Gianluca Comin

SPIN DOCTOR

Bezos e Springer, stelle polari dell'editoria online

Con idee, coraggio e passione hanno posto le basi del Rinascimento digitale dei giornali.

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09 Marzo 2016

Jeff Bezos, fondatore di Amazon, il 6 agosto 2013 ha comprato per 250 milioni di dollari il Washington Post.

(© Getty Images) Jeff Bezos, fondatore di Amazon, il 6 agosto 2013 ha comprato per 250 milioni di dollari il Washington Post.

La notizia più importante della scorsa settimana, per il mondo dell’informazione e non solo, è stata la fusione tra Repubblica e La Stampa.
I commenti sono stati disparati: un’unione efficace per rispondere alla crisi del settore, una chiara minaccia alla libertà e al pluralismo dell’informazione, l’ennesima dimostrazione che anche il mondo dell’editoria è ormai dominato da pure logiche di business.
C’è chi, in modo poetico ed efficace, ha argomentato che la fusione tra il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari e la corazzata sabauda era già scritta, dettata dall’intrecciarsi di legami familiari, amicali e culturali.
LA CARTA STAMPATA IN CADUTA LIBERA. I dati relativi ai quotidiani italiani sono però impietosi: se analizziamo qualsiasi grafico sulla diffusione delle copie e sugli spazi pubblicitari acquistati le curve tendono irrimediabilmente verso il basso. Dimostrazione tangibile di una società in cui i social media e i siti online sostituiscono in molti casi il vecchio quotidiano acquistato nell’edicola sotto casa. Contestualmente, i morsi della prolungata crisi economica hanno fatto sì che si contraessero irreversibilmente anche le risorse pubblicitarie.
Questo però è solo uno dei “terremoti in edicola” (come li ha definiti Michele Polo su Lavoce.info), registratisi a livello globale. Paradossalmente, il rilancio del settore passa proprio dal ruolo giocato dai giganti del web, che ne hanno determinato le alterne fortune.
LA SCOMMESSA DI BEZOS.Amazon Post”. Questo il nomignolo dispregiativo che molti osservatori attribuirono al prestigioso Washington Post all’indomani della sua acquisizione da parte di Jeff Bezos. Era il 2013 e il re delle consegne veloci mise sul piatto oltre 250 milioni di dollari per rilevare lo storico quotidiano, di proprietà della famiglia Graham.
Il sospetto di un uso “politico” del giornale si è però talmente rafforzato da riemergere qualche tempo fa durante un comizio del quasi candidato repubblicano alla presidenza, il sulfureo Donald Trump.
The Donald non ha dubbi: Bezos sarà uno dei primi sui quali verrà scaricata la sua ira iconoclasta da neo-inquilino della Casa Bianca. In realtà l’operazione Bezos, che chiaramente non è dettata solo da motivi filantropici, rappresenta una sfida affascinante per chiunque ami l’informazione. Il patron di Amazon si è affidato a un fuoriclasse come Fred Ryan, fondatore della seguitissima piattaforma digitale Politico.com, lanciando al contempo un’aggressiva strategia online e rafforzando lo staff della newsroom. Un processo in cui l’innovazione (nuove app e piattaforme) è la parola d’ordine e in cui Bezos si impegna quotidianamente. Non solo un escamotage fiscale, come ha malignamente insinuato Trump.
IL FLOP DI NEW REPUBLIC. La stessa passione che è stata forse l’elemento mancante nell’avventura editoriale di un altro signore del web, Chris Hughes. Il co-fondatore di Facebook, come raccontato di recente da IL, decise nel 2012 di accaparrarsi per capriccio The New Republic, la bibbia dei progressisti liberal americani.
La rivista, fondata nel 1914, venne sottoposta a una cura drastica ma dannosa: fuga dei giornalisti storici della testata, standardizzazione dei contenuti e ricorso a facili trucchi acchiappa-click. Travolto dal crollo degli abbonamenti, Hughes decise di lasciare la rivista al suo destino dopo avervi iniettato inutilmente oltre 20 milioni di dollari. Ha dunque ragione Paul Berman, quando sostiene che i nuovi tycoon digitali sono privi di scrupoli?
L'ESEMPIO SPRINGER, CON L'ONLINE VOLA. Un esempio positivo di rivoluzione digitale intelligente (e conveniente) viene invece dalla Germania. Ha fatto notizia nei giorni scorsi la presentazione dei risultati conseguiti dal gruppo Axel Springer, il colosso editoriale tedesco che annovera nella sua scuderia il prestigioso Die Welt e il tabloid Bild, vera e propria macchina da guerra della cosiddetta “stampa da marciapiede”.
Il patron Mathias Döpfner ha snocciolato numeri che fanno ben sperare: i guadagni sono schizzati del 10%, compensando l’emorragia di copie cartacee con i successi delle versioni digitali. Il 62% del fatturato, ha dichiarato Axel Springer, viene proprio dall’online. Successi che hanno portato a un incredibile attivismo sui mercati: la tentata scalata al Financial times, l’acquisizione del portale Business Insider, la creazione di Politico Europe e della piattaforma di news Upday (in collaborazione con Samsung).
La passione e la volontà rottamatrice di Bezos, unite alla solide strategie del gigante tedesco, potrebbero essere la strada per permettere all’editoria di uscire dalle secche.
Su carta o sullo schermo di un qualsiasi device, il bisogno di aprire una finestra sul mondo resterà sempre un bisogno insopprimibile.

 

Gianluca Comin è professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma.

Twitter @gcomin

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