Carlo Panella

Libia, Italia in guerra su pressing di Parigi e Londra

Intervento militare in Libia ormai alle porte. Roma è in prima fila. Su insistenza di Inghilterra e Francia. Che però ci vogliono emarginare. Per avere mano libera.

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13 Gennaio 2016

I rappresentanti delle diverse fazioni libiche alla firma dell'intesa in Marocco (Getty).

(© Getty Images) I rappresentanti delle diverse fazioni libiche alla firma dell'intesa in Marocco (Getty).

L’Italia interverrà militarmente contro l’Isis in Libia da qui a poche settimane, su richiesta – il particolare non è secondario - di un governo libico assolutamente legittimo sul piano formale, ma altrettanto assolutamente non rappresentativo.
Questo lo scenario che incombe – non usiamo il termine a caso - sul governo italiano che ormai sa bene di non avere altre alternative e che è peraltro non poco infastidito dalle pressioni avventuristiche in senso militarista che vengono da Parigi e Londra.
Inghilterra e Francia infatti, prime responsabili della disastrosa guerra del 2011 e poi dell’abbandono a se stessa della Libia acefala, sono di nuovo vogliose di “flettere i muscoli”, più per ragioni di politica interna che per un calcolo strategico serio.
L'ISIS CONTA OLTRE 3 MILA MILIZIANI. Tra Scilla e Cariddi e con il mare a forza 10: l’immagine è stantia, ma rende bene la navigazione che il governo italiano tenta di condurre con onore nel mare delle ultime, frenetiche evoluzioni della crisi della Libia. 
Da una parte, l’ovvia conseguenza del protrarsi oltre ogni ragionevolezza delle tensioni, guerre, piccolezze e cupidigie di tutti – non uno escluso - i protagonisti libici della crisi: l’Isis nell’arco di un anno è diventato forte, controlla 400 chilometri di costa e sta sviluppando una pericolosissima offensiva militare verso i terminali petroliferi.
Ormai la stima di 3.500 miliziani ai suoi ordini sul suolo libico appare realistica, così come la chiamata di centinaia di altri miliziani dal Maghreb, mentre esercita una forte pressione militare sui terminali petroliferi di Mellitah, di Ras Lanouf e su altri non meno importanti.
FRANCIA E INGHILTERRA VOGLIONO EMARGINARE ROMA. Dall’altra parte, Francia e Inghilterra premono per ragioni di politica interna – e per emarginare la leadership italiana - per effettuare spettacolari interventi militari vuoi dall’aria, vuoi di commandos di terra (già sul posto, da settimane, anche se con contingenti ridotti).
A fronte di queste due pressioni estremiste, Marco Minniti, Giampiero Massolo e Paolo Gentiloni tentano non solo di tenere dritta la barra del timone per non sfracellarsi sugli scogli, ma anche di elaborare strategia e tattica che cessino di posporre il contrasto all’Isis alla formazione di un nuovo governo libico che chieda formalmente un intervento militare.
Questo è il tallone di Achille di tutta la crisi libica: l’Onu continua a seguire pedissequamente i propri criteri formali di legalità internazionale. I protocolli onusiani infatti, definiti 60 anni fa – il fatto è indicativo - legittimano un intervento militare straniero sul territorio libico solo su richiesta del governo legittimo. Unica eccezione “creativa”: l’intervento richiesto da ragioni “umanitarie”, dicitura ambigua che ha provocato peraltro non pochi disastri.

Tripoli debole e senza autorità sul territorio

L'Isis è presente in Libia da circa un anno.

L'Isis è presente in Libia da circa un anno.

