Francesca Guinand

MUM AT WORK

Storia di Alice, incapace di darsi quello che merita

Giovane, professionista, madre. Ma piena di paure di non essere all'altezza di tutto.

di

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26 Marzo 2016

In Italia le donne sono il 12% dei dirigenti.

In Italia le donne sono il 12% dei dirigenti.

Ho intervistato e incontrato tante donne. Molte anche madri, tutte che cercano di crearsi uno spazio nel mondo del lavoro. Perché, ce l’ho scolpito nella mente ma non a tutti è chiaro, nel nostro Paese lavora meno di una donna su due, ovvero solo il 46,8% secondo gli ultimi dati Istat.
Queste donne sono madri e professioniste. Come me, del resto. E tutte - dalla manager alla dipendente part time, passando per la startupper e l’artista - si sentono in colpa, hanno paura di non farcela, di non essere accettate. Dalla società, dal compagno, dalla famiglie di origine. Dai figli e da se stesse. Proprio come me.
Perché quando decidi chi vuoi essere - professionista e madre, moglie e persona attiva socialmente - insomma quando capisci che vuoi tutto - devii. Diventi una “deviata” non standardizzata. Vai fuori dalla strada che le altre hanno percorso prima di te. Vai sul brecciolino, vai sulla strada sterrata. Dove il percorso non è segnato, non è tracciato. Un po’ pericoloso anche. E tutto, all’improvviso si fa più complicato. A volte quasi impossibile. Un po’ perché non ci sono modelli, un po’ perché ci sono troppi stereotipi.
«LA PAURA È UNA COSTANTE NELLE DONNE». Maria Grazia Avataneo Fey, coach psicologa, mi racconta che «gli stereotipi e i modelli interiorizzati, quando sentiamo di non aderire completamente a essi, inducono paura: la paura di non essere accettate, di essere continuamente giudicate, come persone, nelle nostre sfere e scelte più intime e difficili, nella nostra femminilità, nella nostra identità. Al di là delle differenze individuali, di progetti, ambizioni ecc... la paura è un tema costante che le donne portano, e ne parlano sempre piangendo. La paura di non farcela, la paura di cambiare, di restare sole, di non trovare chi le capisca, le appoggi».
Come fa una persona che ha paura e che si sente in colpa con il mondo a realizzarsi? Ad essere una brava lavoratrice? Una brava madre? E si può comprendere come tutto ciò in certi momenti possa essere destabilizzante, provocare dolore.
Per farmi capire meglio di cosa sta parlando, Maria Grazia mi racconta la storia di Alice. Una donna che portava dentro di sé la paura di essere una pessima moglie o compagna, una cattiva madre, e quella molto più sottile e deleteria, di non essere una “donna normale”. «Resto sempre colpita dalle donne che vengono da me e hanno quasi timore a parlarmi delle loro ambizioni. Si sentono sempre in colpa ad avere ambizioni. Alice non riusciva neppure a stilare il suo bilancio di competenze, tanto era annegata nel suo disagio. Alla terza sessione, timidamente sottovoce e piangendo mi dice: “Mi piacerebbe un giorno coordinare un piccolo gruppo tutto mio… non chiedo di diventare il capo del dipartimento, non so se potrei essere un manager”». «E perché non potresti esserlo Alice?» le chiede la sua coach.
ALICE, DONNA IN CARRIERA CHE SPAVENTA GLI UOMINI. Di fatto Alice, giovane ingegnere di 30 anni, con due figlie, la prima avuta durante la laurea, stava già coordinando un piccolo gruppo. «Lo faceva e non sapeva di farlo. Non era “tutto suo” semplicemente perché questa attività non era ufficializzata, ma andando ad analizzare il suo lavoro giornaliero, lei di fatto lo faceva, ogni santo giorno, ed era anche un solido punto di riferimento. “Il mio capo dice che faccio troppo, dovrei stare più tranquilla… ho delle valutazioni alte, anche perché i risultati si vedono, ma dice che gli altri non mi sopportano”. Gli altri sono tutti uomini. Ma lei continuava a giustificarsi: 'Non mi dice perché… non so, a me non sembra di non piacere, cerco sempre di essere sorridente, accomodante'».
Alice, una storia che si intreccia fra la dimensione professionale e quella personale vuole fare bene il suo lavoro. Si accorge che si possono portare molti miglioramenti al dipartimento che non sta andando troppo bene, si informa, propone. «Mi sono messa nella testa del suo capo, vicino alla pensione, con un titolo di studio inferiore al suo. “Alice ma che vuoi fare, prendere il mio posto? Solo perché hai una laurea pensi di poter insegnare a me che ho sempre fatto così? Stai al tuo posto”».

