Franco Moscetti

FACCIAMOCI SENTIRE

Volete onorare Regeni? Liberateci dalla gerontocrazia

Roboanti discorsi e funerali di Stato non bastano: per rendere giustizia a Giulio, la politica deve agire. E fare dell'Italia un Paese per giovani.

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08 Febbraio 2016

In generale una parte importante dell’opinione pubblica non ha una grande considerazione delle giovani generazioni.
Un po’ di anni fa un ministro della Repubblica (il defunto Tommaso Padoa Schioppa) coniò addirittura il termine «bamboccioni» per definire quei giovani under 30 che, secondo lui, restavano con i genitori, non si sposavano e non diventavano quindi autonomi, né socialmente né tantomeno economicamente.
UN RAGAZZO IMPEGNATO. Poi però arriva una tragedia immensa come la morte atroce del povero Giulio Regeni e quelle stesse persone, o almeno quelle in buona fede, dovrebbero riconsiderare la propria posizione sul tema.
Il 28enne Giulio (quindi under 30) ha sempre avuto l’impegno nel suo Dna.
Già a 12 anni era il mini sindaco di Fiumicello, il suo friulano paese natale. A 17 era andato a studiare in New Mexico (Usa) grazie a una borsa di studio. Ha poi studiato a Cambridge per un dottorato di ricerca.
Parlava correttamente almeno due lingue straniere (inglese e arabo). Era un ragazzo impegnato, ben educato, titolare di grandi ideali.
UN PENSIERO AI GENITORI. Il «figlio che tutti vorrebbero avere», hanno già scritto in molti.
Sono padre di un ragazzo che vive all’estero e da padre in questo momento il mio pensiero va ai genitori di Giulio e alla loro disperazione, amplificata, qualora fosse possibile, dai dettagli con i quali i media si stanno intestardendo a raccontare le ultime ore della sua morte.
Dettagli purtroppo confermati dai risultati dell’autopsia già fatta sul cadavere del ragazzo al Policlinico Umberto I di Roma.

I Regeni d'Italia fanno notizia solo nella tragedia

Giulio Regeni.

Giulio Regeni.

Credo che la perdita di un figlio, per qualunque ragione possa avvenire, sia l’atrocità più grande alla quale la vita può sottoporre dei genitori.
Ascoltare decine o centinaia di volte tra radio e tivù che poi la morte è avvenuta «per frattura della vertebra cervicale dopo un colpo alla testa e sono evidenti sul corpo i segni di un violento pestaggio» credo sia una ulteriore condanna che, per un padre e una madre in particolare, ma anche per tutte le persone a cui Giulio era caro, possa estinguersi solo con la fine della propria vita.
Ciononostante Paola e Claudio Regeni, che sono appunto i genitori di Giulio, con immensa dignità e compostezza, hanno subito dichiarato: «Né rabbia, né odio. Come voleva nostro figlio».
UNA FAMIGLIA ESEMPLARE. Nella loro nobile modestia non dicono che Giulio era il frutto dell’ottima educazione che loro stessi gli avevano impartito, dei sani principi che gli avevano trasmesso e che loro figlio aveva così ben recepito e interpretato.
In un Paese dove pochissimi si assumono le proprie responsabilità, questa famiglia ci riconcilia con la vita e ci obbliga a riscoprire quanto sia importante, nella formazione dei figli, il ruolo del contesto familiare di appartenenza.
Probabilmente, almeno da quello che si è appreso finora, Giulio è morto da eroe subendo torture e soprusi; per informarci, per difendere la verità e per difendere la fonte delle sue informazioni. “Parlando” avrebbe forse potuto evitare la tortura alla quale è stato sottoposto e salvare anche la sua vita, ma lui non lo ha fatto.
ALTRO CHE BAMBOCCIONI. Alcuni potrebbero sostenere che, per quanto nobile, la storia di Giulio sia solo una eccezione rispetto alla sua generazione di appartenenza già definita di «bamboccioni». Non è così.
Ci sono tanti “Giulio” nel nostro Paese. Purtroppo fanno notizia solo quando sono protagonisti di eventi tragici come quello di cui ci stiamo occupando.
Conosco personalmente giovani giornalisti che, seguendo la loro passione, scrivono dalla Siria, dall’Afghanistan, dalla Libia e da tanti altri Paesi teatri di guerra e che lo fanno da precari (o da freelance per usare un termine più chic).
A questi/e ragazzi/e le grandi testate pagano ogni pezzo poche decine di euro ma non per questo loro demordono.
Purtroppo le loro storie, come quelle di coloro che operano nelle ong, nel volontariato domestico e/o internazionale, vengono però a galla solo quando succedono dei fatti tragici altrimenti non fanno mai notizia.

Da Valeria fino a Giulio: non siano sacrifici vani

Valeria Solesin.

Valeria Solesin.

La colpa è anche nostra, in quanto queste storie non attirano l’attenzione del lettore come viceversa quelle dei giovani che hanno preso strade sbagliate o più semplicemente sono protagonisti della movida nelle principali città italiane.
Io mi auguro che si possa rendere onore a Giulio non con i soliti roboanti discorsi delle vecchie cariatidi della politica e neanche con i funerali di Stato come è stato fatto per Valeria Solesin morta il 13 novembre 2015 al Bataclan di Parigi quando i terroristi islamici fecero strage di 87 persone.
BASTA CON LE INGIUSTIZIE. Oggi pochi ricordano ancora Valeria e non vorrei che avvenga la stessa cosa per Giulio tra qualche giorno.
Sarebbe bello che dal sacrificio di questi ragazzi nasca una vera iniziativa a favore delle nuove generazioni che si impegni a trasformare l’Italia da Paese per vecchi a Paese per giovani.
I titolari di detta iniziativa dovrebbero giurare di impegnarsi a creare le condizioni per far guidare l'Italia con l’esempio. L’esempio di un Paese meritocratico e non basato sulle solite clientele, l’esempio di un Paese dove l’ingiustizia possa essere messa al bando.
Un impegno a creare le condizioni per vivere in un Paese dove ci sia coerenza tra l’insegnamento ricevuto in famiglia o a scuola (università compresa) e la realtà di tutti i giorni.
SCHIAVI DELLA GERONTOCRAZIA. I giovani del terzo millennio non sono tutti «bamboccioni». Sono flessibili, dinamici, aperti a diversità e cambiamenti.
Amano l’etica più di quanto si possa immaginare e non sopportano l’ingiustizia.
L’italica gerontocrazia non solo li ha relegati in un angolo ma li critica indiscriminatamente pur avendo essa stessa responsabilità chiare e precise per la situazione in cui si trovano.
La stessa gerontocrazia ha peraltro creato (più o meno consapevolmente) per questi giovani percorsi di esclusione istituzionalizzata dal mercato del lavoro quale conseguenza dell’uccisione del merito.
Occorre quindi cambiare e se l’Italia diventerà un Paese più adatto alle nuove generazioni Valeria e Giulia non saranno morti invano.
Altrimenti (ed è triste dirlo) avranno solo aiutato a diminuire l’ansia dei media per trovare, per qualche settimana, argomenti da trattare.

 

Twitter @FrancoMoscetti

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Canoi 09/feb/2016 | 08 :20

Moscetti dia il buon esempio.

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