Armando Sanguini

DIPLOMATICAMENTE

Renzi «lavora assieme» all'Iran: già, ma come?

L'Italia promette impegno in Medio Oriente. A partire dalla Siria. Ma la strategia è oscura.

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28 Gennaio 2016

Hassan Rohani con Matteo Renzi.

Hassan Rohani con Matteo Renzi.

Doveva essere la settimana del negoziato di Ginevra sul futuro della Siria.
Quella della verità sul nuovo corso “costruttivo” dell’Iran di Hassan Rohani.
Del varo del nuovo governo di unità nazionale libico.
Del ricordo e del rilancio della bandiera democratica dell’Egitto a cinque anni dalla destituzione di Hosni Mubarak.
Ma quella bandiera non ha potuto sventolare perché in debito di vento, se non proprio di ossigeno vitale.
E il Paese intero è stato blindato come non succedeva nemmeno nei peggiori momenti dell’era di Mubarak: preventivamente, attraverso un’operazione di isolamento e repressione di ogni potenziale soggettività dissenziente che avesse voluto manifestare in quel giorno, dalla stampa alle formazioni della società civile, con la Fratellanza musulmana ormai ricercata quale forza del terrorismo.
DECESSI E TORTURE. Qualche organo di informazione internazionale ha ricordato che nel solo 2013, l’anno del colpo di Stato ai danni dell’allora presidente Morsi, vi sono stati un migliaio di appartenenti alla Fratellanza uccisi dalle forze di sicurezza; che nel 2015 si sono contati 474 decessi di persone in custodia alla polizia e 700 casi documentati di tortura.
Ed è inquietante il fatto che, interpellato al riguardo, il ministro dell’Interno Magdy Abdel Ghaffar abbia affermato in televisione che le misure adottate sono giustificate dalla «realtà in cui viviamo che ci confronta con una feroce onda di terrorismo che l’Egitto non ha mai conosciuto nella sua storia moderna».
FORMULE DEI REGIMI. Così come dovrebbe far riflettere che alla vigilia di questa ricorrenza storica il presidente Abdelfattah al-Sisi ha voluto sì onorare la rivoluzione del 2011, ma nello stesso tempo ha dichiarato a chiare lettere che non sarebbero stati tollerati proteste e ancor più attacchi alla «sicurezza del Paese», formula tipica dei regimi autoritari.
E il Cairo non è certo estraneo al “fuoco amico” del parlamento di Tobruk - e soprattutto del suo uomo forte, il generale Haftar - che ha di fatto segato le gambe al nuovo governo di unità nazionale la cui nascita aveva ricevuto un plauso forse un po’ troppo sollecito ed enfatico da parte del rappresentante delle Nazioni unite Kobler e dalle diplomazie dei principali Paesi occidentali.
Plauso che aveva visto il nostro ministro degli Esteri Paolo Gentiloni opportunamente cauto. 
L'ITALIA SI FACCIA VALERE. È adesso, in questa nevralgica congiuntura, quasi priva di soluzioni capaci di salvaguardare l’unità nazional-statale del Paese, che la nostra intelligence diplomatica dovrebbe far valere il suo ruolo di primo piano politico-negoziale (non certo militare) sul quale costruire un eventuale intervento militare anti-Isis, rispetto alle ansie interventiste degli interessati falchi anglo-franco-americani.
Questa settimana doveva anche inaugurare la fase operativa del negoziato di Ginevra, cioè quella della realizzazione della road map concordata nell’ottobre 2015, ma ci ha pensato il segretario di Stato americano J. Kerry a spegnere le attese, invero scarse e non solo per il dissidio iraniano-saudita, dichiarando domenica 24 gennaio che avrebbe voluto vedere tutti gli attori di quel negoziato recitare la stessa commedia e affrontare in maniera trasparente delle modalità delle cosiddette “misure di fiducia” (modalità del cessate-il-fuoco, degli interventi umanitari, eccetera) suscettibili di creare le pre-condizioni del negoziato.
LABIRINTO DI VETI INCROCIATI. Si è trattato di una dichiarazione importante perché ha fotografato piuttosto crudamente l’effettivo stato di questo negoziato alla determinazione del quale hanno concorso, con maggiore o minore responsabilità, tutti gli attori regionali e internazionali che ne tirano le fila, a cominciare dagli stessi Stati Uniti alla Russia, all’Iran, alla Turchia all’Arabia saudita.