L'impossibilità di poter dire: «Voglio tutto quello che mi appaga»

Sul lavoro hanno subito ricatti 840 mila donne.

(© Ansa) Sul lavoro hanno subito ricatti 840 mila donne.

Quale era il posto di Alice? Nonostante un lavoro con mansioni da executive, ad alto contenuto tecnico, era trattata come una segretaria ed eseguiva molte mansioni di segreteria che non erano di sua spettanza. «Ecco Alice, ti stanno dicendo che quello è il tuo posto». Alice sta male, anche fisicamente; dorme male, piange spesso. Con i colleghi di lavoro non parla del suo disagio; si sente sempre inadeguata e in colpa. «Probabilmente è colpa mia se le cose non funzionano, forse sono io che sbaglio nel rapportarmi. Sicuramente sbaglio qualcosa», ripete spesso. Eccolo lì in agguato il pensiero successivo, quando sei già nel caos emotivo, quello che ti fa cadere nel baratro cognitivo del «sono sbagliata» a cui si associa tipicamente l’emozione «non valgo niente».
«Poi», continua Avataneo Fey, «un giorno finalmente riesce a dirmelo: “Penso di valere di più, di meritare di più..”, e scoppia a piangere». Bene Alice, brava, adesso cominciamo la battaglia.
«NON VOGLIO ESSERE COME MIA MADRE». «Mia madre mi aiuta con le bambine», confida alla coach, «ma poi me lo fa pesare; dice: 'Se vuoi fare la mamma dovresti trovarti un lavoro meno impegnativo, come ho fatto io! Se le bambine piangono o capita che fanno i capricci dice che è colpa mia, che è perché sono poco presente».
«Ma sa una cosa?», continua Alice, «io non voglio essere come mia madre! Non l’ho mai vista felice, ha sempre fatto da schiava a mio padre, per lui ha rinunciato tutto, ma non l’ho mai vista felice. Mi dice che voglio troppo, che dovrei accontentarmi. E poi c’è mio marito.  Mi dice di smettere se non ce la faccio più a reggere, o trovarmi un altro lavoro, non capisce, eppure lo sa quanto io abbia fortemente voluto questo lavoro, e in questa azienda.. i sacrifici che ho fatto».
Alice vuole tutto? Sì vuole tutto, perché lavorare la rende felice e appagata, essere mamma la rende felice e appagata, avere una famiglia la rende felice e appagata. Sa anche essere una buona amica, e le piace anche uscire, sa sola o con suo marito.
Sì, Alice vuole tutto, anche un lavoro dove poter esprimere le proprie capacità ed essere apprezzata per ciò che di buono fa, essere riconosciuta nel ruolo che svolge.
LA FELICITÀ STROZZATA DAL SENSO DI COLPA. Continua Avataneo Fey: «'Cosa vuoi di più”, dice spesso la madre ad Alice, “hai tutto, un bel marito con una buona posizione, due figli, una bella casa, un lavoro sicuro”, e ogni volta il senso di colpa dilaga, si annida dappertutto, prende tutti gli spazi interstiziali del nostro essere. Non c’è più spazio per il pensiero creativo, per i progetti, per la gioia. Alice viveva costantemente con il senso di colpa, e faceva sempre meno delle cose che prima faceva, perché tutto la metteva a disagio, uscire con le amiche, fare l’amore, fare la spesa, giocare con i figli».
Tutte noi, anche se non lo dimostriamo, siamo un po’ Alice. Ed è per tutte le donne che Maria Grazia Avataneo Fey ed Elena Biondo hanno creato il programma Per amore di me stessa, per far sì che dalla crisi personale e professionale esca fuori qualcosa di buono, esca fuori una “donna in evoluzione”, un upgrade della versione precedente impegnata a gestire le paure e le ansie da prestazione. Un percorso per donne che vogliono essere libere e più serene.
Perché, come ha scritto Virginia Wolf nel 1931, «una società giusta e che vuole progredire non si può basare solo sul contributo degli uomini, perché altrimenti le mancheranno metà dei talenti, delle idee, delle invenzioni. (...) La professione della donna può essere qualunque, basta che sia lei a sceglierla, e che ci possa liberamente mettere del suo: che sia casalinga, governante, operaia, scrittrice, avvocato, dottore, basta che le siano lasciati i suoi spazi e l’uso libero della propria mente».

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