Massimo Del Papa

SANREMEIDE

Sanremo 2016, le pagelle della quarta serata

Elisa si staglia nella quarta serata sanremese. Dove Gabbani vince con merito. Ma ai big manca l'anima. E a fine serata non si diverte nessuno. Le pagelle. Foto.

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12 Febbraio 2016

Di troppa regolarità si può morire e allora ecco il sassolino nel motore cronometrico di Sanremo: nessuno ha ben capito, anche perché male e poco l'hanno spiegato, quel pasticciaccio brutto di Miele versus Gabbani, con votazione ripetuta, ribaltamento dell'esito, prevalenza definitiva del secondo sul filo del voto, ricorso scontato dell'ex vincente, ripescata come 'ospite'.
Imbrogli che capitano al Festival e che vengono presto travolti dalla fatica del grande nulla; poi l'emolliente Conti, qui chiamato in causa come direttore artistico, è un maestro nell'assorbire ogni brezza contraria. Ma è sintomatico che ci si aggrappi più a due sconosciuti in bilico, che ai big veri o presunti.
DOV'È FINITA L'ANIMA? Sarà che manca il soul, manca il blues, per diventare ciò che canti, quella misura di intensità, quel lanciarsi alla conquista di un trapezio senza rete. Lo avverti che manca il brivido circense, il respiro precario, l'indefinibile odore di vita e di morte che non può non accompagnare un artista e che qui il solo Morgan, ma senza grandezza, sembra portarsi addosso: Patty Pravo ha preferito disperderlo sotto un lifting improbabile, gli altri, anche i più dotati (non dimentichiamo che da domenica torneranno tutti in un limbo di mediocrità), inseguono asettiche e identiche perfezioni applicative: ma l'anima dov'è?
MANCA L'INCANTO DI CANTARE. Manca l'incanto di cantare, tutti sembrano interpretare il loro pezzo col piglio del commercialista, sia detto con innocenza. Come sempre? Forse un po' più di sempre, data l'asfissia del mercato musicale che impone calcoli anche isterici. Avvolto in una sarabanda di manager, agenti, parassiti, sponsor, etichette, marchette, Sanremo resta un paese dei balocchi per chi, a vario titolo, ci s'infila, paese fatato dove tutti giurano di giocare, di volersi divertire e invece non si diverte nessuno. Una roulette russa che logora, che a volte incattivisce: Arisa nel dopofestival ha un'aria lugubre, fulmina una cronista che le fa una domanda un po' andante, è duro il mestiere della musica quando lo fai in divieto di gioia.

Le pagelle della quarta serata

Nuove proposte

 

Mahmood - «Ogni buongiorno bagnato di monotonia». Eh, già. Malika Ayane in etnosalsa. Gorgheggia a più non posso, ma Dimentica è proprio poca cosa e la voce ha un velo nasale che non aiuta.
Voto: 4 ½

 

Francesco Gabbani - Se dietro c'è quel vecchio marpione di Vince Tempera, vale la pena darci un orecchio: Amen, nella sua insofferenza danzereccia, conferma il buono che ci sorprese ieri (premio della critica, anche), anche se stasera affiora più Daniele Silvestri che Antoine. Vince e piange, perché a 34 anni era davvero l'ultima spiaggia.  Bravo.
Voto: 7+

 

Chiara Dello Iacovo - Introverso vuole sposare originalità autobiografica e melodia, ma la linea vocale è un po' troppo canonica e non colpisce particolarmente; ci vorrebbe un'ironia meno da compagna di banco precisina. Ma quanta libertà d'azione ha una nuova proposta?
Voto: 6

 

Ermal Meta - Scrive cosa canta, quindi è cantautore. Con arcobaleno ruffiano sugli occhi, va beh. Ma la sua Odio le favole oscilla tra spigoli della sua Albania - il che ci piace - e sanremismi convenzionali, compromesso che penalizza un interprete che sembra avere i numeri giusti.
Voto: 6+

 

Miele - La nostra Madonnina incazzata, giustamente, pretende una nuova occasione dopo essere stata illusa ieri. Se la gioca: entra bene, trova l'intensità giusta, sporcata quanto basta. Mentre ti parlo è interessante di suo, lei pure. La aspettiamo con il disco intero.
Voto: 7-

 

Big

 

Annalisa - Sera dopo sera si scava un ruolo da favorita. Effettivamente, sembra avere raggiunto una sua maturità. Il diluvio universale parte, va ridetto, a bordo di Sei bellissima della Bertè, poi si aprono temporali di parole e aperture melodiche. Meno moderna di quel che appare, calibrata per un pathos radiofonico, ma nelle sue impennate è rischiosa e invece lei non sbaglia niente.
Voto: 7

 

Zero Assoluto - Qui sarebbe da parlare di logiche sanremesi, di manager, insomma di fare un po' di dietrologia, ma chi ce lo fa fare? Di me e di te non sa né di me, né di te, né di niente. Forse sa di Zero Assoluto. In gergo calcistico si dice: squadra materasso.
Voto: giusto il nome d'arte.

