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Movimenti
18 Maggio Mag 2011 0800 18 maggio 2011

Plaza Tahrir de Madrid

La protesta dei ragazzi spagnoli come quella del Cairo.

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C’erano i cartoni stesi per terra, improvvisato giaciglio dal sapore barricadero. C’erano gli striscioni, così fitti da essere quasi illeggibili. C’erano, infine, i volti dipinti: un po’ di vernice e un po’ di speranza. La polizia ha frettolosamente portato via tutto, all’alba di martedì: i ragazzi, i cartelli, l’incanto. E i giovani hanno risposto alzando il tiro, meno di 24 ore dopo, con un'adunata in piena notte, ingrossata ora dopo ora fino a contare migliaia di persone.
Perché quello che la Guardia Civil non può smantellare è la determinazione: la forza che ha trasformato la Puerta del sol di Madrid nella prima piazza Tahrir di Spagna. Seguita a ruota da Granada, Valencia, Cordoba, Alicante, Salamanca, Barcellona.
Le vie del centro sono state occupate dai giovani del movimento 15-M, 15 maggio. Gli stessi che, con l’organizzazione capillare dei social network, domenica scorsa hanno portato per le strade della capitale iberica decine di miglia di persone. Scegliendo una data simbolica: a una settimana dalle elezioni amministrative che delineeranno il post Zapatero, i nuovi arrabbiati vogliono mandare un messaggio chiaro alla politica. La Spagna non è un paese per giovani. Non più, almeno.

Il 90% dei disoccupati ha meno di 35 anni. O è extracomunitario

Il grande sogno si è rotto. Non da ora e, si spera, non per sempre. Ma della grande, euforica sbornia del socialismo al potere, ai ragazzi dei Puerta del Sol è rimasto solo il mal di testa del giorno dopo.
Complice la crisi internazionale, la bolla immobiliare, l’accanimento dei mercati, los chicos di Spagna stanno scostando le pene di tutti: nella penisola il 90% dei disoccupati - uno spaventoso 21,90% dell’intera popolazione - ha tra i 18 e i 35 anni o è extracomunitario.
GIOVENTÙ SENZA FUTURO. Senza contratti di lavoro e altre garanzie, i giovani sono stati tagliati fuori tanto dal welfare quanto dalle banche: non hanno i requisiti per chiedere un prestito e nemmeno quelli per i sussidi di disoccupazione. Senza tetto, senza lavoro, senza pensione e senza paura, è stato il grido di battaglia della piazza occupata per due notti. Non sarà l’Egitto, ma non ci manca troppo.
E infatti, come quella araba, la primavera di Madrid sogna di dare una spallata. Non al regime ma all’indifferenza. Che li ha condannati a restare figure sulle sfondo: professionisti mancati, mammoni per necessità, esposti alle intemperie del mondo per mantenere al caldo qualcun altro.

Non c'è democrazia senza lavoro

Tanto da spingere questi nuovi emarginati del benessere a chiedersi se quella spagnola sia una vera democrazia. A giudicare dal nome che si sono dati si direbbe di no: Real democracia ya, vera democrazia adesso. Il gruppo ha un paio di mesi, è poco strutturato ma molto combattivo. Basta leggere il primo punto del manifesto generazionale con cui si presenta al mondo: «Non siamo merce nelle mani di politici e bancari».
Per dimostrarlo, il movimento ha chiamato a raccolta i delusi di ogni parte del Paese e li ha fatti marciare per strada. I più coraggiosi, poi, si sono accampati in piazza tra bandiere colorate e bambini incuriositi, sfidando lo sguardo inquisitore della Guardia Civil. Tra di loro, però, non c’erano estremisti né sessantottini di nuovi conio. Piuttosto, aspiranti adulti carichi di titoli di studio e master prestigiosi. Non abbastanza, comunque, per trovare un lavoro.
SENZA BANDIERE POLITICHE. Quando i media sono accorsi a fotografarla e intervistarla, la gioventù della Tahrir spagnola - come già quella araba - ha rifiutato di farsi cucire addosso un’etichetta. Né con i socialisti né con i popolari, hanno risposto i ragazzi ai cronisti che chiedevano loro quale fosse l’ispirazione del movimento.
Al limite, la joventud sin futuro - come si fa chiamare - si dichiara ideologicamente vicina all’organizzazione antiglobalizzazione Attac, o al partito anticapitalista francese di Olivier Besancenot. Quello che alle ultime elezioni europee ha conquistato il 5% dei voti, a dimostrazione del fatto che le istanze in discussione pesano in tutto il continente.

Dai ragazzi ai genitori: una Tahrir per tutti

Per lottare contro i mulini a vento del potere, i novelli don Chisciotte hanno elaborato una strategia. La riappropriazione degli spazi pubblici, intanto: fino alle elezioni del 22 maggio non intendono andarsene dalle piazze, di Madrid e del resto del Paese . E poi di quelli simbolici. A cominciare dalle urne che si apriranno il prossimo 22 maggio in tutta la Spagna.
I ragazzi hanno tutta l’intenzione di andare a votare: il contrario significherebbe sposare l’antipolitica che, hanno imparato a scuola, è in primis rassegnazione per lo status quo.
Il piano dei barricaderos però è consegnare centinaia di migliaia di schede bianche. Non saranno sufficiente a invalidare il risultato, ma dovrebbero suonare come un sonoro j’accuse contro quelli che ritengono socialisti solo per affiliazione, e non nello spirito. E contro la destra che li ha preceduti e, forse, li sostituirà a breve.
GLI ADULTI CONTRO. La vera sorpresa, però, è che potrebbero non essere soli. Mentre la polizia portava via i ragazzi dalla Puerta del Sol con qualche manganellata di troppo, decine di genitori, commentatori e analisti si sono schierati dalla loro parte.
Un po’ per la solidarietà nei confronti dei deboli che caratterizza chi ha conosciuto decenni di dittatura feroce. Un po’ per onestà intellettuale: uno spagnolo su tre, e il 70% di chi ha più di 55 anni, ritiene che la situazione giovanile in Spagna non sia mai stata così grave. Un po’, infine, perché nessuno è esente dai dubbi. L’89% degli iberici, dicono i sondaggi, ritiene che i partiti siano solo una casta che si autoperpetua. E il 73% pensa addirittura che la loro struttura e gestione del potere allontani le persone più preparate e competenti.
Madrid non sarà il Cairo. Ma nella Tahrir del Sol i ragazzi potrebbero presto avere compagnia. Piccole rivoluzioni crescono. Almeno nel pensiero.

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