Mario Margiocco

BASSA MAREA

Viva la meritocrazia, purché non ci infastidisca

La invochiamo a gran voce. Ma ne siamo allergici per natura. Soprattutto se ci penalizza.

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17 Febbraio 2016

La ricercatrice Roberta D'Alessandro, autrice dello ''sfogo'' contro il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini.

(© Facebook) La ricercatrice Roberta D'Alessandro, autrice dello ''sfogo'' contro il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini.

Il caso di Roberta d’Alessandro, la ricercatrice italiana approdata in Olanda e che rimbrotta duramente il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini troppo soddisfatta sui risultati internazionali dei nostri ricercatori e troppo poco dispiaciuta di non poterli trattenere in patria, ha riaperto la disputa sulla cosiddetta fuga dei cervelli.
Li formiamo ad alto costo e li regaliamo agli altri.
Per i ricercatori alcuni anni all’estero, se nei posti giusti, sono un investimento. Per loro e per la comunità nazionale. Ed è normale che una quota rilevante non rientri più: si accasano altrove.
Sarebbe normale però che una quota altrettanto rilevante potesse rientrare.
SCARSA ATTRATTIVA SUGLI STRANIERI. Essere stati all’estero non fa in sé grado, a parte l’esperienza umana: dipende dove si è stati e che cosa si ha imparato. Ma anche chi ha appreso moltissimo fa spesso fatica, nel caso di un rientro in Italia, a farlo valere, e non sempre perché chi si è preparato in Italia è altrettanto bravo o più bravo (succede). Semplicemente perché gioca in casa.
Si può trarre qualche soddisfazione, come fa il ministro Giannini, per la preparazione che comunque riusciamo a dare loro. E c’è da fare qualche riflessione.
Prima di tutto sul fatto che il nostro brain drain non è poi molto diverso da quello che vedono altri Paesi. Meno di altri però compensiamo con un brain drain d’importazione, di stranieri attirati qui.
I motivi sono vari, fra cui per la parte tecnologica la fine o quasi in Italia della grande industria, storia istruttiva anche per le responsabilità che implica, e che tutti i responsabili ovviamente rifiutano.
MERITOCRAZIA OSTICA PER L'ITALIANO MEDIO. E poi dovremmo riflettere su come mai i nostri centri di docenza e di ricerca non vadano, salvo qualche eccezione, alla ricerca dei migliori sul mercato, italiani rimasti in Italia, italiani all’estero disposti a tornare (almeno la metà lo sono, dicono le indagini a campione) più una quota di stranieri disposti a venire in Italia.
C’è sempre qualche concorso scandaloso, all’Università e nella ricerca in genere, qualche caso di chi ha fatto bene all’estero e non è riuscito a farsi spazio in Italia, esattamente così come c’è sempre un buon numero di impiegatucci piazzati in qualche ufficio pubblico di relativa utilità dal senatore di turno (Checco Zalone docet) che aveva già piazzato i padri in qualche altro posto fisso.
L’italiano medio, categoria insieme evanescente e reale, ha tre caratteristiche che gli rendono ostica la meritocrazia, in sé una regola semplice che definisce chi è più bravo a fare una determinata cosa e quindi dovrebbe essere scelto per farla.
LA PREDISPOSIZIONE AL RAGGIRO. Le tre caratteristiche sono: un innato pessimismo circa le opportunità nella vita, retaggio storico più forte al Sud ma presente anche a Nord in un Paese che è sì diverso ma meno di quanto creda, ed è andato comunque convergendo; una innata tortuosità di pensiero e a volte comportamento, conseguenza in parte del pessimismo; un opaco e non di rado del tutto assente concetto della norma, della legge, della regola, e della convenienza di tutti ad osservarla, e quindi una predisposizione alla manovra e al raggiro.
«Per arrivare ai suoi scopi l’italiano ricorre a ogni sorta di pratiche irregolari», scriveva da Roma in un rapporto al Quai d’Orsay, il ministero degli Esteri parigino, un diplomatico francese nel 1965. «L’imbroglio è portato ai livelli di una eminente professionalità».

