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Marrakesh
30 Aprile Apr 2011 0921 30 aprile 2011

Avviso a Sarkò

Perché l'attentato in Marocco potrebbe portare all'Eliseo.

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Scolpito in una posa hollywoodiana, con una giacca zeppa di lustrini e occhiali scuri ad aumentarne mistero e carisma, re Mohammed VI ha guardato dall’alto l’attentatore di Marrakesh entrare nel caffè e rovinargli in un colpo mesi di lavoro. Il sovrano non ha però potuto dare l’allarme: per quanto diffuse, enormi e talvolta incorniciate nell’oro, le sue gigantografie non hanno ancora il dono della parola.
Servono, tuttavia, a ricordare ai marocchini cosa succederebbe se la monarchia non vigilasse su di loro: l'esplosione della confusione, delle tensioni etniche, forse anche della guerra. Proprio come nella Libia bombardata dall’Occidente.
Il terrorista che ha ucciso 16 persone - di cui sei francesi e un britannico - ha fatto le prove generali. Ed è riuscito in un colpo solo a raggiungere parecchi obiettivi: inferire un colpo durissimo all’economia che vive di turismo e rallentare il tentativo affannoso di riforma democratica del Marocco. Tuttavia, sostengono i ben informati, la strage nasconde soprattutto un messaggio per la nostra sponda del Mediterraneo: la pazienza del Nord Africa sta finendo.

Il Pil che cresce spegne la primavera araba

Prima dell'esplosione di violenza, il re Mohammed VI, 47 anni e il piglio del giovanotto, era riuscito quasi in un miracolo: evitare che la nazione fosse contagiata dall’entusiasmo della primavera araba.
Non tutta è farina del suo sacco: rispetto ai vicini confinanti, il Marocco gode di maggiore stabilità economica e minori problemi sociali. Il prodotto interno lordo (Pil) è cresciuto nel 2010 del 4,2%, e nel quinquennio precedente aveva segnato in media il +5% anno su anno, con una crescita dei prezzi contenuta all'1%.
La popolazione, quasi 32 milioni di abitanti, si è avvantaggiata in modo abbastanza uniforme dell’accresciuto benessere. Il tasso di disoccupazione è inferiore al 10%: pari a quello europeo, e un terzo di quello dei giovani tunisini che infiammarono il Nord Africa. La lotta per il grano, insomma, non è ancora il motore dell'insoddisfazione popolare.
ANNI DI PIOMBO. Il merito di Mohammed VI, salito al trono nel 1999, è stato invece far dimenticare ai marocchini la pesante eredità paterna. Hassan II era stato il sovrano degli anni di Piombo, segnati da repressioni durissime del dissenso, dalla mancanza di libertà d’espressione, da violenze e violazioni dei diritti umani.
In quasi quattro decenni di reggenza, centinaia di persone furono incarcerate e le chiavi delle loro celle dimenticate nelle segrete dei palazzi. Mentre il monarca giocava a golf con gli amici europei - ogni residenza del sovrano nel Paese è dotata di adiacente campo - la sua gente veniva schiacciata con metodo e ferocia dai servizi segreti, dall’esercito e dalle milizie reali.

Il sovrano di garanzia contro le lotte intestine e l'Occidente

Gli attimi successivi all'esplosione nel caffè di Marrakesh.

Quando salì sul trono, nessuno avrebbe scommesso che il figlio Mohammed VI sarebbe riuscito a smarcarsi - almeno in parte - da quella condotta. Invece, è stato abbastanza astuto per capire che le riforme, anche solo di facciata, erano il primo modo per mantenere unito il Marocco. E conservare il potere.
Il nuovo re si è lanciato in un’opera di rinnovamento: ha dato maggiori diritti alle donne, ha aperto il governo alle opposizioni (seppure mantenendo sotto la propria nomina diretta tutti i settori strategici) e ha aumentato la libertà di espressione, pur continuando a controllare la stampa ufficiale.
IL DISSENSO COMPOSTO. Quando la situazione nordafricana si è fatta incandescente, Mohammed VI ha agito con furbizia. Non solo ha aumentato gli stipendi dei 600 mila dipendenti pubblici, ma ha avviato un processo di riforma della Costituzione in cui ha invitato le opposizioni a contribuire. Per dimostrare la bontà delle proprie intenzioni, inoltre, ha rilasciato 190 prigionieri politici, per lo più detenuti dopo gli attacchi terroristichi che avevano insanguinato Casablanca nel 2003.
Agendo d'anticipo, Mohammed VI è riuscito a contenere le proteste dei suoi cittadini, accreditandosi come sovrano aperto e disposto al dialogo. Le richieste di una maggior democratizzazione del Paese non sono comunque mancate, sulla scia dell'entusiasmo per piazza Tahrir. Ma il re ha lasciato che i giovani del Movimento 20 febbraio scendessero in strada, ogni domenica, nelle principali città. E, come aveva sperato, le manifestazioni non sono mai diventate violente.
Nessuno si è azzardato a chiedere la testa del monarca. Un po' perché i marocchini avevano creduto all'illusione di un processo di riforme. Un po' perché, a fronte degli sconvolgimenti del resto della regione, non ultimo il pantano libico, la sua figura è considerata una garanzia dell’unità nazionale di fronte alle tensioni e alle ingerenze dell'Occidente.

