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ESTERI 14 Maggio Mag 2011 1330 14 maggio 2011

Usa, centrali a rischio

Quali sono gli impianti nucleari che minacciano il Paese.

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La console di comando della centrale nucleare di Browns Ferry.

Prima i tornado di fine aprile, adesso l'esondazione del fiume Mississippi. Una minaccia che riguarda da vicino anche i tre reattori della centrale nucleare di Browns Ferry, in Alabama.
L’esondazione ha già causato danni incalcolabili, travolgendo migliaia di case e i livelli delle acque hanno già superato i record del 1927 e 1937, con un picco di 16 metri d’altezza. Le zone più a rischio sono ora quelle di Baton Rouge e New Orleans, in Mississippi e Lousiana. Stati senza pace. Dopo la devastazione di Katrina nel 2005, l’anno scorso sono stati messi in ginocchio dalla Marea nera, il disastro ecologico (ed economico) generato dall’incidente alla piattaforma della Bp Deepwater Horizon.

La minaccia dei tre reattori di Browns Ferry

La centrale nucleare di Browns Ferry.

A ogni disastro naturale, il pensiero corre a Fukushima, l’evento che due mesi fa ha segnato l’immaginario del nuovo decennio. Soprattutto se i tre reattori di Browns Ferry, costruiti vicino al lago Wheeler sulle sponde del fiume Tennessee, hanno una tecnologia del tutto simile al disgraziato reattore giapponese.
Progettata negli anni Sessanta e completata nel 1974, la centrale di Browns Ferry ha preso il nome dal traghetto che attraversava le sponde del lago. Quella marea d’acqua che adesso fa paura e suggerisce, per precauzione, lo stand by di tutte le operazioni.
Al tempo della sua inaugurazione, il reattore 1 di Browns Ferry fu il primo del mondo a superare la quota di produzione di un gigawatt, con i suoi 1.065 Megawatt annui.
LA STESSA TECNOLOGIA DI FUKUSHIMA. I reattori 2 e 3, anch’essi realizzati con la tecnologia boiling water reactor, cioè ad acqua bollente, producono 1.118 megawatt ciascuno.
Tanto per fare un confronto, il fabbisogno energetico totale dell’Italia si aggira intorno ai 52 gigawatt, rispetto agli oltre tre gigawatt prodotti a Browns Ferry.
Quella in Alabama è insomma una delle centrali nucleari più importanti delle 104 presenti sul territorio statunitense, per lo più disseminate nella parte orientale degli Stati Uniti. Di queste, le 23 costruite dalla General Electric, come Browns Ferry, hanno la stessa tecnologia di contenimento di Fukushima, la Ge Mark I.

Le croci delle centrali nucleari General Electric

Gregory Jackzo, presidente della Nuclear regolatory commission.

In un raggio di 16 chilometri dalla centrale, tra le città di Athens e Decatur, vivono quasi 40 mila persone. C’è dunque da preoccuparsi seriamente per l'impianto in Alabama?
TOUR GUIDATO NEI REATTORI. Subito dopo il disastro di Fukushima, la Tennessee valley authority, proprietaria dei tre reattori, ha accompagnato un gruppo di reporter americani in un tour guidato all’interno della centrale, facendo sfoggio della presunta efficacia dei propri sistemi di sicurezza. La valvola di spegnimento di Fukushima, immediatamente distrutta nel disastro giapponese, si trovava al piano terra. A Browns Ferry si trova invece a tre piani di altezza.
«VULNERABILI ALLE INONDAZIONI». Eppure l’esondazione del Mississipi ha raggiunto livelli d’altezza da record. E se dovesse abbattersi su Browns Ferry con forza paragonabile a quella vista all’opera a Memphis, garanzie assolute per la sicurezza potrebbero non essercene.
Pochi giorni fa il presidente della Nuclear regolatory commission, Gregory Jackzo, aveva spiegato che «la vulnerabilità alle inondazioni è la lezione più importante che dobbiamo imparare da Fukushima». Pur promettendo una «risposta metodica e sistematica» alle debolezze evidenziate dal disastro giapponese, Jackzo ha ammesso che «occorrerà parecchio tempo per trovare soluzioni ottimali alla vulnerabilità in caso di inondazioni». Tuttavia, ha continuato, «la valvola di spegnimento non è il fattore cruciale».
Una linea del tutto simile a quella della Ge e delle aziende americane, tra cui la Tva, proprietarie delle centrali Usa.

La riscossa della Tva

Una centrale nucleare a Middletown, Pennsylvania.