Gli abusi e le concussioni viste dall'ambasciatore di De Gaulle

Due anni dopo l’ambasciatore Armand Bérard, uno dei grossi calibri della diplomazia francese di allora e stimatissimo da De Gaulle, osservava che per l’italiano «con l’abilità, con le manovre, con le protezioni occorre farsi una posizione che né i concorsi né esami imparziali riescono ad assicurare….Gli abusi e le concussioni sono diffusi a un livello che si fa a lungo fatica a prendere in considerazione».
Troppo severi? Forse. Neppure a casa loro tali aberrazioni erano e sono poi così rare. Ma questa era la reputazione italiana.
La differenza è che oggi forse noi italiani ne siamo più coscienti. In questa cultura però la meritocrazia rischia di restare appannaggio dei fessi. Rimane da capire quanto si perde, nel mondo competitivo di oggi, seguendo questi antichi copioni.
LA CULTURA DEL SOSPETTO. È pacifico, per un certo tipo italiano, pensare che se un giovane studioso ha ottenuto una prestigiosa borsa di studio avrà certamente avuto delle buone conoscenze, nel senso di persone influenti.
La stessa tipologia di persona, assai diffusa, non crederà mai che chi ha vinto la borsa possa averIa ottenuta con un semplice esame, rispondendo a un bando, e da perfetto sconosciuto.
ll sospetto per la meritocrazia è innato in molti italiani che la ritengono, si direbbe, una negazione della democrazia. Basta avere osservato come già a scuola, e molto di più nel posto di lavoro, il più bravo o la più brava, l’allievo o il collega che ha avuto più esperienze, conosce meglio un processo tecnologico per averlo praticato bene o, esempio più banale, conosce bene una lingua straniera, viene guardato assai più con sospetto («è più bravo e quindi può soffiarmi la promozione, devo fare qualcosa») che con ammirazione. Non è pura invidia, non è stizza: è paura.
USA AGLI ANTIPODI. In questo senso il Paese agli antipodi dell’Italia, là dove il merito individuale viene più facilmente e con gusto riconosciuto, sono gli Stati Uniti, anche se era più vero in passato che oggi; ma comunque, l’America è ancora così.
Messe insieme, le tre caratteristiche, pessimismo, tortuosità e vaga legalità, fanno sì che in certe circostanze parlare di meritocrazia spinga molti a sorridere.
E fanno dell’Italia un Paese dove l’intrigo, a incominciare dai concorsi truccati per finire alle raccomandazioni che non si negano spesso neppure al più inetto purché appartenga al giro giusto, è più la regola che, come altrove invece a volte, l’eccezione.
Non è facile misurare i costi per la nazione di questa tendenza ad accettare la supremazia dei.peggiori, o comunque dei mediocri.
LA SUPREMAZIA DEI MEDIOCRI. In varie situazioni, in Italia più che altrove (dove pure succede, eccome), l’alleanza dei mediocri diventa the law of the land, perché così tutti si tutelano. E la prima tutela sta nel negare il concetto stesso di meritocrazia, a tutto vantaggio di quelli di condivisione e integrazione o simpatia.
Chi scrive ricorda, nel mestiere, certi veterani del giornalismo italiano che, digiuni di lingue straniere nonostante i frequenti intoccabili viaggi, teorizzavano con fare da gran giramondo la potenziale superiorità di chi non conosceva la lingua del Paese da raccontare. O meglio una lingua franca, l’inglese in genere.
La lingua poteva essere una distrazione, dicevano, e chi non la conosceva ma conosceva il mestiere poteva andare più diritto all’essenza delle cose.
Può anche essere vero, se chi conosce la lingua capisce poco e non sa narrare nulla. Ma è comunque una tesi singolare.

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