Mario Margiocco

BASSA MAREA

Renzi, basta scuse: ora si metta mano al debito

Invece che incolpare la Germania, Roma agisca: la questione non può più essere rinviata.

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10 Febbraio 2016

Il premier giappone Shinzo Abe.

(© GettyImages) Il premier giappone Shinzo Abe.

I listini di Borsa non segnano più in modo affidabile, e per vari motivi, il reale andamento dell’economia, però continuano a funzionare come il canarino nella grande profondità della miniera finanziaria e questa volta ci dicono che l’ossigeno si sta rarefacendo.
Più che i capitali scarseggia la fiducia, prima di tutto la fiducia che chi ha debiti li possa ripagare.
SULLE ORME DEL GIAPPONE. Si possono elencare molte cause di questo e molti lo fanno, dalla Cina piena di insolvenze al prezzo del petrolio che trascina tutto al ribasso, alle materie prime in svendita ai debiti degli emergenti.
Ma dietro tutte queste cause, dicono osservatori esperti come Bill Gross già numero uno di Pimco e ora di Janus Capital, o Adair Turner, già al vertice della vigilanza finanziaria britannica e oggi presidente dell’Institute for New Economic Thinking, c’è l’eccesso di debito che da un decennio almeno ammorba la finanza globale, e che dopo il 2008 ha continuato ad aumentare.
Stiamo ormai seguendo le orme del Giappone: tanto debito, poca crescita, mercati asfittici.
BASTA DARE LA COLPA ALLA GERMANIA. Se è così, un Paese come l’Italia che ha un debito pubblico fra i più alti al mondo non può non avere una lettura credibile di quanto sta accadendo: i rischi sarebbero troppo alti.
E nemmeno può continuare a sostenere che la colpa è dei cugini europei del Nord e in particolare della Germania che ci tarpa le ali e non ci consente di volare.
Quello che sta accadendo è più grosso anche della Germania. Della Fed. E della Bce.
Il punto di partenza sono sempre la crisi finanziaria del 2007-2008 e anni successivi e la lettura che se ne dà.
Le letture discriminanti, una esclude l’altra, sono state due: un incidente di percorso, più grave di altri se si vuole ma della stessa ciclica natura e superabile con le usuali misure; oppure un fatto più grave, dovuto all’abbandono di regole prudenziali e all’eccesso di indebitamento del sistema, non facile da superare.

Il debito globale è aumentato di 60 mila miliardi di dollari in otto anni

Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan.

Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan.

La prima lettura è assolutoria e sbagliata, la seconda è ben più vicina al vero. Avendo reagito al troppo debito con nuovo debito, nel tentativo di sostenere la crescita, oggi è il momento di mettere le carte sul tavolo.
In otto anni abbiamo aumentato il debito globale di circa 60 mila miliardi di dollari, più di 25 mila l’aumento dei debiti sovrani, portandolo dal 180% del Pil mondiale al 210% circa.
E questo senza contare il settore finanziario, dove il concetto di debito è diverso. Comprese banche e finanziarie, siamo attorno al 280% del Pil globale. Storicamente e per gli ultimi 200 anni, ai vertici assoluti.
SCRICCHIOLII DALLA CINA AGLI USA. «L’effetto ricchezza è creato dal debito e basato sul quantitative easing e sui tassi a zero», cioè sulle banche centrali, diceva un mese fa Gross invitando a prendere le distanze dal mercato azionario, cosa peraltro nel suo interesse in quanto operativo sul reddito fisso.
Gli scricchiolii sull’azionario americano incominciavano ad agosto 2015, dopo che il mercato cinese aveva iniziato a cedere a giugno, e nell’imminenza della tanto attesa inversione di politica monetaria da parte della Fed già avviata con la diminuzione del Qe e arrivata, primo piccolo passo, a dicembre, con il ritocco dei tassi.
LA SITUAZIONE È SERIA. Poi, con il nuovo anno, vendite forti anche in Europa e l’attenzione puntata da settimane soprattutto sulle banche del Vecchio continente, per casi di sottocapitalizzazione, sofferenze (l’Italia ne ha in eccesso), esposizione su mercati emergenti in difficoltà.
I rimbalzi, ma questo lo sapevamo, indicano che la situazione non è disperata, ma certamente è seria.
Il grande debito, quello nuovo aggiunto ai “vecchi” creati prima del 2008, «non è scomparso ma è stato semplicemente passato da un settore all’altro e da un Paese all’altro», dice Turner.
Di fronte a questa realtà «i mercati sono sempre più preoccupati che i governi e le banche centrali stanno esaurendo le munizioni per scongiurare la deflazione globale, avendo come unici strumenti semplicemente quelli che ridistribuiscono la domanda fra i Paesi». In prima linea, le svalutazioni competitive.

La Banca centrale europea farà il possibile, ma non è onnipotente

Mario Draghi, governatore della Bce.

(© Ansa) Mario Draghi, governatore della Bce.

Il Giappone è un caso da manuale dei limiti delle politiche governative e della politica monetaria.
Nel 2013 la Banca centrale diceva che il suo Qe avrebbe portato in due anni l’inflazione al 2% mentre siamo allo 0,5%, e si passa ora ai tassi negativi sui depositi.
La Bce farà ancora tutto quello che può, ma come lo stesso Draghi ha detto ci sono limiti ai risultati che le banche centrali possono raggiungere: non possono sostituirsi alle realtà del mercato e alle politiche economiche.
L'ITALIA NON HA CREDIBILITÀ. La cura che i liberisti più convinti prefigurano, ideali allievi di un Joseph Schumpeter estremizzato, è una serie di fallimenti che sgomberino il campo dai più deboli.
E i costi? Sarebbero enormi, umani, economici, sociali e politici.
Altri, Turner fra questi, indicano la necessità di procedere alla cancellazione di parte del debito, e anche qui il Giappone dovrebbe essere l’antesignano. In più, massicci interventi dei governi per stimolare una domanda che il grande debito soffoca. Ma su tutto questo siamo ancora alla discussione accademica.
È in parte quello che il governo italiano di Matteo Renzi cerca di dire a Bruxelles. Ma con quale credibilità, venendo dal Paese che ha il debito pubblico più alto e che finora ha visto i governi impegnarsi a ridurlo il giorno dell’insediamento, per passare poi rapidamente alla richiesta di nuove dilazioni da parte degli arcigni guardiani dei conti europei?
BISOGNA METTERE MANO AL DEBITO. Se c’è una lezione per Roma dai tuoni e lampi che sul fronte borsistico segnalano il temporale, è che il tema del debito pubblico italiano non può essere rinviato oltre.
Se vogliamo un’Europa disposta ad aiutarci, dobbiamo cominciare ad affrontarlo per primi, come logica impone.
Nuove tasse sarebbero per qualsiasi governo la soluzione più semplice.
Ma, data la realtà della pressione fiscale italiana, sarebbero anche un suicidio, recupero dell’evasione esclusa.
La strada è chiara, per quanto difficile, ed è l’intera situazione finanziaria mondiale a indicarcela: dobbiamo mettere mano al debito.
Non possiamo ritrovarci a vivere ad appena 100 punti base di spread dall’angoscia.

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