Massimo Del Papa

La boxe è come Rocky: un ricordo del passato

Negli anni d'oro il pugilato era una crudele poesia. Oggi ha perso la puzza di vita. E si specchia nel destino di Balboa: eroe indimenticato che si prepara a sparire.

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24 Gennaio 2016

«Anch'io canto l'America / Io sono il fratello più scuro / Mi mandano a mangiare in cucina / Quando vengono gli ospiti / Ma io rido / E mangio bene / E divento forte / Domani / Siederò a tavola / Quando vengono gli ospiti / Nessuno oserà / Venirmi a dire / ''Mangia in cucina' ' /Allora. / E poi / Vedranno quanto sono bello / E si vergogneranno / Anch'io sono l'America».
Non sembra scritto per il pugile?
Il canto dolente e orgoglioso, commovente ed epico di Langston Hughes, non è anche la fotografia seppiata del Campione che arriva a redimere la sua gente, ad accenderla, a trascinarla?
ROCKY PERDE ANCHE QUANDO VINCE. La negritudine che sta dentro Jack Johnson come Sonny Liston, dentro Joe Louis come Joe Frazier, sta dentro Cassius Clay e Mike Tyson, addosso a Rubin Hurricane Carter, che la canzone di Bob Dylan non potè risarcire, e mille e mille altri, non necessariamente neri.
Sta dentro Rocky, che è un bianco-nero, un perdente che ce la fa, ma perde anche quando vince.
Quello che torna sempre al punto di partenza, al quadrato lucido e lurido del sottoclou.
Che riparte sempre da un film a basso costo, perché nessuno gli dà più credito, e puntualmente sovverte i pronostici e sbanca e rivince, ma per scontare un'altra sconfitta ancora, così che il suo legittimo creatore, Sylvester Stallone, potrà dire: «Quello sono io, Rocky è la mia vita».
LA SAGA DIALOGA COL PUGILATO REALE. Ma la saga del campione di Philadelphia è molto di più, è anche un un continuo dialogo con il pugilato reale, un grande scorcio colmo di allusioni, citazioni, situazioni più o meno sommerse che gli appassionati della Nobile arte sapranno riconoscere, ma il grande pubblico non può intercettare.
Sono proprio questi elementi che, «un passo alla volta, un pugno alla volta, una ripresa alla volta», sostengono una storia di sport e di umanità che ci tiene compagnia fin da quando il mondo era un'altra cosa.
«Perché lo facciamo?»: con questa domanda Muhammad Ali riassume nella sua autobiografia Il Più Grande il senso dell'agonia durante la terza e più atroce sfida a Manila nel 1975 con Joe Frazier, che secondo Gerge Foreman è «il vero Rocky nella vita».
Dopo quell'incontro Ali, pur prevalendo, non sarà più lo stesso. Dalle sue ceneri, si può dire, nascerà Balboa.

 

  • Il match Ali-Frazier del 1975 a Manila.

«Ma perché lo stai facendo, vecchio?». «Un giorno lo capirai»

Allo sceneggiatore e interprete Sylvester Stallone l'idea venne osservando il cruento match di Ali contro Chuck Wepner, che poi verrà interpellato in fase di realizzazione della pellicola.
Tante ne prende il sanguinolento Chuck, che alla fine Muhammad commenta: «Non c'è uno che può reggere quello che ha subito lui stasera».
Stallone è folgorato: dopo una vita nel sottoclou del cinema, in quel momento si trova al di sotto di qualsiasi disperazione e si gioca anche lui la sfida della vita.
Dopo aver scritto il copione in tre giorni e tre notti, decide di fare a modo suo.
MEGLIO UN ATTORE DI UN BOXEUR. Provina, direttamente sul ring, una serie di super star dei pesi massimi, da Joe Frazier (che dopo 11 secondi gli provoca un taglio da quattro punti in testa semplicemente sfiorandolo) a Ernie Shavers, che vuole andarci piano e lo stesso lo spedisce all'ospedale.
Quando Sly torna, ha capito: basta pugili veri, sono troppo pericolosi, meglio una controfigura, meglio un attore vero e morta lì.
Lo scolpito e tracotante Carl Weathers è il candidato ideale, quello che Stallone sta cercando.
30 ANNI DI TONFI E CITAZIONI. Dopodiché altri 30 anni di massacri, trionfi e citazioni, fino all'ultima ripresa dell'ultimo incontro in Rocky Balboa (2006) dove un Rocky pensionato, per l'occasione tornato a macellare quarti di bue, proprio come faceva Smokin' Joe, è tumefatto in modo spaventoso; ma il Campione, Mason Dixon (il vero pugile Antonio Tarver), non è messo meglio, ha imparato a soffrire in questo incontro e non si capacita che il maturo sfidante voglia ancora proseguire: «Ma perché lo stai facendo, vecchio?».
Rocky gli risponde: «Un giorno lo capirai».
E sembra, finalmente, la risposta alla domanda che Ali non ha mai saputo trovare per la sua agonia con Frazier.

 

  • Il combattimento tra Rocky e Drago nel quarto film della saga.

