Lia Celi

SPIRITO ASPRO

Regeni e Varani sono vittime dello stesso Male

Una crudeltà libidinosa alberga insospettabile in tanti esseri umani. E aspetta solo l'occasione per scagliarsi sulla sua preda indifesa. Che sia un giovane ricercatore o un ragazzo in cerca di una serata diversa.

di

|

12 Marzo 2016

Giulio Regeni.

(© Ansa) Giulio Regeni.

Due ragazzi, 28 e 23 anni, morti sotto tortura, nel giro di un mese.
Uno friulano, l'altro romano di origini slave.
Entrambi morti in situazioni torbide per ragioni non ancora del tutto chiarite.
Per conoscere la verità sulla morte del primo si sono attivate Amnesty International e l'Ue, sulla fine del secondo per sputare pregiudizi spacciandoli per verità si sono levati, come un sol omofobo, Mario Adinolfi e Carlo Giovanardi.
LE INSINUAZIONI DELL'EGITTO. Del resto anche per l'omicidio di Giulio Regeni - perché è lui il primo dei due ragazzi morti - gli egiziani all'inizio buttarono lì la pista delle «amicizie equivoche». Certo, come no, ce lo vediamo proprio il povero Giulio, figlio della «generazione-Internazionale» colta, idealista e cittadina del mondo, nei panni del giovane decadente occidentale pervertito che va a caccia di emozioni forte nelle bettole del Cairo e finisce come lo sciagurato Sebastian di Improvvisamente l'estate scorsa.
Forse gli «inquirenti» egiziani sapevano che aria tira da queste parti, certe insinuazioni sulla vita privata fanno sempre breccia in una larga parte dell'opinione pubblica che pensa che se se hai certe tendenze, in fondo la brutta fine te la vai a cercare.
DIVERSO MOVENTE, STESSA CRUDELTÀ. Non sembri irriverente l'accostamento del caso di Luca Varani, la seconda vittima, con quello di Regeni.
Luca non era un ricercatore animato dalla sete di giustizia, non era andato in un Paese pericoloso per documentarsi sui soprusi perpetrati dal governo.
Luca aveva poco più di vent'anni, cercava divertimento, aveva sete di amicizie, e in un Paese pericoloso, l'ex Jugoslavia, c'era nato e cresciuto, prima di essere adottato da una famiglia di Roma.
La similitudine è fra i loro aguzzini, e il fatto che quelli di Regeni fossero probabilmente al soldo di qualcuno, mentre quelli di Varani fossero guidati solo dal loro cervello bacato e da troppe piste di coca, non conta più di tanto. 

Il sadico rituale raccontato da Salò di Pasolini

Una foto di Luca Varani con la fidanzata tratta dal suo profilo Facebook.

Una foto di Luca Varani con la fidanzata tratta dal suo profilo Facebook.

Non c'è molta differenza fra un appartamento del Collatino e uno del Cairo, fra una cella del carcere nazista di Via Tasso e una di Abu Ghraib, fra una villa del Circeo e un'aula della scuola Diaz, quando il rituale che vi si compie è lo stesso, quello raccontato da Salò di Pasolini: la cattura, l'umiliazione e lo scempio di una persona da parte di individui a caccia, loro sì, di emozioni forti, della più eccitante di tutte: esercitare il potere assoluto su un essere umano strappandogli, colpo dopo colpo, sevizia dopo sevizia, umiliazione dopo umiliazione, ogni brandello di umanità, fino a ridurlo a una massa urlante di carne e sangue, così annichilita che dargli la morte non è un omicidio, ma solo la sbrigativa conclusione di un gioco che ormai ha dato tutto quel poteva dare.
L'ESERCITO DEI TORTURATORI È UNO. L'esercito dei torturatori è uno solo, arruola i suoi membri attraverso le epoche e i Paesi, sceglie le sue vittime per categoria o pesca nel mucchio.
Ma le regole d'ingaggio sono le sempre le stesse, cambiano solo le divise e gli alibi: «Difendevo la vera fede», «eseguivo gli ordini», «stavo salvando il mondo dalla minaccia comunista», «prevenivo atti di terrorismo», «io non sono che il prodotto di questa società edonista e senza valori», «colpa di Internet», eccetera.
Non è ancora noto l'alibi di Marco Prato, l'aguzzino-capo del festino-Salò (il dettaglio del militare segnalato fra i partecipanti ci sta perfettamente).
Di mestiere faceva l'«organizzatore di eventi», una definizione che, nel suo significato più corretto, sarebbe più adatta al Fato, a Dio o alla legge di causa-effetto, che a un fighetto debosciato.
Ma qui si parla di «eventi» nell'accezione contemporanea piratata dal marketing, cioè stronzate in grado di attirare minimo una ventina di fighetti debosciati come l'organizzatore.
QUEL PIACERE NEL PROVOCARE DOLORE. Prato, il cui numero era nell'agenda di starlet e vip di vario calibro, si guadagnava da vivere procacciando occasioni di intrattenimento al prossimo, ma traeva le sue più intime gioie dall'infliggere sofferenza: un piccolo dottor Jeckyll/Mr. Hyde che sguazzava nell'acquario folleggiante e torbido raccontato dalla Grande Bellezza e da Suburra.
Dove, a differenza che nell'Egitto di al Sisi, le sue qualità di facilitatore mondano erano più richieste di quelle di sadico aguzzino, che sfogava solo in privato.
Quando la cronaca ci racconta di atrocità commesse da ragazzi che hanno tutto, c'è sempre qualcuno che bofonchia «ci vorrebbe una guerra», supposto sfogatoio per la violenza giovanile.
È il contrario: guerre e dittature organizzano e mettono al proprio servizio la crudeltà libidinosa che alberga insospettabile in tanti esseri umani e aspetta solo l'occasione di gettarsi su una preda indifesa.
Che sia un giovane ricercatore assetato di verità oppure un ragazzo curioso in cerca di una serata diversa.

 

Twitter @LiaCeli

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nessun commento

Per scrivere un commento è necessario registrarsi oppure accedere con Twitter o Facebook: Loggati - Registrati

Dalla nostra HomePage
Una filiale di Deutsche Bank.
Deutsche Bank, la crisi oltre gli stress test

Per Barclays è l'istituto più fragile in Ue dopo Mps. E lo Spiegel attacca sui conti. Dalla grana Postebank fino al sorpasso di Bnp: la crisi vista dalla Germania.

Marta Marzotto, storia di una Cenerentola pop

Ironica. Scoppiettante. Mai gattamorta. Marta Marzotto se n'è andata a 85 anni. Era un’anticonformista che amava alla luce del sole. Gli aneddoti della sua vita.

prev
next