Dal canto suo la Tva ha tramutato la devastazione della tempesta di fine aprile in un’occasione per celebrare la propria efficienza. Caricando sul proprio sito un video dai toni emozionali e di impatto, che prima presenta in bianco e nero le cifre e le immagini della distruzione lasciata dagli uragani, per poi mostrare a colori la riscossa, cioè gli sforzi del suo personale per ripristinare le centinaia di linee elettriche interrotte.
IL GUASTO SCOPERTO PER CASO. Le operazioni di facciata tuttavia non bastano. E una scoperta che riguarda proprio Browns Ferry, resa nota soltanto pochi giorni fa dalla commissione nucleare statunitense, ha fatto gelare il sangue ai cittadini della zona.
Lo scorso ottobre, un guasto a una valvola nel reattore 1 aveva imposto di passare al livello rosso di allarme, evento che si è verificato negli Usa soltanto cinque volte dal 2001.
La valvola rotta si trovava nel sistema di rimozione del calore, che permette al reattore il raffreddamento dopo uno spegnimento. Il guasto è stato trovato per caso, quando il personale ha spento il reattore per il refueling, cioè una delle rare volte in cui il sistema di rilascio del calore viene effettivamente usato. Eccezion fatta per le emergenze, naturalmente. Ed è stato proprio un malfunzionamento a questo sistema a causare la fusione del reattore di Fukushima.
Difetto di fabbricazione secondo la Tva. Ma dà i brividi il fatto che sia impossibile stabilire per quanto tempo, settimane o forse mesi, la valvola sia stata fuori uso. In quell’arco imprecisato di tempo, uno spegnimento d’emergenza sarebbe stato molto problematico, se non impossibile, come confermato dalla commissione nucleare Usa, che ha sconfessato la Tva, secondo cui il sistema avrebbe comunque funzionato in caso d’emergenza.

Bonelli: «Smantellamento delle centrali rinviato per i costi»

Angelo Bonelli, presidente dei Verdi.

Simili approssimazioni nella gestione delle centrali non possono non destare preoccupazione. «Il punto è che questi impianti sono in perenne conflitto con la natura», ha spiegato a Lettera43.it Angelo Bonelli, presidente dei Verdi.
«NESSUNA TECNOLOGIA È SICURA». «Non c’è nessuna tecnologia che possa spuntarla con l’imprevedibilità degli eventi naturali, che quando si verificano portano le centrali al collasso. Non è una valutazione politica, bensì un dato di fatto: nemmeno gli impianti nucleari di terza generazione, che di fatto non esistono ancora, sarebbero in grado di garantire la sicurezza. Basti pensare che il loro standard di sicurezza Epr, di terza generazione plus, non è stato approvato né dall’agenzia nucleare americana, né da quella tedesca». Non bastasse, le poche centrali attualmente in costruzione, come in Cina o in Finlandia, hanno molti problemi. «Quella finlandese costerà 7 miliardi, il doppio di quelli previsti, i lavori avanzano a rilento e durano da sei anni».
LA PROROGA DELLE CENTRALI USA. A detta di Bonelli il punto è che «fino al 2007 ci sono stati 800 incidenti minori, più un incidente di classe 4, cioè con fuoruscita di materiale radioattivo, ogni quattro anni a partire dal 1970. Senza contare i numerosi studi epidemiologici, come il rapporto Kikk, che dimostrano la correlazione diretta tra la presenza di centrali e l’aumento di leucemie infantili.
Il fatto è che smantellare le centrali nucleari è un procedimento drammaticamente costoso. Liberarsi di tutti gli impianti europei e nell’area ex sovietica costerebbe una cifra intorno ai 500 miliardi di dollari. Ecco perché le 104 centrali americane restano in funzionamento e il presidente Obama qualche mese fa ha prorogato di 20 anni l’autorizzazione di numerose nuclear plant».
Questioni irrisolte, come lo smaltimento delle scorie radioattive, che negli Usa vengono stivate in depositi provvisori. «Con tutti i rischi che questo comporta, come la contaminazione della terra e dell’acqua. Il tentativo del Congresso americano di creare una via più stabile a Yucca Mountain si è infine scontrato con l’impossibilità di trovare una soluzione definitiva» e il deposito ha chiuso i battenti il mese scorso.
Altri Paesi invece, come la Germania, hanno deciso di puntare sulle rinnovabili. «Nel 2021 i tedeschi avranno definitivamente abbandonato il nucleare. Entro il 2020 progettano di produrre 52 mila megawatt col fotovoltaico e entro il 2050 di ottenere l’80% del fabbisogno energetico totale del Paese di energia pulita, da fotovoltaico e rinnovabili».
RAPPORTO ENERGIA-OCCUPATI. Vero è che, e questo spiega la diffusione delle centrali in Usa, gli impianti nucleari sono da sempre una fonte di ricchezza e occupazione per le città circostanti. «Guardi, il rinnovabile ha un rapporto tremendamente più vantaggioso tra energia prodotta e occupazione», ribatte Bonelli. «Le quattro centrali che si vorrebbero realizzare in Italia, per esempio, creerebbero tra i 200 e i 350 posti di lavoro l’una, a fronte di una produzione di 6400 megawatt. Gli impianti di rinnovabili già oggi esistenti nel nostro Paese, che producono 4 mila megawatt, impiegano la bellezza di 140 mila lavoratori. Posti di lavoro nuovi. E questo spiega perché anche negli Usa, dove pure le lobby energetiche sono assai potenti, sono stati eletti decine di sindaci ambientalisti: l’occasione storica è creare un nuovo modello di business, e dunque di società, meno ansiogeno, più sicuro e pulito per il futuro».

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