Hackney Londra 110809203406
L'INTERVISTA
10 Agosto Ago 2011 0934 10 agosto 2011

«Brixton, lotta senza ideali»

Lo scrittore Weathle sulle rivolte a Londra.

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Una barricata in fiamme ad Hackney, uno dei sobborghi di Londra in rivolta.

Fu a Brixton, nel 1981, che la polizia ebbe per la prima volta veramente paura della rabbia degli immigrati. Nel popolare quartiere a sud di Londra il malcontento di africani e caraibici per le condizioni di povertà ed emarginazione si unì agli effetti della Sus law, la legge che permetteva agli agenti di fermare e perquisire chiunque anche senza ipotesi di reato.
La notte del 10 aprile 5 mila persone diedero il via alla guerriglia, che si concluse tre giorni dopo con quasi 300 poliziotti feriti, 70 edifici dati alle fiamme e 224 arresti.
UN TESTIMONE DI BRIXTON. Alex Wheatle, che oggi ha 48 anni, in quei giorni era nelle strade di Brixton. Londinese, ma figlio di immigrati giamaicani, prima di fare lo scrittore ha trascorso gran parte della sua infanzia in un orfanotrofio, e poi l’adolescenza in un ostello dei servizi sociali di Brixton, quartiere che già da anni era la casa della comunità afro-caraibica della capitale inglese.
Là, dopo essere stato testimone della prima rivolta - ce ne sono state altre due di minore entità nel 1985 e nel 1995 - Wheatle ne raccontò in vari libri i dettagli e le conseguenze.
LA VITA NELLE PERIFERIE. In un altro saggio ha analizzato la vita quotidiana nelle periferie di Londra, e nel 1999 ha pubblicato il suo primo romanzo, Brixton Rock, in cui racconta la storia di un 16enne mulatto durante la rivolta di Brixton. Così Wheatle è diventato una sorta di antropologo urbano, un occhio capace di interpretare le rivolte che oggi hanno riportato la paura nella capitale inglese.
«Non credo che i ragazzi in strada siano teppisti in partenza», ha spiegato Wheatle a Lettera43.it, «penso invece che la rabbia e il disagio possano sfociare in teppismo».

DOMANDA. Qual è la differenza tra le rivolte a cui stiamo assistendo e quella di Brixton nel 1981?
RISPOSTA. Allora c’era una situazione sociale molto diversa, con l’isolamento assoluto della comunità afro-caraibica nelle periferie a sud di Londra e la repressione costante della polizia.
D. Le rivendicazioni sono diverse?
R. Allora si chiedeva il riconoscimento sociale e il rispetto da parte degli agenti. Oggi non è più una questione politica, ma economico-sociale. I ragazzi pretendono le stesse possibilità degli altri giovani britannici.
D. Chi sono questi ragazzi e da dove vengono?
R. Sono per lo più figli degli immigrati afroamericani di seconda e terza generazione. Sono nati e cresciuti in periferia. I loro genitori sono quelli a cui, nella maggior parte dei casi, vengono affidati i lavori più umili. Sono famiglie con redditi molto bassi, che ora subiscono anche gli effetti dei tagli alla spese sociali.
D. Sono tutti poveri e disagiati o tra loro ci sono semplici teppisti?
R. Non credo che i rivoltosi fossero teppisti in partenza, credo invece che la rabbia e il disagio possano sfociare in teppismo. Di certo tra loro c’è chi è attratto dalla violenza a prescindere, ma si tratta di gruppi isolati.
D. In più si tratta di giovanissimi.
R. Sì, a scendere in strada sono soprattutto ragazzi di 16-20 anni costretti a rinunciare alla scuola o al lavoro a causa della crisi economica e che vivono seri problemi sociali all'interno delle loro case.
D. E allora perché incendiano i palazzi delle periferie e non puntano ai centri del potere?
R. Se avessero potuto lo avrebbero fatto, ma sanno che non conviene.
D. Perché?
R. La zona delle sedi istituzionali, nel centro della città, è sempre molto controllata e gli agenti molto più numerosi. Mentre nelle periferie, molto più isolate, hanno potuto portare al massimo la loro dimostrazione, anche grazie alla dettagliata conoscenza del territorio.
D. Alcuni analisti sostengono che molti ragazzi non sono mossi dal disagio, ma dalla voglia di consumismo. È d’accordo?
R. Sono sicuro che una grossa fetta delle persone giovani coinvolte non avevano alcuna intenzione politica. Volevano solo arraffare qualcosa di costoso, come televisori e vestiti di marca. È certo che molti di questi ragazzi fossero solo guidati dall’idea di possedere oggetti costosi e di qualità.
D. Perché?
R. Perché si sentono abbandonati dallo Stato e allora sfruttano il momento di disagio per prendersi con la forza ciò che non potrebbero mai comprare. E gli attuali modelli consumistici di certo non aiutano.
D. La polizia è ancora violenta come nel 1981?
R. Allora le stazioni di polizia non erano dotate di impianti di registrazione video, e anche fuori la capacità di registrare le immagini era molto ridotta. E così si sentiva legittimata a fare di tutto.
D. Non è cambiato nulla da allora?
R. Dopo le inchieste sugli abusi degli Anni ’80 qualcosa è cambiato, e comunque oggi le telecamere sono ovunque e registrerebbero le violenze. Tuttavia i ragazzi più giovani non credono alla presunta buona fede degli agenti.
D. Da quello che abbiamo visto, a dire il vero, la polizia più che violenta sembrava spaventata.
R. Spaventata non credo, disorganizzata forse sì. Di certo non si aspettava una tale sollevazione popolare.
D. C’è ancora un problema di razzismo nel rapporto tra la polizia e gli immigrati delle periferie?
R. No, credo che sia stato superato quasi del tutto. Oggi viviamo in una società multiculturale, e in questo senso riconosco che c’è stato un avvicinamento delle istituzioni alle comunità immigrate.
D. Secondo lei come evolverà la situazione?
R. Credo che la comunità nera debba parlare con i giovani, chiedere spiegazioni ai violenti e riportarli all’interno della legalità. La polizia invece deve riconoscere che quando la criminalità è anche al suo interno, tocca anche agli agenti andare davanti a un giudice. E bisogna punire la brutalità della polizia.

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