Michele Masneri

RENZINOMICS

Calenda, lo Steve Jobs dei Parioli diventato sherpa

Fanatico del dettaglio. Ossessionato dal lavoro. Vecchio pupillo di Montezemolo. Ed ex anti-renziano, si dice. Calenda, l'uomo del governo in Ue, visto da Masneri.

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28 Gennaio 2016

Carlo Calenda.

(© Imagoeconomica) Carlo Calenda.

È arrivato l’ambasciatore.
Dai Parioli dove stanno le meglio ambasciate di Roma, ecco una storia targata Cd, corpo diplomatico, quella di Cc, Carlo Calenda, neo rappresentante presso la vituperata Unione europea, nomina muscolare del premier Matteo Renzi che ha fatto sturbare le feluche democratiche della Farnesina.
Romanzo di formazione non solo professionale, quello di questo 42enne già vice ministro; un po’ ''libro Cuore'' un po’ Linea d’ombra (sia il giornale sia il romanzo di Joseph Conrad), autobiografia, se non della nazione, di quartiere, sempre Parioli.
PADRE ECONOMISTA. Ivi cresciuto, in una famiglia di intellettuali-cinematografari - la madre come tutti sanno è la regista Cristina Comencini, il padre è l’economista Fabio Calenda, poi ultimamente anche romanziere per Einaudi, con un libro mitologico-fantascientifico, La porta del tempo.
Calenda padre è stato anche banchiere, ma questo non gli ha impedito di finire nei truffati della lista Lande (c’è tutta la famiglia Calenda dentro, tranne il neo ambasciatore, segno forse di astuzia personale; è comunque un fondamentale Who’s Who romano).
Avuto prestissimo da Comencini, madre ragazza se non ragazza madre (17 anni non ancora compiuti) che lo alleverà col nuovo compagno Riccardo Tozzi, oggi produttore cinematografico di zeitgeist (Romanzo criminale, Suburra).
TRA ARISTOCRAZIA E CINEMA. L’infanzia calendaria trascorre felice nel villino ai Parioli, tra un ruolo nello sceneggiato del nonno Cuore in cui è il protagonista bambino Enrico, in questa famiglia allargata fatta di aristocrazia, un po’ di economia, tanto cinema: la nonna materna è una Grifeo di Partanna, la sorella Giulia è sceneggiatrice, il clan degli Infascelli è collaterale (produttori di Febbre da cavallo, poi registi di film 'de paura').
Ma sono stati importanti soprattutto i nonni: quello materno naturalmente regista, quello paterno, l’omonimo Carlo Calenda (famiglia nobile napoletana, un avo collaboratore del premier Giuseppe Zanardelli, dunque civil servants in purezza).
IUS SOLI ''FARNESINIANO''.  E poi questo nonno è ambasciatore operativo e non decorativo come spesso accade: capo missione a Tripoli durante l’avvento del colonnello Gheddafi, poi a New Delhi, poi in fine di carriera consigliere diplomatico di Pertini al Quirinale (i diplomatici della Farnesina depressi dalla decisione non ortodossa renziana se lo sognano un nonno del genere, forse per questo rosicano).

La sliding door che gli cambia la vita: Luca Cordero di Montezemolo

Luca Cordero di Montezemolo.

(© ImagoEconomica) Luca Cordero di Montezemolo.

In questi Tenenbaum pariolini cresce il giovane Calenda: che non sembrava destinato a traguardi così siderali.
Laurea in giurisprudenza, prima un liceo non di primissimo piano, poi giovanissimo alla Ferrari nel marketing e lì c’è la sliding door che gli cambia la vita per sempre: assistente di Luca Cordero di Montezemolo che lo porterà poi in Confindustria, ma soprattutto nel cuore per sempre - e il rapporto con Montezemolo è più che altro un’agnizione, i due “ragazzi dei Parioli”, di due generazioni diverse, si riconoscono, e 'Lcdm' fa un po’ con Calenda come Gianni Agnelli fece con lui.
ASSITENTE GLOBALE. Come assistente di un Montezemolo “globale”, presidente di Fiat, della Ferrari, di Confindustria, della Luiss, della Fiera di Bologna, nasce e si affina la figura di Calenda super sherpa ossessivo dei dettagli, con una personalità parallela ma complementare a quella del suo mentore.
«Iperattivo, ed essendo iperattivo ogni tanto fa anche cazzate. Nessuna passione se non quella per il potere. Sempre al confine tra durezza e arroganza, ma senza mai superarlo», dice un raffinato cultore della materia.
Più diplomatico dei diplomatici (al netto dei «vaffa» pronunciati, frequenti almeno quanto le sigarette, e proporzionali alla pressione e alla situazione) Calenda risolve problemi, ma non crea grandi calori amicali.
ZERO MONDANITÀ. Chiunque di lui ti dice «grande lavoratore», e però tipo Steve Jobs cinematografico e pare soprattutto creare prodotti migliori di sé come successo di pubblico, ma qui il suo miglior prodotto è in fondo lui stesso, oggi messo lì, caso rarissimo, quarantenne ambasciatore-chiave dal radioso futuro, essendo peraltro «esterno al culto renziano».
«Zero mondanità, fanatico del dettaglio», dice a Lettera43.it Marco Simoni, golden boy della nuova squadra di economisti del principe, «un manager, non un economista. Grande organizzatore».

