Francesca Guinand

MUM AT WORK

Madri stagiste a 50 anni, una vergogna all'italiana

Nella storia di Patrizia, tutta l'inadeguatezza del nostro welfare. Che ricade anche su figli e mariti.

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02 Gennaio 2016

Patrizia ha 56 anni, tre figli, un marito.
Ha lavorato per 23 anni e, dopo aver perso il lavoro nel 2008, ha trovato solo uno stage.
Ma perché accettare un tirocinio alla sua età? «Non avevo scelta, essendo iscritta alle liste di collocamento ero obbligata. E inizialmente ero anche contenta: nel 2008 avevo 51 anni, e dopo una vita passata in ufficio non potevo credere che all’improvviso non ero più utile alla società. Per me alzarmi la mattina e andare in Tribunale a lavorare era bellissimo», racconta Patrizia a Lettera43.it.
SALARIO DI 250 EURO AL MESE. Bellissimo, anche se guadagnava cifre irrisorie: 250 euro al mese. Bellissimo, anche se questi tirocini formativi non sono spendibili nel mondo del lavoro “vero”, quello retribuito dignitosamente, perché Patrizia con altre 3.700 persone in tutta Italia è stata inserita in un progetto rivolto agli “over” in mobilità, ma hanno pensato bene di collocarli in Tribunali e uffici del protocollo.
«Ad un privato come può interessare quest’esperienza?», si chiede Patrizia. «L’istituto ospitante è stato sbagliato, perché negli enti pubblici si può lavorare solo dopo aver vinto un concorso pubblico. La verità è che noi abbiamo sopperito ad una mancanza di personale dei Tribunali», nei quali mancano circa 9 mila dipendenti.
DISOCCUPATA E DEPRESSA. Patrizia è una di quelle mamme che nel Anni 80 e 90 si sono messe alla prova tra lavoro e famiglia: «Con tre figli da crescere ho scelto il part time, tenevo l’amministrazione contabile per uno studio di commercialisti. La mattina accompagnavo i tre a scuola, poi andavo in ufficio. Finito di lavorare avevo mezz’ora libera, nella quale facevo la spesa. Poi riprendevo i piccoli e andavamo a mangiare a casa. Nel pomeriggio i compiti e le faccende domestiche. Sono stati anni di sacrifici, ma ho avuto anche delle belle soddisfazioni: sempre bei voti a scuola e tanta serenità a casa».
Ma poi nel 2008 Patrizia perde l’impiego e arriva la depressione.
La dignità e la fatica di tanti anni impegnati a “conciliare” spazzati via.
LA CHIAMATA PER LO STAGE. Poi dall’ufficio di collocamento arriva l’opportunità dello stage in Tribunale, i soldi sono pochi «ma avevo di nuovo la mia dignità di mamma e lavoratrice. I miei figli erano contenti, perché, anche se era solo uno stage, non ero a casa a deprimermi».
Anche se i dubbi sulle scelte lavorative del tempo ridotto le vengono quando fa un test sul sito dell’Inps e scopre che la sua pensione sarà inferiore a quella sociale.
Uno smacco per una che si è affaticata tra figli e ufficio e che, senza aiuti e senza welfare, ha fatto quadrare i conti e ha portato avanti una famiglia per una vita.
L'APPELLO ALLA COMUNITÀ EUROPEA. Nella storia di Patrizia è lampante che il conto dell’assenza di welfare e di cultura di un mondo del lavoro al maschile lo pagano le mamme lavoratrici. E non conviene nemmeno agli uomini questa “debolezza” tutta femminile: una pensione vera sarebbe un sostegno anche per il marito di Patrizia e per tutta la sua famiglia.
Per lui che «ha dovuto cercare un secondo lavoro, per far fronte alla difficoltà nelle quali siamo incappati dopo la perdita del mio. Per esempio abbiamo dovuto dire ai due figli che ancora vanno all’università che forse non saremmo riusciti a pagare la retta».
Patrizia con i suoi colleghi d sventura si è rivolta alla comunità europea e a testate giornalistiche online come la Repubblica degli Stagisti per denunciare questa emergenza. «Oggi sto aspettando una risposta e sono casa dal primo maggio», conclude. «Spero che qualcosa si sblocchi nelle prime settimane del 2016».

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