 

Rocco Hunt - «Canta insieme a noi». «Che ti fa bene», spiegava Bennato. E difatti siamo ancora qui a ricordarcela, Canta appress' a' nuje. Wake up, invece, alla terza sera, 'uagliù, ha già scassato. Passerà mai questa moda demenziale del rap al posto del funky (per dire)?
Voto: 6--

 

Irene Fornaciari - La nostra zolletta di Zucchero cita il babbo fin dal titolo, Blu: le serve per evocare un mare assassino, divoratore di sconfitti. Ammirevole, nell'orgia di amori floreali, ma la melodia è davvero datata e il soul non basta sognarlo.
Voto: 5/6

 

Caccamo-Iurato - Dopo il trottolino amoroso di Minghi-Mietta, i fiumi di parole dei Jalisse, gli eterni ritorni di Albano-Romina, l'accordo di separazione di Leali-Oxa, ci voleva proprio quest'altro duetto votato alla melensaggine più decrepita. Via da qui, ma anche sì.
Voto: 4-

 

Enrico Ruggeri - Il primo amore non si scorda mai insegue fin troppo calligraficamente antichi fasti che difficilmente potranno tornare. Ma ascoltate solo il testo, quanto calibrato anche metricamente, e troverete subito la misura di una classe e un mestiere oggi improponibili.
Voto: 6 ½

 

Francesca MichielinNessun grado di separazione. Sì ma neanche di connessione però. Ora, delle due l'una: o Sanremo è melenso, e allora ella è melensa in modo quintessenziale. O la sua versione della Pausini 20 anni dopo ci sta bene, e allora vietato lamentarsi (di Sanremo).
Voto: 5 ½

 

Elio e le storie tese - E se, alla fin fine, questo gruppo di geni fosse un assemblatore di motivetti da Carosello? E se, alla fin fine, Vincere l'odio fosse solo l'ennesima corazzata Potemkin?
Voto: 5

 

Patty Pravo - Oh donna dei paradossi: festeggi mezzo secolo di carriera, cancelli te stessa per non mostrarli, ma sembrano il doppio. Patty ha storia e carisma da fuoriclasse, ma non tiene più le note, questa è la triste verità, e solfeggiare con le mani non basta, e Cieli Immensi non serve.
Voto: 4-

 

Alessio Bernabei - È uscito dal gruppo (i Dear Jack), è entrato dentro Nek. Che però ha ben altri mezzi vocali e aveva anche un'altra canzone: Noi siamo infinito non scioglie i calzari a Fatti avanti amore, che peraltro era già modesta. Diciamo una versione da centro commerciale.
Voto: 4

 

Neffa - Sogni e nostalgia, sulle corde di certi Avion Travel, è un pezzo non trascendentale, ma con qualche potenzialità: il mestiere c'è, la cultura musicale c'è. Però pure i limiti vocali ci sono, hai voglia, e se sul disco a tutto c'è rimedio, sul palco dell'Ariston proprio no.
Voto: 5

 

Valerio Scanu – Prima di Mengoni, ricordate?, c'era lui. Poi l'altro l'ha eclissato e lui si è smarrito. Ora tu senti una cosa come Finalmente piove e ci senti subito tutta la polvere di talent; stasera poi la canta con la solita latitanza di carisma, ma con più incertezza, specie negli intervalli.
Voto: 5--

 

Dear Jack - La cover di ieri del Quartetto Cetra ci aveva regalato Mezzo respiro di speranza: eh, ma appena si torna al brano originale, tutto torna uguale ed è banale. Maledetti talent, maledetti produttori che fanno copiare a tutte le femminucce la Pausini e ai maschietti Mengoni.
Voto: 5+

 

Noemi - Chissà perché le canzoni dei nostri tempi partono, maledette, su note bassissime, regolarmente ciccate da chi le canta (entrare bene sul registro basso è complicato, ci vuole dote e scuola). Poi lei si riprende, se la cava: è il pezzo ad avere un che di masiniano irrisolto.
Voto: 6+

 

Stadio - Ieri hanno vinto la gara del karaoke, ingiustamente e solo perchè c'era l'angelo di Dalla che sorrideva paterno. Domani però non vincono con questa mediocre Un giorno ti dirò: sarebbe oltremodo scandaloso, Vasco Rossi se ne faccia una ragione.
Voto: 6--