Età percepita almeno 50 anni, ex Italia futura, ex montiano, ex lettiano

Carlo Calenda con Matteo Renzi, quando il premier era sindaco di Firenze.

Carlo Calenda con Matteo Renzi, quando il premier era sindaco di Firenze.

Passioni muliebri, pure zero, a differenza del suo mentore: magnifica ossessione il lavoro e il prodotto perfetto, cioè il lui stesso quarantenne ambasciatore; tanto zelo pesa però sulla materia, dunque età percepita almeno 50: ogni tanto osa una barba, che lo fa assomigliare al vecchio sherpa berlusconiano Valentino Valentini, ma adesso per il nuovo incarico è apparso perfettamente rasato e nuovo.
Quando ingrassa assomiglia invece un po’ a Diego Della Valle (e al fondatore di Tod’s lo accomuna una parentesi sudista come direttore generale dell’Interporto campano, creatura di Gianni Punzo, sodale anche di Montezemolo nel family-treno Italo).
DA UN PARTITO ALL'ALTRO. E a Montezemolo si torna sempre, e pare che “Luca” sia orgoglioso della nomina, ma prima non molto del passaggio al Partito democratico; del resto Calenda è stato tra i fondatori di Italia futura (il partito più elegante della storia d’Italia, con note di testa al bergamotto) e poi di Scelta civica (candidato, non eletto).
Poi lettiano (e, si dice, ferocemente anti-renziano) e poi da Letta portato come vice ministro allo Sviluppo.
Lì stimato e non amato, come ovunque.
NON ISPIRA PROPRIO CALORE. Steve Jobs dei Parioli, anche lui ha avuto una figlia giovanissimo, addirittura a 16 anni, a cui non ha fatto però l’esame del Dna, né ha esercitato sadismi, anzi se l’è allevata da ragazzo padre, per nemesi familiare (e questo dona umanità a un personaggio non proprio ispiratore di calore. Segue un altro matrimonio e altri tre figli).

Spigoloso, non amato da tutti, molto concentrato su se stesso

Calenda in missione in Mozambico.

Calenda in missione in Mozambico.

«Grande negoziatore; spigoloso; non amato da tutti; molto concentrato su se stesso», dice un addetto ai livori.
Però il prodotto-Calenda funziona, e anche tra le statue imbraghettate, tra i diplomatici ad accogliere il presidente Rohani si discuteva della perfezione della sua missione in Iran di novembre 2015, che poi ha preparato questa visita di Stato.
SCAZZOTTATE AL BALLO. Altre fuoriuscite di umanità (umanità pariola).
Al raduno dell’Adsi, associazione dimore storiche, di fronte a una Ilaria Borletti impietrita, disse al pubblico di proprietari delle più eleganti particelle catastali italiane: «Vedete questa cicatrice che ho sulla faccia? Me l’ha fatta Moroello vent’anni fa», ed era una scazzottata a un ballo (Moroello è Moroello Diaz della Vittoria Pallavicini, principe romano coi soldi, oltre ai cognomi).
Un altro grande amico è Fabio Corsico, plenipotenziario di Caltagirone. Un altro è Lapo Elkann.
MEDIATORE IN MOZAMBICO. Altre volte la Farnesina che è in lui gli prende un po’ la mano: come nella ineguagliata missione commerciale in Mozambico dell’agosto 2014, dove non solo le imprese italiane rimasero soddisfattissime, ma il non ancora ambasciatore si spinse addirittura a mediare tra governo e ribelli della Renamo.
«Gli italiani sono stati decisivi per l’accordo di pace raggiunto in Mozambico tra il governo e i ribelli», disse all’epoca Renzi, e da lì nasce l’innamoramento per l'ambasciatore dei Parioli.
«Calenda è andato in moto nella foresta per incontrare gli esponenti dei ribelli», raccontò il premier in conferenza stampa.
AMBASCIATORE VERO. Fu naturalmente un successo, da ambasciatore vero seppur non di carriera. C’è anche una foto, lui trasportato su una motoretta, a Maputo, coi jeans, il blazer e gli occhiali da sole in mezzo alla sterpaglia: con una faccia un po’ perplessa, tipo «quanto manca per piazza delle Muse?».


Twitter @michimas

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