REPORTAGE
20 Luglio Lug 2011 1146 20 luglio 2011

La sete giordana

Viaggio sul fiume sacro. Mentre Amman lotta per l'acqua.

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da Amman

Valle del Giordano. Un allevamento dei beduini che vivono lungo le sponde del fiume sacro.

Il verde del bananeto riluce all'improvviso dietro a una curva, in un sussulto insperato di vita. Punteggia di luce la tavolozza a tinte ocra, disegnata da vallate di argilla crepata dal sole e da pendii di un abbacinante arancione.
Il caos di Amman, la capitale giordana, è lontano decine di tornanti e almeno 30 chilometri: spento nella silenzio immobile delle rocce millenarie che circondano il mar Morto.
Poco lontano dalla piantagione, qualcuno ha costruito un primitivo accampamento. Sotto un'imponente tenda di juta consunta, un uomo sonnecchia su un materasso polveroso.
Un gruppetto di bambini getta sguardi distratti ai muli e ai cammelli che dovrebbero custodire, giocando tra i panni appesi a legni ricurvi.
Sono gli indumenti di una famiglia in perenne viaggio: i nomadi dell'acqua. Il popolo che sfugge alle statistiche e ai censimenti. Beduini delle desolate lande del Sud e abitanti di quella che fu la rigogliosa valle del Giordano (guarda la photogallery della Valle del Giordano e del mar Morto).

Il fiume sacro ha perso 1 miliardo di metri cubi di portata

Valle del Giordano. Sentinelle israeliane sulle sponde del fiume.

Oggi di rigoglioso qui non c'è quasi più nulla: bisogna accontentarsi della stringata generosità della natura. Qui e là, imprevedibilmente, il fiume si addensa in falde sotterranee che curano la terra riarsa. E il popolo dell'acqua corre a coltivarla. Finché dura.
In mezzo secolo, il Giordano ha perso 1 miliardo di metri cubi di portata. All'altezza di Betania, dove secondo la Bibbia fu battezzato Cristo, il letto del fiume era largo 30 metri.
SENTINELLE LUNGO IL FIUME. Adesso supera a stento i cinque: solo poche bracciate a nuoto. Talmente poche che Israele ha dovuto piazzare sulla sponda sentinelle armate fino ai denti, per dissuadere fedajin e bagnanti poco informati dal tentare l'attraversamento.
Molto più degli israeliani, però, la riduzione della portata preoccupa quelli sull'altro lato del confine. Il fiume dava alla Giordania il 75% dell’acqua che le serviva. Adesso, i campi e la gente sono assetati.
Ad Amman, i rubinetti funzionano un solo giorno a settimana: nei restanti sei non scende una goccia. La gente corre ai ripari come può: i ricchi si attrezzano con cisterne, gli altri stipano il liquido alla meno peggio in ogni contenitore di casa.
LE DIGHE CHE ASSETANO. Tutti maledicono il cielo che non piange abbastanza. Ma imprecano anche contro il progetto di dighe con cui Gerusalemme, nei primi Anni '60, ha deviato il corso del fiume a valle del monte Hebron per assicurare il proprio fabbisogno idrico. Lasciando a secco gli altri.
«Rubano l'acqua della Palestina. E poi provano persino a lucrarci sopra: si offrono di rivenderla ai giordani. Ma noi ce la riprenderemo», sostiene con Lettera43.it Moahmed Aldweik, avvocato 50enne con uffici in tutto il Medio Oriente.
Aldweik non è un legale qualsiasi: fu il difensore di al Zarkawi, numero due di al Qaeda, prima della misteriosa morte del terrorista. E oggi, in uno studio blindato e disseminato di telecamere, gestisce importanti relazioni, parlando al telefono con i maggiorenti di Hamas e Fatah.

Nel Mar Morto in secca languono gli investimenti immobiliari

Giordania. Vista sul Mar morto oggi ridotto a poco più di uno stagno.

