Armando Sanguini

Siria, la tregua non illuda: ora è Putin che comanda

Il cessate il fuoco regge perché conviene a tutti gli attori in campo. Ma per quanto tempo ancora? A Ginevra, Russia e Iran faranno valere la posizione di forza acquisita.

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10 Marzo 2016

L’annuncio del “cessate il fuoco” concordato tra Washington e Mosca per il 27 febbraio scorso era stato accolto da una salva di reazioni venate di un sostanziale scetticismo.
Lo stesso Obama del resto aveva messo le mani avanti esprimendosi in termini di robusta prudenza, ad evitare il rischio di dover ammettere, a posteriori, di aver peccato di eccessivo ottimismo.
Suggeriva cautela il contesto, ad altissimo livello di conflittualità diffusa e dall’esclusione dalla tregua le milizie sia dell’Isis che di al Nusra (al Qaeda) in continuo movimento e incrocio con le forze dell’opposizione cosiddetta “moderata”.
SOLLIEVO PER I SIRIANI. La suggeriva il deliberato e disinvolto strabismo con cui Putin aveva posto nel mirino del fuoco della coalizione siriano-libanese-iraniana a guida russa sia le milizie del terrore sia le precitate forze dell’opposizione a Bashar al Assad riconosciute dal mondo occidentale e arabo.
Invece la tregua ha tenuto, sebbene con la sbavatura di qualche violazione, soprattutto a danno di queste ultime e della popolazione civile.
E dalla tregua hanno tratto sollievo le decine e decine di migliaia di siriani che, intrappolati nei centri urbani posti sotto forme asfissianti di assedio, hanno potuto ricevere i primi aiuti umanitari in termini di cibo, medicine e generi di prima necessità.

Una tregua che conveniva a tutti

Il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo americano Barack Obama.

(© Ansa) Il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo americano Barack Obama.

Diciamo pure che la tregua è servita anche a fotografare l’immane scempio umano e materiale prodotto da questa guerra e a misurare la distanza che si è venuta a creare tra quel livello di tragedia e di orrore e la mancanza di sensibilità a un’accoglienza degna di questo nome prevalsa nella “civile” Europa, da Calais all’Austria dall’Ungheria alla Slovacchia.
La tregua ha tenuto perché serviva a tutti, quanto meno per riprendere fiato e attualizzare tattiche e strategie.
Serviva molto a Mosca e alleati (regime siriano, milizie rivoluzionarie iraniane e libanesi) per convalidare le ri-conquiste territoriali messe a segno nei cinque mesi trascorsi dall’irruzione nel conflitto e metterle all’incasso in sede di negoziato di Ginevra sulla transizione siriana.
GLI INTERESSI DELL'OPPOSIZIONE. Serviva alle forze di opposizione ad Assad e ai rispettivi sponsor, da Washington all’Arabia Saudita, per fermare il conflitto e valutare i margini di convenienza alla sua prosecuzione alla luce del crescente e verosimilmente irreversibile squilibrio e fra le forze in campo.
E ciò non solo per l’evidente indisponibilità americana ad avventurarsi in un confronto con Mosca, quantunque localizzato; non solo per la similare esitazione saudita, ma anche per la svolta compiuta dalla Turchia che messa sotto schiaffo da Mosca sul versante turkmeno, ha concentrato i suoi sforzi sul “nemico curdo” che ha avuto anche il torto di essersi schierato dalla parte di Assad nella speranza di trarne utili dividendi in chiave autonomistica, ciò che la Turchia teme, quando questo dossier sarà messo all’ordine del giorno.
La tregua è convenuta anche alle milizie dello stesso Isis, di al Nusra e degli altri gruppi jihadisti che hanno comunque beneficiato di un certo allentamento degli attacchi portati contro di loro sia da parte dell’asse russo-sciita che dalla coalizione internazionale a guida americana.

Fari puntati sul negoziato di Ginevra

I colloqui di pace sulla Siria, a Ginevra.

I colloqui di pace sulla Siria, a Ginevra.

E adesso? Adesso la tregua dovrebbe costituire la cornice necessaria per la ripresa del negoziato di Ginevra che, fissata inizialmente per il 7 marzo, è stata quindi spostata in avanti, tra l’11 e il 14 di marzo, nell'aspettativa della partecipazione di tutti gli attori indispensabili e, naturalmente, di una prosecuzione della tregua stessa.
I più vogliosi di portare avanti il negoziato sono i russi e relativi alleati che intendono capitalizzare la posizione di maggior forza relativa conquistata finora; soprattutto all'interno del perimetro della cosiddetta “Siria utile”, cioè di quella sorta di quadrilatero sbilenco comprendente la zona costiera e quella che va da Daraa a Damasco, da Homs ad Aleppo e oltre.
È l’area che lo stesso Assad aveva indicato a suo tempo (in un'intervista del 18 novembre 2015) come l’area più importante del Paese in termini demografici, economici, culturali, politici.
LA PROVOCAZIONE DI ASSAD. Quella nella quale, assieme alle zone sotto il controllo dei curdi, pensa di poter fare il pieno di voti nelle elezioni parlamentari provocatoriamente indette per il prossimo 13 aprile.
Quella nella quale ha avuto la spudoratezza di offrire una generale amnistia per quanti siano disposti a deporre le armi, quasi precorrendo la dinamica della road map ancora da negoziare e precostituendo le ragioni di una sua una legittimazione internazionale.
Legittimazione illusoria, quanto meno a lungo termine, dato il discredito politico e morale in cui è caduto Assad e l'avversione che questo personaggio suscita nell'intero mondo arabo sunnita e, a maggior ragione, in quello jihadista.
Ma per il momento, e per un tempo ancora non definibile, sembra più illusoria la prospettiva opposta, quella cioè della sua eclissi.

Il dittatore siriano è in una posizione di forza

Bashar al-Assad.

(© Ansa) Bashar al-Assad.

La ragion politica e della forza militare stanno dalla sua parte. Per di più, sia Mosca che Teheran stanno cavalcando anche il principio, formalmente ineccepibile, che spetti solo ai siriani (ma quali e in quali condizioni?) decidere da chi farsi rappresentare e guidare.
E non è irrilevante il fatto che Assad sia pur sempre riconosciuto quale legittimo presidente della Siria in sede Onu.
Sta dalla sua parte anche la più alta priorità assegnata alla guerra al Califfo. Ed è lontano il tempo in cui Obama lo condannava in termini ultimativi; tanto da far apparire strumentalmente retorica la richiesta avanzata dal ministro degli Esteri saudita di una sua uscita di scena al momento dell'avvio del processo di transizione. Richiesta rimasta priva di un'eco adeguata da parte di Washington che sembra soprattutto impegnata a ricercare una difendibile soluzione politica.
L'IRAN SFIDA LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE. Stando così le cose, all'alto comitato negoziatore delle forze di opposizione non resta un grande spazio di manovra.
E se è indubbio che al suo interno si stia sviluppando un dibattito piuttosto vivace è altrettanto prevedibile che, esclusa l'ipotesi di importanti violazioni del cessate il fuoco, prevarrà la realistica decisione di partecipare al negoziato.
Che entrerà nel vivo attorno alla metà di marzo attraverso il metodo degli incontri separati che Staffan de Mistura ha già seguito nella precedente sessione.
Il tutto mentre Mosca si dichiara pronta a offrire tutto l’aiuto necessario per favorire stoccaggio e distribuzione degli aiuti umanitari destinati alla popolazione siriana e l'Iran sfida la Comunità internazionale con un nuovo test di missili balistici.

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