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Pierluigi Mennitti

Il commento

Europa, le destre in affanno

Italia, Germania, Regno Unito, Francia: il calo di consensi preoccupa i leader.

di Pierluigi Mennitti

Vista da un osservatorio europeo, la crisi italiana non pare un capitolo a parte rispetto al più vasto canovaccio continentale. Perché oggi, al di là delle specificità nazionali, la crisi italiana è soprattutto la crisi del centrodestra. Di una coalizione, ma anche di un progetto politico che, nato dalla necessità strategica di chiudere una lunga stagione di transizione e da quella tattica di contrapporsi alla sfida elettorale lanciata da Veltroni, immaginò il Pdl, un contenitore e dei contenuti che in poco più di due anni sono finiti nel cestino.
E della crisi dei centrodestra soffrono oggi i principali Paesi europei. Non tutti, ma di sicuro quelli più grandi e importanti. Con l’aggravante che, quasi dappertutto, la sinistra non riesce a rappresentare un’alternativa ancora credibile. La socialdemocrazia, declinata nelle differenti versioni storiche nazionali, vive anch’essa una crisi d’identità e di prospettiva e i partiti che la rappresentano sono impegnati a leccarsi ferite antiche o recenti.

Il tramonto del sarkozismo repubblicano

La rapida conclusione della crisi di governo in Francia è dovuta soprattutto a collaudati meccanismi istituzionali. Il sarkozismo in difficoltà prova a rilanciarsi in una notte di consultazioni. La macchina governativa viene richiamata ai box, ritoccata e rispedita in pista con lo stesso pilota e con qualche pezzo di ricambio. Non è detto che alla scuderia non capiti l’infortunio della Ferrari.
Il circuito è ancora molto affollato, pieno di insidie e ostacoli e gli spettatori rimangono ostili e diffidenti. Il riequilibrio delle gomme promette di tirare l’auto più a destra. Tramontato il sogno del sarkozismo repubblicano, una sorta di mitterrandismo di destra, un grande progetto nazionale riformista capace di includere pezzi moderati del socialismo, l’inquilino dell’Eliseo punta sul bagaglio tradizionale del conservatorismo, legge e ordine, sulla scia dell’unica azione, ma non la più nobile, che è stata apprezzata dagli elettori: la cacciata dei rom.
Il ritorno di Juppé, alfiere della piccola e media impresa, dovrebbe aiutare a riallacciare i rapporti con un altro bacino elettorale tradizionale, quello degli imprenditori. Ma qui conteranno i fatti, più delle promesse. E alla diarchia Sarkozy-Fillon non è rimasto molto tempo.

La metamorfosi di Cameron

Un po’ diversa è la situazione di David Cameron in Inghilterra. Le proteste clamorose degli studenti sono il frutto di scelte politiche precise, di decisioni impopolari prese di fronte alla necessità di mettere ordine nei conti dello Stato, razionalizzando e riorganizzando: il che significa tagliare le spese. Ma anche in questo caso, il fronte che si è aperto vede il premier inglese schierato su un versante diverso da quello in cui lo avevamo visto in campagna elettorale.
La Gran Bretagna è per vocazione un Paese pragmatico, i suoi governi si perdono raramente in discussioni ideologiche, o sono governi del fare, ma per davvero, o non sono. E tuttavia lascia sopresi la metamorfosi di Cameron, da conservatore buono e gentile, padre modello di una famiglia moderna e pedalatore ecologista a novello Thatcher embedded sul fronte della scuola come fosse un campo minerario dello Yorkshire. Dalla sua ha il vantaggio del tempo (quello che manca a Sarkozy) e un Labour alle prese con una rifondazione appena agli inizi.

L'autunno delle decisioni di Frau Merkel

Anche in Germania il centrodestra affronta momenti non facili. L’economia galoppa, la disoccupazione cala ma i tedeschi non danno merito a chi li governa. Anzi, a leggere gli ultimi sondaggi la maggioranza non è più tale e l’opposizione di sinistra sarebbe in grado, se si votasse oggi, di eleggere un proprio esecutivo. Non grazie ai socialdemocratici ma ai Verdi, che sono già un’altra cosa.
Nel centro congressi di Karlsruhe, Angela Merkel ha chiamato a rapporto i delegati del suo partito. In una repubblica parlamentare resta lì il cuore del potere, dentro il partito. E con un’arringa appassionata è riuscita a ricompattare tutti dietro di sé, allontanando l’insidia di una fronda interna alla sua politica considerata troppo sociale.
È stata rieletta presidente con il 90% dei voti. Ha puntellato il vertice dei cristiano-democratici inserendo nel quadrunvirato direttivo tre fedelissimi, il ministro dell'Ambiente Norbert Röttgen, che diventa di fatto il numero due della Cdu, il ministro del Lavoro Ursula von der Leyen e Annette Schavan. E i primi non nascondono l’ambizione di succedere a Merkel, se e quando sarà.
Ma nel frattempo ha spostato più in là la linea della resa dei conti. Ha soprattutto mostrato un piglio decisionista, calcando la mano sui temi classici cari ai conservatori. Dopo aver dato l’impressione di passare un anno rimpiangendo il comodo e a lei più congeniale ruolo di mediatrice in un governo di grande Coalizione, ha tirato fuori gli artigli dimostrando di poter interpretare anche la figura della Lady di ferro, tanto cara ai commentatori stranieri.
"L’autunno delle decisioni", lo slogan coniato dal suo entourage per imprimere una svolta a una politica finora troppo incerta, sembra dare i suoi primi frutti. Questo non attenuerà, anzi certamente accentuerà il conflitto con le opposizioni, ma la Merkel pare aver capito che un governo con una maggioranza organica va guidato con piglio e determinazione, affiancando alla collegialità la forza della leadership.

Gli scacchieri bizantini dell'Italia

In Italia la situazione appare più complessa, anche perché i meccanismi istituzionali non hanno tenuto il passo di un cambiamento politico vissuto fra strappi e antagonismi e quelli elettorali sono stati troppo spesso misurati sulla convenienza di chi li ha introdotti.
L’assenza di una cornice condivisa rende la crisi di una coalizione, nella quale si sommano e si sovrappongono motivi politici e personali, la crisi di un intero Paese. I giochi dei cerini, le mosse su scacchiere che sembrano modellate a Bisanzio, addirittura uno sbocco come quello del ritorno alle urne sono come girotondi alla fine dei quali tutti si ritrovano allo stesso posto, senza saper bene cosa fare.
E questo mentre i venti tempestosi dei mercati sono tornati a soffiare sull’Europa, l’euro può morire, l’Unione teme per la sua sopravvivenza e pure il debito pubblico italiano non si sente tanto bene.

Venerdì, 19 Novembre 2010


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