Il punto è che questo “governo libico legittimo” è peggio dell’Araba Fenice. È solo intento a bruciarsi in continuazione e a risorgere dalle proprie ceneri e non fa quello che dovrebbe essere nella sua natura: volare, governare.
Il risultato di questa logica Onu è sotto gli occhi di tutti: nonostante il recente accordo “storico” di Skhirat voluto dalle Nazioni unite (e nato essenzialmente grazie al ruolo giocato dall’Italia e dal Marocco), il premier designato Fayez al Sarraj dà il chiaro segno di non essere ancora in grado di formare un esecutivo di unità nazionale.
GOVERNO LIBICO SENZA LEADERSHIP. La rocambolesca fuga in elicottero di Serraj da Zlitan dei giorni scorsi, dopo che era sfuggito a due attentati, e il fatto che sia costretto a risiedere a Tunisi, pena un quasi certo martirio involontario, sono fatti indicativi della sua intrinseca, assoluta, debolezza politica e insufficienza di leadership.
D’altronde, a quasi un mese dallo “storico accordo”, né il parlamento di Tobruk, né quello di Tripoli hanno ancora omologato con un voto formale l’intesa (a Tobruk non si è mai raggiunto il numero legale per iniziare la discussione).
Il governo italiano però, così come l’inviato dell’Onu Martin Kobler, aveva e ha ben chiara questa intrinseca debolezza di al Sarraj, che discende dalla fragilità dell’accordo di Skhirat. Ma non ha mai pensato di poter avere un nuovo governo libico fortemente rappresentativo. L’obiettivo è semplicemente quello di ottenere un risultato minimo, o meglio, più che minimo, se si può dire.
Per Roma – e per l’inviato Onu Martin Kobler - è sufficiente che si formi un qualche esecutivo, con le caselle riempite, i cui esponenti non si sparino per interposte milizie il giorno dopo.
A quel punto, questo esecutivo non potrà che chiedere, pena il suo immediato suicidio, non già un intervento militare massiccio in Libia, ma azioni mirate di difesa, vuoi dei terminali e dei campi petroliferi sotto attacco dell’Isis, vuoi delle sue roccaforti più insidiose.
VERSO RAID ITALIANI RAPIDI E MIRATI. Azioni che il nostro Stato Maggiore sta già progettando con gli alleati della Forza Multinazionale già dispiegata nel Golfo della Sirte, con una tattica di dispiegamento rapido di commandos non già dislocati sul suolo libico, ma con rapide incursioni dal mare, con blitz a terra e ritorno il più rapido possibile a bordo, a partire dalla flotta internazionale già dispiegata lungo le coste libiche, che verrà incrementata nelle prossime settimane, con l’ovvio ausilio dell’aviazione e soprattutto degli elicotteri.
A questo lavorano la nostra diplomazia e i nostri Servizi.
Di questa road map Renzi ha discusso martedì 12 gennaio nel vertice di Palazzo Chigi con Marco Minniti, Giampaolo Massolo, Paolo Gentiloni e i vertici della sicurezza. E da questa riunione è venuto anche un discreto e diplomatico avvertimento ai troppo irruenti alleati francesi e inglesi.
Il comando militare delle operazioni in Libia è di fatto stato assegnato dall’Onu nell’ottobre scorso al generale Paolo Serra, al momento con la funzione di “consigliere militare”.
Un punto di forza che permette di esercitare una certa moral suasion sia su Parigi e Londra sia sui riottosi interlocutori libici.
Partita dunque difficile, navigazione procellosa.
Ma non senza possibilità di successo.

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Canoi 14/gen/2016 | 14 :17

Andare in Libia con un corpo di peacekeeping ovvero di spedizione su richiesta di uno Stato amico è una assoluta necessità per noi, per la Libia, per la politica mediterranea e gli Stati che si affacciano ed anche per EU. E' già stato detto più volte che, purtroppo, la nostra politica estera e i nostri Governi su questi argomenti sono penosi. Penso che ci andremo perché ci stanno spingendo da tutte le parti e ci andremo male: senza preparazione interna, a casa nostra, senza preparazione esterna, cosa fare, contro cosa e contro chi. Per entrare in Libia bisogna non solo parlare con EU USA e GB ma anche Israele, Egitto, Russia, a questi vanno presentati progetto, programmi per dopo, forze e interlocutori. Un lavoro enorme che il bischero non ha alcuna intenzione di fare perché non porta voti nell'immediato. Lo dice chiaro New Zealand ma non lo dice Panella che racconta la favola di Francia e GB che ci spingono dentro ma in realtà vogliono metterci fuori.

new zealand 14/gen/2016 | 12 :14

Andare in Libia a fare che?
se l'intervento avrà finalità di politica interna, si strutturerà in qualche raid e qualche azione di commandos. Non so se porterà voti, ma non servirà a nulla. Se si vuole controllare il territorio servono uomini e mezzi, servono le brigate di fanteria, come in Iraq e Afghanistan, e vanno ipotizzati tempi lunghi. Ma un'intervento consistente costa molto ed espone a rischi di perdite umane, che fanno perdere voti. Sinceramente ho forti dubbi che gli europei siano pronti politicamente ed economicamente x sbarcare in Libia.

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