L’attentato: un monito contro il re. O contro Sarkozy

Una delle manifestanti nei cortei del Marocco (Getty Images).

I più scettici nei confronti del riformismo del re sono stati non a caso proprio i suoi più stretti collaboratori, riluttanti a cedere anche solo una minima parte dei privilegi e delle prebende cui li ha abituati la monarchia. La recente amnistia per i detenuti politici, segno di un nuovo corso, ha irritato i frequentatori del palazzo, tanto più che una seconda tranche di liberazioni era già stata promessa dal re per il 30 luglio, in occasione dell'anniversario della sua incoronazione.
Così, a poche ore dall'attentato del 28 aprile, le prime voci sui responsabili della strage sono filtrate proprio dai fedelissimi di Mohammed VI: l'autore, esecutore materiale o semplice ideatore, sarebbe uno dei progionieri scarcerati nelle scorse settimane.
L'OMBRA DI AL QAEDA. Vero o falso che sia, secondo le fonti locali è un'indicazione sufficiente per intravedere il disegno dietro all'inaspettata esplosione di violenza. Da una parte, esiste una minoranza radicale che rifiuta le concessioni di facciata del sovrano. Estremisti, forse legati al network dello sceicco Bin Laden, ben radicato nel Maghreb: gli stessi che nel 2003 causarono 33 vittime a Casablanca. Uomini determinati a paralizzare il processo di riforme, per indebolire il re ed esacerbare gli animi, confidando in una deriva integralista.
Dall'altra, c'è un apparato che dichiara guerra ai terroristi, ma rifiuta le aperture del sovrano. E pur di ostacolarle è pronto a chiudere un occhio sulla strage. «Gli autori intellettuali o materiali dell'attentato sono alleati strategici dell'autocrazia che governa il Marocco», ha riferito Alì Lmrabet, giornalista nordafricano.
LA PISTA FRANCESE. Esiste però anche un’altra lettura della vicenda. Meno avvilluppata sulle trame interne del Paese - comunque rilevanti - ma imperniata sugli eventi che dalla Libia investono la sponda nord del Mediterraneo.
Secondo una fonte interpellata da Lettera43.it, la violenza sarebbe sì un segno, ma destinato alla Francia, responsabile dell’escalation bellica in Libia e di un interventismo poco gradito.
La scelta di un bar affollato nella piazza, meta obbligata per i turisti che in questo periodo accorrono a frotte da Parigi, non è casuale: gli attentatori volevano andare a colpo sicuro, colpire cittadini francesi in modo facile e senza esporsi a troppi rischi.
I morti, insomma, sarebbero un monito per l’Eliseo, nei confronti del quale la pazienza del Nord Africa sta per terminare.
LE CELLULE DORMIENTI. Ad agire, infatti, stando alle informazioni raccolte, non sono stati terroristi legati ad al Qaida, ma cellule dormienti attive nel passato e pronte a intervenire al momento opportuno.
La pioggia di bombe sulla Libia, con il pressing di Nicolas Sarkozy su alleati strategici quali l'Italia perché seguissero l'esempio, li avrebbe spinti a uscire allo scoperto. Con l'obiettivo di risvegliare l’opinione pubblica, assuefatta alle bombe ma non alle vittime occidentali.
Il sangue, insomma, come detonatore della consapevolezza.
Comunque la si guardi, la storia non promette nulla di buono.

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