Se venti di guerra spirano, insomma, sono bagnati nei ricordi del Giordano. La battaglia, al momento, non è armata, ma comunque tutt'altro che diplomatica. Per riprendersi l'acqua re Abdallah le sta provando tutte. Glielo chiedono i contadini che a giorni alterni stazionano davanti a palazzo reale, portandosi dietro moglii velate e figlie intimidite. E lo esigono i sauditi che hanno investito miliardi di dollari in resort di lusso e complessi residenziali sul mar Morto.
Il bacino oggi è ridotto a uno stagno che attira solo i turisti di passaggio: perde un metro di profondità all'anno. E sulle villette di cemento con cui i ricchi immobiliaristi arabi pensavano di arrotondare i bilanci, i cartelli vendesi prendono polvere.
LA GUERRA DEGLI AFFLUENTI. L'ultima trovata per ridare fertilità alla terra è un progetto che gioca di astuzia: se Israele toglie acqua al Giordano, Amman vuole sottrarla ai suoi affluenti. Il sovrano ha dato mandato ai tecnici di studiare una serie di dighe - si dice 13 - che deviino il percorso dell'Yarmouk, il fiume siriano che ingrossa il bacino del Giordano.
Ma la trovata, per quanto ingegnosa, è carica di foschi presagi. Non solo perché Israele ha già imbracciato le armi per difendere l'oro blu, nel 1967. Questa volta potrebbe aprirsi un altro fonte di guerra, altrettanto minaccioso.
«C'è il rischio che la Siria crei grossi problemi: un po' perché il fiume nasce in casa loro, un po' perché sono i siriani a venderci l'acqua che ci manca», spiega Nawaf W. Tell, direttore del centro di studi strategici dell'Università di Giordania, il primo ateneo del Paese. «E non bisogna dimenticare che i siriani hanno le proprie dighe che utilizzano per produrre elettricità. Non c'è ragione per cui siano disposti a privarsene per fare un favore a noi».

Abdallah ha speso 800 milioni per abbeverarsi a Disi

Se si vuole evitare un nuovo terremoto nella regione, non è insomma ancora tempo per rottamare le autocisterne. I camion carichi di acqua attraversano senza sosta le valli di argilla e sabbia da Amman a Petra, si fermano a rifornire alberghi e municipi, regalano qualche goccia ai nomadi assiepati ai lati della strada con i loro cammelli.
I tubi di collegamento scorrono come un fiume carsico dal deserto dell'est fino alla capitale, emergendo qua e là in corrispondenza di un campo di cipolle o di pomodori, presidiati da guardiani invisibili ai passanti.
«LA STRATEGIA INESISTENTE». Ma la siccità e i conti pubblici impongono di trovare una soluzione all'emergenza idrica. Il sovrano ha investito 800 milioni di dollari per succhiare quello che resta dell'antico lago fossile di Disi, nel sud del Paese: nel migliore dei casi, potrebbe dare acqua per 30 anni. Comunque non abbastanza per rifornire ogni campo e casa del Paese.
«Il tentativo è disperato e rivela che una strategia non c'è. Gli unici che non si agitano sono i contadini itineranti: loro hanno imparato dai nonni come fiutare la pioggia e le falde, e riescono così a sfamare le famiglie», chiosa amaro Oraib Al Rantawi, il direttore generale del think tank Al Quds. «Agli altri non resta che sperare in un'improvvisa folgorazione del re. O nell'aiuto divino».

Il progetto del grande acquedotto da 30 miliardi di dollari

Valle del Giordano. Quello che resta del fiume sacro. In 50 anni la sua portata è diminuita di 1 miliardo di metri cubi.

Nell'attesa del segnale dal cielo, le diplomazie internazionali un'idea dal cilindro l'hanno comunque tirata fuori. Infiocchettandola con la sempiterna promessa di riappacificare l'intera regione.
La soluzione per tutti i mali è un maestoso acquedotto che pompi acqua dal mar Rosso e salga a nord, per rianimare l'esangue Giordano, il mar Morto e le reti idriche cisgiordane, giordane e israeliane. Riunendo nella fonte della vita i tre popoli fratelli divisi dalla storia.
L'idea è suggestiva, ma il progetto fatica a decollare. Non solo perché gli studi di fattibilità sono in corso da quattro anni tra i battibecchi di Hamas e Fatah, pronti a giurare che si tratta di una trovata israeliana per far collassare l'instabile ecosistema palestinese, già dannato da terremoti e liquami chimici.
IL PROBLEMA DEI FONDI. Il problema è anche economico: per realizzare il faraonico progetto ci vogliono 30 miliardi di dollari. Non sono cifre alla portata del sovrano hascemita giordano, discendente dalla famiglia di Maometto che passa più tempo con il cappello in mano alle corte dei sauditi di quanto ne trascorra tra le sontuose stanze del proprio palazzo reale.
E un investimento di questa portata non è nemmeno nelle previsioni di bilancio degli israeliani che, tra una diga e l'altra, si sono già garantiti ben più di una doccia alla settimana.
L'unica ipotesi è un maxi regalo della Banca mondiale, che però non ha ancora fatto sapere nulla. E il silenzio non lascia ben sperare.
Prima dei politici, lo hanno capito i turisti. Le sentinelle che presidiano i confini del Giordano sorvegliano ogni movimento con i mitra in vista: guai a riempirsi una bottiglietta con la sacra acqua battesimale. Per quella c'è il negozio di souvenir. E, per una volta, cristiani, musulmani ed ebrei pagano la propria quota di Paradiso senza fiatare.

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