Lia Celi

SPIRITO ASPRO

Fo-Benigni, due litiganti in un Paese vecchio bacucco

Il Nobel rimprovera l'Oscar di opportunismo. Solo in Italia i 90enni lottano con gli over 60.

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20 Febbraio 2016

Dario Fo e Roberto Benigni.

(© GettyImages) Dario Fo e Roberto Benigni.

Fo contro Benigni.
Ovvero, Nobel contro Oscar.
Artista incoronato a Stoccolma come benefattore dell'umanità contro fool toscano adottato da Hollywood e forse contaminato dal red carpet.
PAESE PIÙ LONGEVO. Si potrebbe dire padre contro figlio, se le loro età non fossero più da bisnonno e nonno, ma sono cose che succedono nel Paese più longevo del mondo: i conflitti generazionali, annullati fra i baby boomers e i loro figli uniti dalla paura di diventare grandi e da un sacco di altre paure, scoppiano fra novantenni e ultrasessantenni - le ultime due generazioni divise da un vissuto non condivisibile, un muro biografico non valicabile (il fascismo, la guerra, le grandezze e le miserie del Dopoguerra), gli italiani che nel 1968 varcavano la mezza età e quelli che si affacciavano alla vita con grande e fecondo casino.
PARTI RIBALTATE. Ma - altra bizzarria di un Paese vecchio bacucco - le parti sono ribaltate: sulla poltrona dal look dentistico di Reputescion è un indomabile matusalemme a rimproverare al figlio, ormai in età pensionabile, di essersi «seduto».
Il rapporto di paternità non è solo simbolico.
Artisticamente Roberto Benigni è davvero figlio di Dario Fo e della sua indimenticata compagna, Franca Rame, come lo sono la maggior parte degli attori italiani fioriti dagli Anni 70 in poi, nel culto dell'improvvisazione, dell'affabulazione, della fisicità, della satira acre e sovversiva, del richiamo alle radici nobilissime e plebee della Commedia dell'Arte.
L'EREDE AL TRONO? NO. Anzi, di quella discendenza Benigni è il più alto e fortunato rappresentante, ma non l'erede al trono, o non più.
Un po' perché il trono è ancora saldamente occupato dal re, vedovo e venerando ma più pimpante che mai, un po' perché l'erede è stato pubblicamente ripudiato, ancorché con parole pacate e gentili: «Per lui ho sempre avuto un grosso affetto, ma ultimamente non riesco più a seguirlo, dice e stradice, ti mette in imbarazzo, è molto cambiato rispetto alle origini».
Scanzi faceva il suo mestiere di metti-male e cercava di estorcere a Jean Padan una diagnosi spietata del mistero non tanto buffo: Benigni non è più un ribelle? Non sa fare più satira?
ACCUSA DI OPPORTUNISMO. Ma Fo ha cesellato una circonlocuzione che, nella sua cautela, è risultata più crudele di un anatema: il premio Oscar «si adatta al meglio da ciò che può ricavare da un atteggiamento o una definizione politica o sociale».
Insomma, è diventato un opportunista, un abile camaleonte, uno Zelig buono per tutte le stagioni, purché in prima serata su RaiUno.
L'eroe di Berlinguer ti voglio bene ha sostituito al nome del leader comunista una fila di puntini da riempire a seconda delle epoche e delle occasioni: Craxi, Baudo, Carrà, Berlusconi, Dante Alighieri, Renzi, vi voglio bene.
SARÀ L'ETÀ CHE AVANZA. Sono tutti da baciare, prendere in braccio, palpeggiare con l'entusiasmo festoso di un cagnolone sterilizzato - perché l'esuberanza sboccata e provocatoriamente faunesca degli anni verdi ha lasciato il posto a una perpetua giovialità quasi asessuata, un po' da prete di campagna, tanto più che, sarà l'età che avanza, sarà il sovradosaggio di Divina Commedia, qualche accenno al Padreterno non manca mai.
Non è facile invecchiare in un Paese in cui ci sono tanti vecchi.
Interpretare il ruolo del saggio patriarca era una bazzecola quando il Tristo mietitore ci dava dentro con gli over-70 e gli ottuagenari venivano considerati depositari di profondo sapere solo per il fatto di essere miracolosamente arrivati a quell'età.
I novantenni, poi, nemmeno parlavano, guardavano già il mondo dall'altra riva, con gli occhi ottenebrati dalla cataratta e l'elusivo sorriso di una bocca ormai senza più labbra né denti.
INSIEME SUPERANO I 150 ANNI. Nell'Italia dei centenari che fanno il salto in lungo e vanno a Sanremo, un novantenne illustre come Fo può ancora permettersi qualche malignità da cinquantenne ancora lontano dalla rosico-pausa contro un collega più giovane di vent'anni, ma già intrombonito.
Inutile sperare in un catfight fra avversari che insieme superano i 150 anni: se Benigni prendesse in braccio Fo non sarebbe certo per fargli uno smackdown, ma per cullarlo con tanto amore e qualche crac alla schiena.
E recitandogli «amor ch'a nullo amato amar perdona», possibilmente in presenza di un inviato del Tg1.


Twitter @LiaCeli

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