E in questa commedia delle parti pesa, tra gli altri fattori, il labirinto dei veti incrociati che impediscono la definizione della composizione della delegazione rappresentativa delle forze di opposizione, questione chiave di una trattativa degna di questo nome.
Pesa ogni giorno di più anche il fatto che le forze di opposizione “moderate” e un numero crescente di civili inermi continuino a essere bersaglio delle truppe pro-Assad, tra le quali si distinguono le milizie delle guardie rivoluzionarie iraniane e di Hezbollah, sotto l’ambigua regia russa.
Bersaglio collaterale rispetto a quello centrale dell’Isis, si dirà, ma pur sempre un bersaglio che fa vittime e distruzione.
E pesa il ruolo dei curdi, decisamente schierati contro l’Isis, e per ciò meritevoli di sostegno, ma non altrettanto contro Assad, anzi.
RINVIO CHE NON SORPRENDE. Su questo sfondo confesso di non essermi stupito più di tanto se proprio lunedì, giorno di inizio del negoziato, è stata organizzata una conferenza stampa nel corso della quale il pur volonteroso inviato speciale dell'Onu per la Siria, Staffan de Mistura - vaso di coccio tra vasi di ferro ben attenti alle rispettive agende geo-politiche, irrispettose delle catastrofiche conseguenze umane e materiali di questa guerra che è siriana, ma che è anche guerra per procura ed è anche guerra di cui il terrorismo si abbevera - ha dovuto annunciarne il rinvio al 29 di gennaio.
Basteranno quattro giorni per trovare le condizioni minime che non si sono trovate in queste settimane traumatizzate dalla rottura diplomatica tra Iran e Arabia saudita? 
È lecito dubitarne anche se l’articolazione del negoziato che non prevede in una prima fase il confronto diretto tra le parti, lascia spazio a una notevole elasticità di formati e dunque di rappresentazioni della dinamica degli incontri.
La definizione di un corridoio umanitario e/o un cessate il fuoco anche di dimensioni pressocché simboliche potrebbe costituire un utile punto di partenza, ad esempio.
NODI SUL FUTURO DI BASHAR. Ma i nodi di fondo restano e sono riconducibili al futuro di Bashar al Assad e alla composizione della delegazione delle forze di opposizione, due questioni sulle quali Teheran potrebbe esercitare un’influenza rilevante se non addirittura decisiva.
Ebbene, durante la sia visita a Roma e poi a Parigi il presidente Rohani ha ribadito la sua volontà di coltivare un rapporto costruttivo nel mondo, a cominciare dal Medio Oriente; ha sottolineato l’impegno del suo Paese per una pace genuina in Siria oltre che in Afghanistan e in Libia.
Ma non ha chiarito, neppure nei colloqui senza telecamere, se e in quale misura sia disposto a ritirare il suo sostegno a Bashar al Assad se non richiamando lo strumentale concetto per il quale spetta al popolo siriano decidere i propri rappresentanti; ed è sintomatico che nelle stesse ore il ministro degli esteri russo abbia negato di aver mai chiesto allo stesso Bashar di dimettersi né di avergli offerto asilo politico.
IRAN, RUOLO POCO CHIARO. Non ha in buona sostanza neppure tratteggiato la sagoma di quel modello di stabilità di cui si vuole portatore, né il ruolo che intende svolgere quale potenziale perno degli equilibri prossimi del Medio Oriente.
Ha per contro insistito sull’obiettivo assolutamente prioritario della lotta al terrorismo, in primis all’Isis, nel cui ambito per la verità risulta rientrare azioni militari ad ampio spettro contro i sunniti, in Siria come in Iraq.
Un’elementare dose di real politik giustifica ampiamente la valorizzazione dei rapporti con questo grande Paese tornato alla piena cittadinanza internazionale; tanto più nella ancor critica congiuntura socio-politica che l’Italia attraversa e rende assai appetibile un pacchetto di affari di oltre 15 miliardi di euro.
Lo stesso vale del resto per il suo antagonista regionale, l’Arabia saudita.
Ma quando il presidente Renzi ha assicurato in merito all’impegno dell’Italia di «lavorare assieme» all’Iran negli scenari più caldi della regione, a cominciare dalla Siria, un riferimento al come farlo e, in particolare, al necessario non-ruolo di Bashar al Assad nel futuro della Siria non sarebbe stato fuori luogo.

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