Fabiana Giacomotti

LA MODA CHE CAMBIA

Cercasi viceministro per moda e made in Italy

Calenda lascia un'eredità ingombrante. E serve un successore che sia all'altezza.

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24 Gennaio 2016

Antonio Gentile.

(© Imagoeconomica) Antonio Gentile.

Al momento, i nomi più accreditati per la sostituzione di Carlo Calenda nella carica di viceministro dello sviluppo Economico con delega sulle manifestazioni del made in Italy e cioè sulla moda e le nostre eccellenze da esportazione sono l’ex governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani, il sottosegretario al Tesoro Enrico Zanetti e il senatore Ncd Antonio Gentile.
GENTILE, PASSATO POCO LIMPIDO. Quest’ultimo, nominato sottosegretario alle infrastrutture dal governo Renzi sotto il fuoco incrociato di tutti i direttori dei quotidiani nazionali dell’epoca, da Ferruccio de Bortoli a Mario Calabresi, Ezio Mauro e Roberto Napoletano che ne avevano chiesto la revoca, nel marzo del 2014 rassegnò le dimissioni con l’accusa di aver esercitato pressioni sul quotidiano L’Ora della Calabria perché non venisse divulgata la notizia dell’inchiesta in cui era coinvolto il figlio, indagato per abuso di ufficio.
Lì per lì, si disse che il suo protettore, il ministro dell’Interno Angelino Alfano, lo avesse abbandonato, ma forse non era così perché oggi, ad animi pacificati e a inchiesta conclusa come spesso succede in questo disgraziato Paese, e cioè per archiviazione, il nome di Gentile è tornato a circolare insistentemente nei corridoi di via Veneto che, peraltro, aveva già percorso nel 2011 con la stessa carica e nella stessa veste alla quale adesso dovrebbe essere ri-chiamato.
CALENDA, UN GRANDE LAVORO. Con una differenza, però. E quella differenza risiede non solo nella figura del ministro, che è una signora di polso e di belle maniere come Federica Guidi, ma anche in quella del suo predecessore, il 40enne Calenda appena nominato rappresentante dell’Italia a Bruxelles, che a dispetto della parlantina 'mentaniana' e di un evidente rampantismo che nell’Italia dell’umiltà esibita è visto come il più esecrabile dei vizi, per il made in Italy e per la sua rappresentazione fuori dai confini ha fatto molto. Più di quanto avesse fatto chiunque fino ad oggi.
Imponendo ordine e direttive molto precise alle realtà fieristiche, ha messo per esempio d’accordo due realtà contigue ma in concorrenza diretta e non troppo amicale come Vicenzaoro e OroArezzo. Ha sostenuto le nostre più importanti manifestazioni all’estero, da Micam ad, ancora, Vicenzaoro a Dubai, facendo loro perdere quel sentore di sagra paesana e di scampagnata per politici di terza fila con amante cotonata al seguito che le ha caratterizzate per decenni.
E QUALCHE SCIVOLONE. Poi, certo, come molti manager di grandi obiettivi e risorse temporali limitate, anche Calenda ha fatto qualche scivolone: i presidenti delle principali manifestazioni fieristiche della moda accessori milanese ricordano con molto divertimento la prima riunione del board della moda del dicembre 2015, quando, invitati a «unire le forze» in un’unica manifestazione, furono costretti a dimostrargli, cartine e piani logistici alla mano, come la Fiera di Rho non fosse sufficiente a contenerli tutti, evidenza per la quale sarebbe bastata una segretaria con una calcolatrice e non il raffinato studio di Boston Consulting Group prodotto ad hoc e sventolato all’assemblea.

Educazione, cultura e conoscenza dell'inglese

Carlo Calenda, viceministro uscento allo Sviluppo economico.

(© Ansa) Carlo Calenda, viceministro uscento allo Sviluppo economico.

Ma Calenda aveva, ha, qualcosa che di certo per tutto il commercio estero, ma soprattutto per il sistema della moda è essenziale, e che ha rappresentato la chiave del suo successo presso le aziende del made in ben più di quanto abbiano fatto i 36 milioni di euro all’anno promessi, e in parte già assegnati, dal 2015 al 2018.
Innanzitutto, parla bene inglese quando la politica italiana, nella stragrande maggioranza dei casi, fatica ad abbandonare il vernacolo delle proprie origini. Ha educazione. Cultura. Savoir vivre.
UNA RETE DI RELAZIONI DATA DALLA FAMIGLIA. Vanta una rete di relazioni internazionali che gli viene dalla famiglia e che, spiace ricordarlo, ma in certi ruoli è discriminante positiva. Sa che all’ingresso di una signora in una stanza ci si alza, che non si sventola il dito sotto il naso dell’interlocutore per meglio puntualizzare i concetti, che la sera ci si cambia la camicia e il completo e che questo, giusto per citare Il Gattopardo e l’orripilante frac di don Calogero Sedara, non ha le punte che guardano verso il cielo in muta supplica.
Come si diceva una volta, Calenda e un piccolo manipolo di tecnocrati come lui, al momento tutto concentrato proprio nel ministero dello Sviluppo Economico, sa 'come si sta al mondo', che è caratteristica fondamentale per portare nel mondo il proprio Paese.
MODA E MADE IN HANNO RILANCIATO L'ITALIA. Non a caso, per anni, le grandi famiglie della moda, gli amministratori delegati delle grandi fiere hanno agito da soli, tenendosi lontani dalla politica, rinunciando a finanziamenti anche cospicui pur di evitare certe contiguità. Non esiste un ambiente più formale, rigido, snob ed esclusivo di quello che ruota attorno all’ambiente della moda. Ma è l’ambiente della moda, del design, del food di eccellenza ad aver permesso di ribaltare l’immagine del nostro Paese dopo gli anni della famigerata copertina di Der Spiegel. Sono state le passerelle di Giorgio Armani, le scarpe di Ferragamo, i piatti di Carlo Cracco, i nostri giovanissimi artigiani di eccellenza come Benedetta Bruzziches o Barbara Bonner ad ammantare di un velo di eccellenza la burocrazia asfissiante, i servizi mediocri, la sporcizia delle nostre città, a farci perdonare tutto dai milioni di turisti che vogliono, assolutamente, visitare il nostro Paese e godere della Pietà Rondanini quanto di via Montenapoleone.
L’arrivo di Calenda aveva rappresentato un deciso cambio di marcia rispetto a ogni passato. Contiamo che la nuova nomina non inceppi un processo virtuoso appena iniziato.

 

Twitter @FGiacomotti

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