Francesca Buonfiglioli

AMARCORD

Alla ricerca dell'ultima Luisona

La mitica pasta del Bar Sport compie 40 anni. E noi siamo orfani di quel mondo.

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04 Marzo 2016

Stefano Benni con la Luisona.

Stefano Benni con la Luisona.

Al miele, integrale, ai frutti di bosco ma solo se bio, al lievito madre, senza zucchero, senza additivi né conservanti.
E ancora mignon, micro-mignon. Decorate con frutti della passione che arrivano da chissà dove e dotati di chissà quali proprietà antiossidanti o corroboranti.
Fedeli all'«anemia saccarifera» tipica di questo tempo che ha trasformato in marchio ogni sapore, scippandocelo dalla memoria.
E invece tu, in certe mattine bigie, davanti al solito caffè con il cuoricino di schiuma ricamato sopra, se sei fortunato, non vorresti vedere che lei, imponente, magnifica, letale: la Luisona.
SIGNORA SENZA ETÀ. O QUASI. Pareva non avere un'età la Luisona. Sempre lì, presente, sotto la teca del Bar Sport. O in trasferta.
Ma anche per lei il tempo passa. Si narra fosse del 1959, o giù di lì. Anche se l'età a una signora non si chiede.
Una cosa è certa: noi la conosciamo da 40 anni tondi tondi.
Dal 1976, anno di pubblicazione del romanzo di Stefano Benni. 
I SUOI PRIMI 40 ANNI. Quindi, auguri Luisona, per i tuoi primi 40 anni. Anni in cui ci hai fatto ridere, senza chiedere nulla in cambio. Se non di essere guardata e temuta da sotto il vetro, come all'acquario.
E poco male se «la pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di granella in duralluminio» venne consumata avidamente da un incauto rappresentante di passaggio che, inevitabilmente, «fu trovato appena un'ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori».
LA VENDETTA DEL MACARON. Perché a dare il colpo di grazia alla Luisona in realtà è stata la pâtisserie fatta di macaron. Che da brava mercenaria, dietro lauta ricompensa ci offre l'illusione di essere cool, internazionali, gourmand. Amanti e cittadini del mondo.
In altre parole, a ucciderla siamo stati noi.
Eppure qualche Luisona esiste ancora. La si deve cercare, vero. Ma esiste.
L'ESTINZIONE DEL CINNO. E a esplorare bene si trovano anche le spume, i bianchetti, i toast. I cinni, quelli no, non ci sono più. Quei garzoni che guadagnavano due spiccioli da spendere in cremini e rimanevano ad ascoltare a bocca aperta le imprese dei 'vecchi' - che poi avevano dai 30 ai 40 anni - ora hanno trovato un altro modo per passare il tempo.
E attenzione, quell'universo lì uscito dalla penna di Benni non si trova solo nei bar di paese che vivaddio esistono ancora.
Ma anche a Milano, per esempio.
L'ALTRA MILANO. Nella città «da bere», dietro alle vie dello shopping ci sono luoghi resistenti. Che sono mondi.
Dove il barista si chiama «Felix», per esempio. E suo padre, un signore anziano con la mano tremolante, prepara ancora, e non si sa come, cocktail perfetti per una manciata di euro.
Appena entri, la prima domanda che ti fanno non è «cosa prende», ma «come stai». O «cosa hai combinato oggi».
E ti chiamano per nome, o soprannome.
Posti in cui al tavolo raccogli storie e cazzate. Balle che nascondono mezze verità.
LA BARBARIE DEL RADICAL CHIC. Sono mondi da tutelare, questi. Ancora non inquinati dalla barbarie del radical chic. Personaggi affamati di pauperismo d'autore, di vintage ricostruito, di finto trasandato, di design.
Dove non devi per forza dimostrare di aver letto o visto «l'ultimo di». Si può stare anche in silenzio, in posti così. A fissare una bottiglia raffigurante la coppa dell'82 gelosamente custodita in una vecchia vetrina. In questi posti, poi, il calendario non è scandito dalle settimane della moda o dai saloni del mobile ma dalle semplici stagioni, perché o ti siedi fuori o dentro.
Le patatine, quelle, sono sempre le stesse.
E al bancone, tra le cannucce di plastica colorata e le tazzine del caffè, potrebbe tranquillamente stare lei, l'ultima Luisona.



Twitter @franzic76

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