Armando Sanguini

DIPLOMATICAMENTE

Arabia saudita e Iran, resa dei conti senza saggezza

La lite Riyad-Teheran infiamma il Medio Oriente. Obama imbarazzato, Putin gioca d'azzardo.

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05 Gennaio 2016

Un iraniano esibisce una bandiera anti-americana durante una manifestazione contro l'Arabia saudita.

(© Ansa) Un iraniano esibisce una bandiera anti-americana durante una manifestazione contro l'Arabia saudita.

Questa nuova impennata nello scontro tra Iran e Arabia saudita è una pessima notizia.
Per il Medio Oriente in primo luogo: certo non aveva bisogno di altre fiammate conflittuali; ma anche per noi europei che stavamo sperando in un qualche alleggerimento delle pesanti nubi che gravano su quell’area di nevralgica prossimità.
Ma vediamo di esaminare la questione con il minimo possibile di emotività.
DALLA COALIZIONE... In chiusura del 2015 l’Arabia saudita ha annunciato la formazione di una coalizione di 34 Paesi musulmani contro il terrorismo, dell’Isis naturalmente, ma anche di ogni altra formazione e attività riconducibile alla nozione di “terrorismo”.
Secondo i canoni sauditi, ovviamente. Che sono tanto laschi da includere le minacce considerate le più serie alla monarchia e dunque al Paese: quelle di matrice islamica in primo luogo, da contrastare con pene caratterizzate da un forte marchio religioso.
... ALLE ESECUZIONI. Poco dopo ha allestito uno scenario di morte impressionante: il 2 gennaio 2016 in 12 città diverse sono state effettuate lo stesso giorno 47 esecuzioni, riguardanti 43 affiliati ad al Qaeda per gli attentati 2003-2005.
Tra di loro, 45 erano cittadini sauditi.
Uno di questi era Nimr al Nimr, religioso sciita molto noto, non certo predicatore di misericordia, considerato un pericolo pubblico in uno Stato in cui il solo essere sciita è costitutivo di apostasia (come l’essere sunnita per gli sciiti).
TOLLERANZA ZERO. Un’esecuzione di massa per sgombrare il campo da eventuali dubbi residui: per tutti i “terroristi” - quelli sauditi in primis - e per i relativi mandanti e per quanti ne alimentano il brodo di coltura è scattata l’ora della “tolleranza zero”.
Un segnale inequivoco inviato anche a Teheran, considerata agente sobillatore delle componenti sciite in tutta l’area, dal Libano alla Siria all’Iraq, al Bahrein, allo Yemen, alla stessa Arabia saudita.
L’opinione pubblica mondiale contraria alla pena di morte si è scandalizzata, giustamente.
Ma stranamente l’attenzione è puntata quasi solo sull’esecuzione di Nimr al Nimr.
Sugli altri si stende un velo di anonimato che neppure l’appartenenza ad al Qaeda e alle relative stragi sembra rilevare.
SOLLEVAZIONE SCIITA. La politica fa premio su tutto e la politica dice che da Teheran - che in materia di esecuzioni e di trasparenza giudiziaria se la batte con Riyad - viene un attacco durissimo che fa sollevare il mondo sciita in tutta la regione e nello stesso Iran porta all’assalto e alla devastazione dell’Ambasciata saudita e di una sua sede consolare, mentre Khamenei invoca un castigo divino che silenzia il vagito diplomatico di Rouhani.
La politica pone in evidenza l’imbarazzo dell’amministrazione Obama, non tanto per il patetico invito alla moderazione, quanto sull’aspettativa di vedere in una Teheran rilanciata verso la piena cittadinanza internazionale un fattore di stabilizzazione regionale.
ANTI-ISIS, DANNI COLLATERALI. La politica stenta a rilevare che forse c’è similitudine tra i danni collaterali degli attacchi anti-Isis in Siria (uccisione di forze dell’opposizione sunnita ad Assad) e di quelli delle milizie iraniane in Iraq, sempre nel quadro della guerra all’Isis.
E che l’equazione Isis-Riyad fatta dallo stesso Kamenei è, nel contesto creatosi, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, mentre rileva giustamente i rischi degenerativi di questa fiammata nel puzzle già frantumato del Medio Oriente.
Poi l’annuncio della rottura delle relazioni diplomatiche decisa da Riyad.
VERSO IL REDDE RATIONEM. E adesso? Questa decisione potrebbe essere l’anticamera del redde rationem fra questi due Paesi.
E non occorrono doti divinatorie per immaginare che la resa dei conti avrà bisogno di una saggezza che in nessuna delle due parti sembra disponibile nella quantità e qualità necessaria.
Riyad addebita a Teheran l’iniezione dei principi attivi del terrorismo attraverso la prevaricazione esercitata dagli sciiti contro i sunniti (Iraq, Siria) e nella sobillazione degli sciiti dovunque si trovino - in casa propria, in Libano, nel confinante Bahrein, ora anche in Yemen - una minaccia innescata dalla rivoluzione del 1979.
TEHERAN, PROSPETTIVA DI CRESCITA. Teheran, dal canto suo, vuole rinsaldare e se possibile rafforzare la trama delle sue alleanze di regime e di popolo nella regione, e altrove, sfruttando ieri le primavere arabe, ora la sua nuova stagione post-accordo nucleare che le ha fatto compiere un deciso salto di ruolo e rango, aprendole brillanti prospettive di ulteriore crescita a tutto campo.
Riyad ha maggiori riserve di petrolio, ma Teheran è destinata a rappresentare un importante competitor aggiuntivo, disponendo inoltre del vantaggio competitivo di una popolazione di gran lunga superiore e maggiori potenzialità economiche, commerciali, culturali, eccetera.
RIYAD CUSTODE DEI LUOGHI SANTI. Ma c’è un quid che pone Riyad su un più alto piedistallo e le conferisce un’influenza nel mondo islamico e dunque anche nella regione e sullo stesso Iran: il ruolo di custode dei luoghi santi di Mecca e Medina che non a caso l’Iran di Khomeini e di Khamenei hanno sempre cercato di mettere in discussione.
Il redde rationem tra queste due potenze regionali sta lì, nella totalizzante dimensione di supremazia che è geopolitica e religiosa allo stesso tempo.
Siria, Iraq, Yemen e Bahrein - che già ha seguito Riyad nella rottura delle relazioni politiche con l'Iran, così come ha fatto il Sudan - sono tessere fondamentali di questa partita e ne subiranno i contraccolpi.
PAX AMERICANA SCOSSA. La pax americana in Medio Oriente ne appare scossa e Washington non ha la fiducia di Teheran mentre si è affievolita di molto quella di Riyad.
La Russia potrebbe al contrario essere più utile mediatrice, almeno per quanto riguarda gli aspetti più squisitamente politici di questo confronto/scontro: lo si è visto per il negoziato siriano di Vienna e per la risoluzione Onu sullo Yemen.
PUTIN GIOCATORE D'AZZARDO. Potrebbe esserlo per Ginevra? La ferita è ancora fresca, ma Putin è un gran giocatore d’azzardo e gode di un vantaggio tattico che vuole sfruttare per conquistare ulteriore spazio.
Non stupisce che si sia subito posto a disposizione dei due contendenti. Ammirevole tempestività.

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