Francesca Guinand

MUM AT WORK

Noi madri italiane siamo le più infelici d'Europa

Le ricerche ci inchiodano. Ma con smart working e telelavoro possiamo realizzarci.

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20 Febbraio 2016

Uno spazio bebè dove genitori possono lavorare con accanto i figli.

(© Piano C) Uno spazio bebè dove genitori possono lavorare con accanto i figli.

Cos’è la felicità?
Noi, #mumatwork italiane, non lo sappiamo.
Lo conferma una recentissima statistica europea. Siamo, purtroppo, le più infelici.
Da un lato gli studi della Harvard Business School rassicurano le lavoratrici che il loro tempo fuori casa non danneggia la prole, ma anzi, porta loro benefici in termini di equilibrio, carriera futura e leadership.
Dall’altro la ricerca Benessere e fecondità (Swellfer), finanziata dal Consiglio europeo della ricerca, fotografa madri infelici e padri, al contrario, più felici (degli uomini senza figli).
Insomma, abbiamo partner soddisfatti e stimoliamo i nostri bambini che capiscono così «tutte le opportunità che offre la vita», come hanno spiegato da Harvard.
Ma noi arranchiamo, stentiamo. Perché?
LA RICERCA DELL'EQUILIBRIO. Riccarda Zezza, fondatrice di Piano C e docente in diverse università, riflette con Lettera43.it: «Sono le donne che devono decidere di essere felici e devono lottare per conquistarla, questa felicità. Devono fare spazio al desiderio di equilibrio e benessere e, immediatamente, dirsi cos’è. Felicità non è accettare supinamente quello che ci dicono gli altri. Le donne possono avere tutto, ma chi ha detto cos’è tutto? Di solito ci siamo sentite raccontare una storia declinata al maschile. Invece la nostra storia è tutta da scrivere».
Come se fossimo all’inizio di una nuova era.
SCEGLIERE COSA CI RENDE FELICI. Siamo noi donne, mamme, lavoratrici che dobbiamo decidere, scegliere, capire cosa ci rende felici e cosa vogliamo per la nostra vita.
Banale? Assolutamente no.
Perché «dobbiamo mettere in discussione il modello esistente. Se mi parli di potere io non mi eccito e nemmeno se mi offri una macchina più grande per l’avanzamento di carriera. Questi simboli appartengono agli uomini, sono la storia scritta da qualcun altro».
Non è il racconto né la felicità delle donne.
SOLO IL 46,8% DELLE DONNE LAVORA. Poi arrivano i numeri, che pesano come macigni.
Soprattutto quando descrivono una realtà difficile per quelle poche che vogliono tenersi stretto il posto di lavoro: in Italia lavora il 46,8% delle donne in età attiva.
Una su quattro viene licenziata dopo il parto. Come se non importasse.
Come se giocassimo a non-vedo, non-sento, non-parlo quando vengono pubblicati dati significativi, come quello della Banca d’Italia (ormai del 2007): se in Italia lavorasse il 60% delle donne, il Pil crescerebbe del 7%.

La prima generazione di madri e (aspiranti) donne in carriera

Riccarda Zezza, fondatrice di Piano C, docente in università e scrittrice.

Riccarda Zezza, fondatrice di Piano C, docente in università e scrittrice.

«Io sono una madre-lavoratrice felice, sì», dice Zezza.
«I miei due figli vedono una persona serena e soddisfatta di sé. Io gli racconto e li coinvolgo in quello che possono capire del mio lavoro e secondo me stanno ricevendo un modello positivo».
L’autrice di Maternity as a master poi continua: «Sicuramente quello che manca in Italia sono i modelli, siamo le prime generazioni che, da madri, cercano anche di realizzarsi nella carriera. E manca il welfare».
Oltre a una cultura che metta la donna pari livello dell’uomo, sia in casa sia al lavoro.
UN CIRCOLO VIRTUOSO. «Noi sentiamo la maternità come una veste predefinita, totalizzante per la donna. Invece una mamma che lavora potenzialmente è più felice di una casalinga, che ha solo una dimensione. Quella che lavora prende equilibrio da entrambi i campi d’azione della sua vita: dalla famiglie e dal lavoro e riporta serenità a ciascuno. Si crea un circolo virtuoso».
I DANNI DEL BERLUSCONISMO. Ma questo modello non è ancora affermato: «In Italia siamo fermi a due icone di donna. La mamma protettrice del focolare e la donna sexy, prodotto di 20 anni di berlusconismo. Stop».
E i padri? «L’uomo quando non è padre lavora e basta, ha un solo ruolo. Tutte le persone che hanno un campo d’azione solo fanno più fatica a trovare un equilibrio. La donna che ha più ruoli non riesce a gestirli in armonia, ma in conflitto. Diciamocelo, in Italia la maternità sul lavoro è un casino».
Zezza sottolinea l’importanza del trarre felicità e soddisfazione da più ruoli «è questo il fatto nuovo».
Ma come si fa?

La soluzione? Elasticità e sperimentazione: come nel Nord Europa

Tra i vantaggi dello smart working c'è anche l'aumento della produttività da parte dei dipendenti.

Tra i vantaggi dello smart working c'è anche l'aumento della produttività da parte dei dipendenti.

Smart working e telelavoro possono essere come un Piano C per le italiane che vogliono lavorare.
Perché creano elasticità nelle tempistiche quotidiane di una #mumatwork.
Poi c’è sempre l’esempio del Nord Europa.
GIORNATA DI 6 ORE. Dove «stanno sperimentando la giornata lavorativa di 6 ore. Non part time, ma full time. Ormai è appurato che la produttività con l’allungarsi della giornata lavorativa scende. Poi ci sono mestieri, come quello intellettuale, che non può essere misurato con il tempo», riflette l’esperta.
«Quando faccio le lezioni nelle multinazionali sulla rottura degli stereotipi partecipano in numero uguale uomini e donne, tutti manager. Quando dico “fai conto che questo stereotipo non esiste”, l’uomo produce idee più libere. Ha idee più forti, dirompenti. Noi donne invece non siamo abituate, storicamente, a pensare da libere».
DONNE ''SCHIACCIATE''. Come se fossero ''schiacciate'': «Se chiedo “sentitevi libere”, non ce la fanno».
La ricetta? «Modelli positivi, welfare “alla nordica” e raccontare una storia al femminile».
Ora non ci resta decidere cosa sia per noi la felicità. E realizzarla.


Twitter @francesca_gui

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