INCHIESTA

Detenuti, lavoro sbarrato

Abusi, scarsi incentivi e sgravi non erogati.

di Ulisse Spinnato Vega

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22 Settembre 2012

L’inserimento lavorativo dei detenuti è una gallina dalle uova d’oro. Sia esso interno o esterno al perimetro carcerario, l’impiego professionale di chi sta scontando una pena garantisce notevoli vantaggi finanziari allo Stato, agevolazioni alle imprese e contribuisce ad abbattere il problema sociale della recidiva.
Di norma, il 70% degli ex galeotti torna infatti a delinquere dopo il periodo di detenzione. Ma la percentuale crolla sotto il 20% se nel frattempo essi hanno svolto un’occupazione vera per conto di imprese o cooperative sociali.
I penitenziari italiani ospitano 66 mila persone e abbattere di un punto la recidiva significa tenerne fuori quasi 700 persone. Se si considera che il costo giornaliero di un detenuto si aggira sui 150 euro, lo Stato risparmia in modo diretto circa 35-36 milioni di euro.
Senza contare tutti i benefici sociali ed economici di un malvivente in meno per strada che minaccia, ferisce, uccide, ruba, rapina e impegna risorse dello Stato sul fronte repressivo.
Del resto, oltre il 50% della popolazione carceraria italiana ha tra i 21 e i 39 anni. Dunque rappresenta un’ottima forza lavoro potenziale e, in epoca di cuneo fiscale altissimo, garantisce vantaggi competitivi alle imprese.
CREDITO DI IMPOSTA DA 516 EURO E SGRAVI CONTRIBUTIVI. Il datore di lavoro, infatti, beneficia di 516 euro di credito d'imposta per ogni detenuto impiegato. Nel caso di addetti assunti a tempo parziale l’agevolazione spetta in misura proporzionale alle ore prestate. E il regime di favore vale per ulteriori sei mesi successivi alla fine della detenzione.
In più ci sono sgravi contributivi che oscillano tra il 50% e il 100%. La percentuale più bassa è per le imprese, nel caso di reclusi disoccupati da oltre 24 mesi. Ma la quota sale al 100% per gli artigiani. L’agevolazione è prevista per 36 mesi in caso di assunzione a tempo determinato e permane naturalmente anche oltre il «fine pena».
C’è invece una riduzione contributiva del 100% per le cooperative sociali che impieghino persone ammesse alle misure alternative. E uno sgravio dell’80% per le cooperative che si avvalgano di detenuti ammessi al lavoro esterno. Pure in questo caso le agevolazioni si protraggono per 6 mesi oltre la fine della detenzione.

La legge Smuraglia finanziata con 4,6 milioni l'anno

La norma che sostiene il lavoro dei reclusi è la legge Smuraglia (193/2000), che dall’inizio viene finanziata ogni anno con 4,6 milioni di euro: ammontare via via sempre più esiguo per colpa dell’inflazione (quest’anno i fondi sono già finiti in agosto) e di cui beneficiano oggi poco più di 2 mila detenuti tra quelli impiegati nell’intramurario e i cosiddetti «articoli 21» (ammessi al lavoro esterno in base all’art.21 dell'ordinamento penitenziario). Il budget è diviso grossomodo a metà tra credito d’imposta e sgravio contributivo.
INCENTIVI NON SEMPRE OTTENUTI. «Io non ho mai beneficiato di alcuno sgravio», racconta a Lettera43.it Roberto Capello, titolare di un laboratorio di panificazione e di alcuni panifici tra Bergamo e Seriate, nonché presidente dell’Aspan, l’associazione dei panificatori bergamaschi.
Poi aggiunge: «Nell’ultimo decennio ho impiegato sette o otto detenuti perché credo alla responsabilità sociale d’impresa e perché quando do da lavorare al ragazzo che prima spacciava nel parco dove giocano i miei figli, risolvo anche un mio problema».
«I detenuti? Qui da me sono sempre stati disponibili e volenterosi», racconta, «ci sono persone che hanno lavorato anche sei anni, impegnandosi oltre il periodo di detenzione. La formazione professionale teorica la fanno gli enti pubblici, Regione in testa. Poi la nostra associazione si occupa della formazione pratica. A Bergamo nel settore del pane sono state impiegate finora circa 25 persone provenienti dal carcere».
IL PARADOSSO DELLA BOSSI-FINI. Capello infine rievoca la storia paradossale di un extracomunitario alle prese con la Bossi-Fini: «Lavorava da me come detenuto in base a un accordo con il magistrato di sorveglianza. Esaurita la pena, è diventato clandestino perché non aveva il permesso di soggiorno e per la legge doveva tornarsene a casa. Tra l’altro il suo reato era ostativo in base a Schengen. Lui ha preferito compiere di nuovo il reato e farsi arrestare ancora: così ha scontato un altro 50% di pena in carcere e ha lavorato qui altri due anni».
Quindi il triste epilogo. «La Questura l’anno scorso lo ha rimandato in Marocco senza che io avessi il tempo di dargli il tfr. Gliel’ho dovuto spedire a casa».

I detenuti che lavorano sono 14 mila e producono una ricchezza di 300 mln di euro

L’altra faccia della medaglia è quella di potenziali abusi perpetrati da parte delle imprese alla ricerca di manodopera a bassissimo costo, problema esploso proprio quest’estate in Gran Bretagna.
I controlli sono necessari, ma il problema di un eventuale dumping competitivo basato sullo sfruttamento dei detenuti non autorizza nessuno a buttar via il bambino con l’acqua sporca.
Coloro che stanno scontando una pena e che lavorano (dentro e fuori il carcere) sono oggi 14 mila e producono una ricchezza pari a circa 300 milioni di euro, secondo i dati della Camera di commercio di Monza e Brianza. Numeri non indifferenti che pure potrebbero essere di molto incrementati.
Gino Gelmi, di Carcere e territorio spiega: «La Smuraglia ha una dotazione limitata e soprattutto riguarda solo gli “articoli 21”, non i beneficiari di misure alternative (circa 20 mila persone, ndr). Le risorse puntalmente finiscono a metà anno e le imprese, soprattutto le coop sociali, vanno in difficoltà».
SENZA INVESTIMENTI A MEDIO TERMINE. Giuseppe Guerini, presidente Federsolidarietà, aggiunge: «Pochi mesi fa nell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà si era cercato di rafforzare lo strumento allargandolo alle misure alternative. Sarebbero serviti 4 milioni, ma i fondi naturalmente non c’erano». «Il problema», chiude Guerini, «è che in Italia non si fa mai un ragionamento a medio termine sull’impatto positivo e sui risparmi che una misura genera».
Non a caso, negli ultimi due anni hanno subito pesanti tagli anche i fondi destinati al lavoro intramurario.
Intanto il signor Capello non ha più alcun detenuto nel suo laboratorio di panificazione: «Io sono sempre pronto a dare spazio per un tirocinio o un periodo di formazione. Speriamo ripartano i corsi. La crisi? Quella c’è, ma per batterla basta fiutare dove va il mercato».

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