 

Arisa - In fascia pro tetta, va detto, dà il meglio. Ma Guardando il cielo al secondo passaggio si conferma una Controvento solo rallentata: Anastasi non l'ha riscritta, l'ha solo rivoltata un po'. Peccato, ha una voce che è cristallo ed è fontana, ed è sprecata in questo festival.
Voto: 6-

 

Lorenzo Fragola - Lo vedo, lo sento cantare Infinite volte, coi suoi inutili trasporti tonali, e mi sovviene T'immagini di Vasco Rossi: «Secondo me, qui c'è qualcuno che ha sbagliato mestiere...».
Voto: 4-

 

Bluvertigo - Chissà, a pensarci bene, se c'era proprio bisogno di questa reunion. E chissà se Semplicemente, coi suoi ritornelli retrò intrecciati a strofe più arabescate, porta a qualcosa. Morgan ha un suo ribaldo coraggio nel cantare così svociato, la disinvoltura di chi è uso a buttarsi via.
Voto: 5/6

 

Dolcenera - Le cose cambiano, rhythm and blues in ¾ sulle orme di certa Norah Jones, molto rallentato, per creare l'atmosfera. La crea? Insomma... L'ambizione c'è, la personalità pure, manca il tema killer, e perchè vi ostinate, ragazze, a fare le paroliere, che è arte impervia?
Voto: 6+

 

Clementino - Uno schema armonico elementare, un arrangiamento di servizio, la verbosità onanistica che qualcuno chiama «rap»: Quando sono lontano sta tutta qua. Ma se ricominciassimo a fare delle canzoni, invece?
Voto: 4

 

Ospiti

 

Enrico Brignano - Invecchia, se sta a allargà. Fisicamente proprio, gli cambia l'approccio, rallenta i tempi, incarna certa romanesca carognaggine sospesa tra bonarietà e patetismo. Seduto sulle spalle dei giganti, perlomeno prova a guadagnarsi l'ingaggio (a differenza di altri colleghi).
Voto: 6

 

Elisa - Lei è stata una delle prime, tre lustri fa con Luce, a intraprendere quel particolare tipo di melodia spezzata da intervalli ampi, di quinta: l'avrebbero seguita in troppe, non così brave. Poi una carriera frastagliata, anche ribelle, che le ha guadagnato uno status internazionale. A Sanremo ci torna con la scioltezza di chi ha tutt'altro mondo per la testa (ma non artificiosa come la rivale Pausini).
Voto: 7 ½

 

J Balvin - L'uomo da un miliardo di clic. E del reggaeton, che sarebbe quel ritmettino trombino che frulla Jamaica soft, hip hop e latino patinato, insomma la roba che piace alla gente che piace. Vi basta?
Voto: a piacere

 

Alessandro Gassman - I padri sono sempre un'altra cosa + Rocco Papaleo - Non bastava lo scempio di Capodanno (anticipato)? I cinque minuti più buttati del festival.
Voto: a dispiacere

 

Lost Frequencies – Il profeta della «tropical house», e del Logic Pro, che sarebbe un programma che fa fare i remix, che sarebbe fare il Lego con una canzone di un altro (Are you with me «era» una canzone country).
Voto: ma anche no

 

Conduttori

 

Carlo Conti - Tutti amano Sanremo, questa località meravigliosa, come tutta la Liguria del resto, come tutta l'italia del resto, come questo Festival del resto, Carluccio è nel migliore dei mondi possibili e, come diceva er Mandrake: «Tutto va bon e tutto continuerà a andar bon».
Voto: 6

 

Virginia Raffaele - Con Belen spinge la cattiveria al parossismo, aiutata da una fisicità che, lo sa benissimo, non patisce confronti. Sarà che con l'originale ha un po' un fatto personale, il che la mette in sospetto di conflitto d'interessi, maramalda: non che Belen non meriti le sue vagonate di sarcasmo.
Voto: 7

 

Gabriel Garko -  È che, oltretutto, gli mettono in bocca delle battute da prolasso, gli fanno fare delle cose da oratorio, come la scala che non c'è: il sospetto è che funzioni pure da capro espiatorio: «Mi avanza una cazzata», «Ma sì, falla fare a Garko». Fra tanta pochezza, svela due meriti: non è antipatico, ed è di plastica (anche) nel senso che gli scivola tutto addosso.
Voto: 5

 

Madalina Ghenea - Con quello stacco di coscia, può non dire ciò che vuole.
Voto: N.C.

 

Le pagelle della terza serata

Le pagelle della seconda serata

Le pagelle della prima serata

 

Twitter @MaxDelPapa

 

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