La boxe di Rocky non esiste più

Nel settimo episodio appena uscito nelle sale (e già si parla di un seguito), Creed, tuttavia succede qualcosa.
Nella vicenda di Adonis (Michael B. Jordan), discendente nascosto di un Apollo che non ha mai conosciuto, e che riscatterà proprio grazie a “zio” Rocky, l'evocazione lascia il posto alla nostalgia: Creed, con i suoi allenamenti vintage, le corse per Philadelphia e le sue gallinelle da acchiappare, è un film che rimpiange la boxe.
Perché il pugilato di quando Rocky il perdente vinceva non c'è più.
Sparito, andato per sempre.
OGGI SIAMO AL WRESTLING. C'è stata la meteora Tyson, apocalittica stella nera che pareva la reincarnazione di Clubber Lang (in Rocky 3), poi un dominatore senza carisma come Lennox Lewis, che ricorda da vicino il Mason “the line” Dixon (la linea Mason Dixon risale ai fondamenti stessi della storia americana) del sesto episodio, Rocky Balboa, e infine sono arrivati i bestioni russi oversize diretti discendenti di Ivan “ti spiezzo in due”Drago.
Come i fratelli Klitschko o l'ancor più colossale Nicolai Valuev, un fenomeno di 2 metri e 13 per 140 kg. Altri boxeur sulla stessa stazza si sono affacciati, dallo statunitense Deontay Wilder, 2 metri tondi, al gitano britannico Tyson Fury, 206 cm.
Ma non è più boxe, siamo al wrestling. E nell'attesa, probabilmente vana, di una nuova età dell'oro, questo Creed sembra un grido di rabbia e di dolore: quand'è che il pugilato si rimette a fare sul serio?
UN'ARTE SNATURATA. Troppe le variabili che hanno snaturato la nobile arte, «lo sport al quale tutti gli altri sport ambiscono» nelle parole di Foreman.
Uno scadimento generale del livello. L'attenzione dirottata, negli atleti più dotati, verso altri sport.
Un incanaglimento generale che dopo Don King è parso eccessivo perfino per i malfamati standard del pugilato. Una globalizzazione che ha influito pesantemente, specie nei pesi medi, liberando i pugili delle repubbliche ex sovietiche ed est europee dall'obbligo del dilettantismo a vita, con la conseguente migrazione all'Ovest, processo che ha avuto il suo apice in Germania.
Il peso di una dimensione televisiva che ha fagocitato questo sport più ancora degli altri. Ultimo ma non ultimo, il maligno sbriciolarsi del titolo in una galassia di sigle, ciascuna col suo campione (anche se Tyson Fury lo scorso novembre sconfiggendo Vladimir Klitschko ha riunificato i titoli Wba, Wbo e Ibf).

 

  • Tyson Fury contro Vladimir Klitschko.

Il pugilato non è più crudele poesia

La boxe, regina degli sport, non è più crudele poesia, ha perso la puzza di vita.
È una routine come un'altra. Si stacca come una locandina fradicia la negritudine tinta di blues che anche i bianchi contagiava, la fiera autodistruzione di quelli che “non sanno né ballare né cantare” come Angelo Jacopucci “il Clay dei poveri”.
Il blues del pugile sta nella sua nudità sporca di sangue, nella solitudine della paura davanti a centomila persone.
Nell'assurda fine di Luther Mc Carthy, che il 24 marzo 1913, a 21 anni, difende il titolo per la prima volta, esce da uno scontro in clinch con le vertebre cervicali spezzate e 8 minuti dopo crolla stecchito.
Spesso sul ring chi uccide muore insieme alla sua vittima, dopo non è più lo stesso.
NIENTE È BLUES COME LA BOXE. Niente è blues, è jazz come la boxe. Musica e pugilato sono sempre stati due pianeti attratti l'uno dall'altro, orbite intersecanti lungo traiettorie di sogno.
Ma i campioni del passato incarnavano, tutti, quasi tutti, la dissoluta tristezza del blues e sempre più bluesy divenivano invecchiando, con quell'aria di tetra solitudine che li avvolgeva, coi loro cappelli sui crani sformati e i racconti sempre più farfugliati.
Tyson è stato un esasperante metal-rapper pieno di “mot'afukka”, ma, alla fine, il blues del pugile ha inghiottito anche lui.
Quanto ad Ali, a dispetto del suo inabissarsi in coltri di silenzio, resterà per sempre la gioia scintillante del soul, la frenesia pericolosa del funk, la sbalorditiva rabbia rock di Jimi Hendrix; è Machine Gun, è l'esuberanza, il nervosismo, la potenza del XX secolo, dell'America ottimista e lacerata.
Il blues della boxe è una sinfonia epica, dissoluta, distorta, metallica, esagerata, sfrenata, irriverente, incorreggibile che ha stretto un secolo tra le corde.
UN EROE DESTINATO A SPARIRE. E adesso il suo svanire sembra specchiarsi nell'immaginario Rocky, eroe che si prepara a sparire: «Tutto il mio futuro è dietro di me, attaccato a quella locandina: sono rimasto solo io».
Gli occhialoni fuori moda, il corpaccione da cagnone stanco e quell'umanità che non arretra, Stallone è sconvolgente e merita un Oscar fino a ieri improponibile; ma se avete avuto qualcuno, un padre, qualcuno da assistere in un reparto di chemioterapia, allora no, allora forse questo non è il film che fa per voi.
Troppo doloroso. Come la Spoon River di campioni veri che evaporano portandosi dietro scontri incredibili, storie impossibili, luminose tragedie, quel miscuglio di brutale fragilità che solo la disperazione purissima di Charlie Mingus, forse, può spiegare: «Io sono tre. Il primo, sempre nel mezzo, osserva tutto con fare tranquillo, impassibile, e aspetta di poterlo raccontare agli altri due. Il secondo è come un animale spaventato che attacca per paura di essere attaccato. Il terzo infine è una persona gentile, traboccante d’amore che lascia entrare gli altri nel sancta santorum del proprio essere e si fida di tutti e firma contratti senza leggerli e accetta di lavorare per pochi soldi e anche gratis, e quando si accorge di cosa gli hanno fatto gli viene voglia di uccidere e distruggere tutto quello che gli sta intorno compreso se stesso per punirsi di essere stato così stupido. Ma non può farlo — allora torna a chiudersi in se stesso».

 

Twitter @MaxDelPapa

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