Fabiana Giacomotti

LA MODA CHE CAMBIA

Se la lotta al terrorismo passa per libri e cultura

Parole, studi, pensiero: tanto ci unisce al mondo arabo. A noi il compito di riscoprirlo.

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27 Marzo 2016

Alcuni dei manoscritti esposti all'Accademia dei Lincei.

Alcuni dei manoscritti esposti all'Accademia dei Lincei.

Possiamo ostinarci a sognare l’Europa anche se è ormai evidente a tutti che Bruxelles, il suo centro nevralgico e la sua capitale, non ha saputo creare l’Europa neanche fra i propri confini e che proprio per questo, organismo debole e diviso per lingua, tradizioni, cultura, si è mostrata terreno di attecchimento ideale per il cancro del jihadismo?
Possiamo continuare a immaginarci un continente unico, anche solo perché i flussi linguistici ci rendono impossibile fonderli come vorrebbe l’ultima (discutibilissima) teoria di Noam Chomsky, ma anche separare del tutto i nostri lessici moderni, i nostri flussi linguistici a dispetto del presidente turco Erdogan che ci ritiene incapaci di governare i flussi umani?
VITTIME DELLE NOSTRE DEBOLEZZE. «L’Isis è forte delle nostre debolezze», scrive Helena Janeczek, autrice fra gli altri romanzi di Lezioni di tenebra, sul numero del settimanale Pagina99 attualmente in edicola. «Per resistere al terrore, l’Europa dovrebbe innanzitutto cominciare a esistere».
E invece, distogliamo lo sguardo dalle deportazioni in massa verso la Turchia che del rispetto delle minoranze ha già abbondantemente dimostrato di non occuparsi, ma che si configura con sempre maggiore evidenza come Stato di polizia in cambio dei nostri (ancora molti, in futuro non si sa) denari.
Eccoci abbandonare la Grecia, culla della nostra civiltà, che trattiamo come discarica di de-relitti umani in cambio di pochi spiccioli.
«Chiunque abbia memoria di che cosa è stato il terrorismo in Italia, sa bene che non si vince con la sola repressione, ma anche con la prospettiva condivisa di una vita sufficientemente giusta, libera e rispettosa per tutti quelli che rischiano di perderla sotto l’arbitrio di un attentato».
Helena Janeczek forse non sa, o non ricorda, che la maggior parte dei terroristi abitava ai Parioli o dintorni, così come Molenbeek, anche agli occhi dell’inviata Rai che l’ha percorsa stupefatta pochi giorni fa, non assomiglia affatto a una baraccopoli.
INFINITE INTERCONNESSIONI LINGUISTICHE. Quello che però sa, e non dimentica, è che le infinite interconnessioni linguistiche, semantiche e lessicali che ci uniscono a ogni Paese del mondo, compreso il Marocco da cui sono originari Salah e questa seconda generazione di immigrati che gli stessi marocchini stentano a riconoscere per la sua radicalizzazione, dovrebbero riuscire a prendere piede, e vita, anche fisicamente, anche nella logistica umana, oltre che nella linguistica.
Abbiamo troppe parole in comune, troppi elementi che ci uniscono nelle espressioni di tutti i giorni, e li abbiamo da troppo tempo per non aver voglia di trovare altri punti di contatto.
Se dunque qualcosa c’è da combattere sono i quartieri ghetto, le enclave, la vita trascorsa a fianco a fianco ma da sconosciuti.
I LIBRI CHE HANNO COSTRUITO L'EUROPA. E non lo dicono solamente i nostri analisti di politica internazionale, i nostri storici o i nostri (più o meno adeguati) servizi. Lo dice, e lo racconta benissimo, perfino una mostra che apre a giorni all’Accademia dei Lincei e alla Corsiniana, a Roma: I libri che hanno fatto l’Europa. Manoscritti latini e romanzi da Carlo Magno all'invenzione della stampa.
Resterà aperta fino a fine luglio, per cui avrete modo di vederla certamente, e ne vale la pena.
Perché fra gli incunaboli e le cinquecentine selezionati dai curatori, di cui una parte non trascurabile operativa all’Istituto di filologia romanza della Sapienza di Roma, ci sono tutti i dubbi, tutti i timori, tutte le speranze che viviamo ancora oggi (e che, in tutta evidenza, richiedono uno sforzo colossale per essere superati, non essendolo stati per oltre mille anni).
Dicono i curatori che la mostra «intende porre al centro dell’attenzione la pluralità di libri e culture che hanno formato l’Europa» e gli europei così come oggi sono.
Ecco dunque, Agostino e Girolamo con la loro opera di selezione, traduzione e rielaborazione del quadro dottrinario delle arti liberali e il patrimonio della cultura classica, Prisciano da Cesarea, Marziano Capella con il suo studio sulla filologia e l’eloquenza, fondamentale per tutto il Medioevo.
L'EREDITÀ OCCIDENTALE E ARABA. «Un processo complesso che si sviluppa per secoli, con opere che segnano in profondità la storia dell’Occidente», segnalano i curatori e si può loro credere, visto che fra i trattati - selezionati con massima cura anche presso il Vaticano - compaiono anche l’Almagesto di Tolomeo (per secoli il riferimento astronomico del mondo e cattolico/europeo e islamico) e il De Architectura di Vitruvio. Ma anche testi sulla medicina, la trattatistica relativa alle cure termali, alla cura del corpo e all’oftalmica, in cui gli arabi eccelsero; la medicina veterinaria e l’uccellagione a testimoniare due notevoli aspetti di ricerca basati sulla cultura materiale: la cura del cavallo come mezzo elettivo di locomozione e segno di status sociale e una forma di caccia come conquista di vettovagliamento.
ALLA (RI) SCOPERTA DEI COLLEGAMENTI. Ippocrate, Galeno, Avicenna. Federico II con il suo trattato sulla caccia accanto a Yahya ibn Zakariyya’ ibn Abi al-Raga’, per il suo Nur al’uyun wa-gami’ al-funun, dove Nur sta per «splendore», «luce», sì come Noor di Giordania, perché al mondo, tutto sta a capire, a trovare collegamenti, punti di contatto, riferimenti.
La gioia della scoperta, per ogni uomo, risiede proprio in questo: nel trovare ponti, nello scoprirsi parte di un tutto, nel non sentirsi isolato. Nel pronunciare correttamente sostantivi di uso comune come «falafel», ma anche nel capire il significato di «kosher».
Per questo, a 500 anni dall’istituzione di quello di Venezia da cui ogni altro e perfino la nozione prendono il nome, i ghetti sono l’unica forma di socialità da condannare, evitare, debellare. E per questo sì, Bruxelles con il «quartiere degli europei» non è una forma di Europa ben riuscita.

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