Mario Margiocco

BASSA MAREA

L'Europa va cambiata, ma non cancellata

In un contesto instabile spiccano i localismi. Ma l'Ue va preservata.

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15 Gennaio 2016

L'esterno del Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue.

L'esterno del Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue.

Alle classiche divisioni fra destra e sinistra si sono aggiunte da qualche anno in Europa soprattutto quelle fra continuità e cambiamento.
Le differenze fra destra e sinistra, dove si intende conservatori e progressisti e non le reciproche frange estreme, sono sempre meno nette, fenomeno ambiguo perché è inevitabile quasi caratterialmente una differenza fra chi ritiene di poter cambiare con le leggi la società (sinistra) e chi ritiene che i cambiamenti se necessari debbano essere ben più profondi e la legge non basta (destra).
LA PAURA FA URLARE AL CAMBIAMENTO. In tempi economicamente difficili, politicamente confusi, socialmente instabili, sotto la pressione di un fenomeno migratorio da Sud e da Sud Est che appare di dimensioni inusitate, e di una radicalizzazione islamica all’attacco, è comprensibile che la sola invocazione del cambiamento abbia più successo, apparentemente, della fedeltà al continuismo.
Soprattutto in un continente che, a partire da 225 anni fa , ha inventato o quasi (c’era stato il 1776 americano) le rivoluzioni moderne, ne ha applicato due gigantesche, quella francese e quella bolscevica, sia pure quest’ultima ai suoi margini geografici, e ha ancora per la parola rivoluzione, adattatasi per necessità e per gli insuccessi precedenti alla dimensione riduttiva del cambiamento, un debole nel cuore.
GIUSTO CAMBIARE, MA NON TUTTO. Il cervello ci dice tuttavia che è giusto cambiare, a volte anche molto, ma occorre sapere che cosa va cambiato perché è razionalmente impossibile che sia tutto da cambiare, il che equivarrebbe alla ben nota teoria di Tancredi Falconeri ne Il gattopardo, «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».

Il pericolo dei nazionalismi e localismi

Le bandiere del Regno Unito e dell'Unione Europea.

(© Getty Images) Le bandiere del Regno Unito e dell'Unione Europea.

Il tema è vastissimo, tocca le nuove formazioni politiche europee in Italia, Francia, Spagna e anche nell’Europa del Nord, non esclude il rilanciato secessionismo britannico dall’Europa di Bruxelles (e dall’Europa continentale in genere) anche se questo ha radici sue storiche isolane e tenaci, e va oltre la politica.
Si lega alla riscoperta della nazione, del localismo, delle culture e di tutto quanto fa nel nostro caso europeo la nostra forza e la nostra debolezza.
DA SOLE LE CULTURE LOCALI ANNEGANO. Le culture locali sono sacrosante e fondamentali, ma da sole annegano, nel mondo così come si è andato evolvendo da molti decenni ormai. E annegano perché non avrebbero più i mezzi, per quanto molti falsi profeti dicano il contrario («usciamo dall’euro, l’euro ci soffoca, riconquistiamo le libertà, questo è un eurolager») per consentirsi quella ricchezza che sono le particolarità europee.
Purtroppo a scuola si impara sempre peggio la Storia che è, dell’Europa di oggi, la migliore spiegazione e insieme vergogna e vanto.
ANCHE IL VATICANO CONTRO L'EUROPA. E purtroppo da alcuni anni persino il Vaticano, a fronte di chiese sempre più vuote in Europa e di parrocchie sempre più mandate avanti da preti dell’Est (polacchi), africani, asiatici e sudamericani, parla incautamente troppo male di quell’Europa che ritiene ormai laica, senza fede, consumista (lo stesso vale per quella variante europea che è il Nord America).
Invece spesso l’Europa, anche quando dichiaratemente atea, è cresciuta comunque, anche senza saperlo, sulle ginocchia dei principii cristiani e quando la Chiesa dice il giusto non sempre chiude le orecchie. Il consumismo per quanto detestabile immorale e arido non è né il nazismo né il comunismo sovietico.

Due guerre e una dittatura, ma anche 70 anni di pace

Il parlamento Ue al lavoro.

(© GettyImages) Il parlamento Ue al lavoro.

La vergogna dell’Europa moderna sono due guerre fratricide e suicide, le peggiori della Storia come massacri, molti capitoli del colonialismo (non tutti, perché per dare un minuscolo esempio nostrano l’unica ferrovia che funziona in Eritrea è la Massaua-Asmara e l’hanno fatta gli italiani come Massaua-Bishia e usa ancora gloriose locomotive Breda costruite a Milano e Ansaldo fatte a Genova), varie dittature tra cui la peggiore, quella nazista e molto altro ancora.
UN'AREA DI LIBERTÀ CON POCHI CONFRONTI. Il vanto, per restare ai tempi recenti, sono 70 anni di pace che non è poco per il piccolo continente più sanguinario del mondo, dagli inizi dell’era moderna al 1945. E il vanto è l’aver costruito un’area di libertà con pochi confronti, sulle ceneri di brutte dittature a volte, e uno stato sociale senza uguali per generosità, nonostante le sue pecche.
Parliamo pure male dell’Europa se serve di stimolo. Parliamo male della sua burocrazia di Bruxelles ricca di imboscati, non accontentiamoci di un’Europa che fa sempre fatica a parlare con meno cacofonia.
Ma stiamo attenti alle sirene del nazionalismo, che poi se ci guardiamo attorno, in Francia come in Olanda, in Italia come in Gran Bretagna, in Germania come in Polonia, sono sempre le stesse: il mito nella nazione, risolutrice di tutti i problemi, in chi parla la mia lingua, in coloro i cui meccanismi mentali mi sono noti, e di cui mi è leggibile il pensiero.
Ma è spesso un pensiero debole, quello nazionalista, soprattutto oggi, troppo esposto a diventare con un passo quel patriottismo a tutti i costi che, oltre a essere un insulto alle infinite sofferenze della interminabile patriottarda storia europea, è come già diceva il Dr. Johnson due secoli e mezzo fa, il rifugio di tutte le canaglie.
LA CHIESA DOVREBBE PARLARE MEGLIO DELL'EUROPA. Chi scrive non è un particolare esperto di Chiesa cattolica e forse sbaglia quando trova certe critiche cattoliche all’Europa, laica atea e poco misericordiosa (ma non lo sanno che la Ue è il più grande donatore da decenni per gli affamati e diseredatiti di tutto il mondo?) un po’ fuori le righe.
Ma ogni tanto viene il sospetto che di questa Europa, e della sua variante nord americana, la Chiesa farebbe bene a parlare un po’ meglio, o meno peggio.
Senza Chiesa cattolica l’Europa sopravvive, sarebbe una brutta perdita, ma l’insegnamento ormai è stato dato. Senza Europa la Chiesa cattolica perde il suo centro – e non basta dire che non lo è più perché le vocazioni e le conversioni sono altrove – perde la sua cultura che è greco-romana alla base, perde la sua identità e rischia una proliferazione di riti e centri sempre più slegati.
Certo, ci sono teologi che al solo parlare di greco-romano si segnano con terrore, dimenticando forse che la croce è romana. Ma ad ogni grande religione organizzata la sua Mecca. Per questo la Roma vaticana, per quanto da ripulire e riformare, non ha alternative. Anche questa è Europa.

 

Twitter @MarioMargiocco

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