti confrontandosi con me, invece di cercare “aiuti” esterni? Avrebbe chiamato lo stesso se al mio posto ci fosse stata una donna deambulante?
UNA VOLANTE SCOMODATA. Possibile che a chi ha ricevuto la segnalazione non sia venuto in mente di chiedere di parlarmi di persona al telefono per capire meglio la situazione, invece di scomodare una volante per venirmi a cercare?
Quando sono stata fermata ero sobria (anche se non lo fossi stata, non avrebbero avuto modo di saperlo dato che non mi hanno sottoposta alla prova dell'alcol test, probabilmente convinti che i disabili siano tutti astemi) e lucida, con quale diritto hanno preteso che dessi loro informazioni personali come il nome, il cognome e l'indirizzo o comunque la zona di residenza, pretendendo una mia risposta?
FERMATA SENZA MOTIVO. Capisco che, ricevuta una segnalazione con richiesta di soccorso, le forze dell'ordine abbiano il dovere di intervenire, ma perché non mi hanno lasciata andare, dopo avermi sentita ripetutamente affermare di essere in salute e in grado di rincasare autonomamente?
Non avevo commesso alcun reato, con che diritto mi hanno detenuta, anche con l'uso della forza?
Se non mi fossi impuntata, avrebbero fatto mobilitare inutilmente un'autoambulanza che magari avrebbe potuto essere indispensabile a qualcun altro. Ma allora, come vengono valutate le priorità?
UN CASO DI ABUSO DI POTERE? Qual è il confine tra il corretto esercizio del proprio ruolo professionale e l'abuso di potere, consentito dall'indossare l'uniforme?
L'impressione che ho avuto è che, nel rapportarsi a me, non abbiano realmente ascoltato quel che stavo cercando di comunicare né osservato quali fossero le mie “condizioni psico-fisiche”, ma che abbiano indossato “gli occhiali e gli auricolari del pregiudizio” per poi agire di conseguenza.
In questa, come in altre occasioni, mi sono chiesta quale sia l'attuale formazione per chi vuole entrare nell'Arma o in qualsiasi altro corpo delle forze dell'ordine; se oltre a insegnare a usare le armi siano previste discipline che preparino a osservare oggettivamente gli elementi del contesto di intervento e a utilizzare modalità più orientate al dialogo e alla mediazione, che alla coercizione e all'esercizio di autoritarismo.
IL ''PRIVILEGIO'' DELL'AMBULANZA. Gli amici, per consolarmi, mi dicono che non capita tutti i giorni che qualcuno ti offra la possibilità di usare un mezzo del 118 come se fosse un taxi e, per giunta, senza sborsare un euro.
E per concludere, concedetemi uno slogan: più ambulanze per tutti!

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