REPORTAGE
16 Novembre Nov 2011 1025 16 novembre 2011

Il popolo fantasma del Sahara

Lettera43.it nei campi profughi dell'Algeria.

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da Tinduf

Fa freddo in questo deserto di sabbia e mosche. Fa freddo stamane nel campo profughi di El Aaìun, anche se il sole è già sorto e fra qualche ora sarà una palla di fuoco e creperà l'argilla e fonderà la lamiera con le quali un popolo di disperati ha costruito le proprie case.
Fa freddo anche se fra poco sarà troppo caldo, l'arsura brucerà gli animali e seccherà le provviste, asciugherà l'acqua e inaridirà la vita.
È crudele guardare i bambini che giocano tra rottami di plastica con gli occhi lucenti come biglie e chiedersi chi tra loro non ce la farà: almeno uno su tre dei piccoli sarawi non mangia abbastanza per vivere. Le statistiche sono schiette; il destino, invece, è inesorabile. E si accanisce con chi non ha più nulla da perdere, perché tutto il resto è già stato divorato dalla storia e dall'indifferenza.
LA TERRA SOTTRATTA. I 120 mila reietti rifugiati in quest'angolo di inferno recintato da mine e filo spinato sono figli dell'oblio: sono arrivati qui 36 anni fa, quando il Sahara occidentale appena libero dalla colonizzazione spagnola è finito sotto le bombe marocchine. È in questi campi che lavorava Rossella Urru, la cooperante italiana rapita nell'ottobre scorso con due colleghi spagnoli e le cui tracce si sono perse nelle sabbie del grande deserto africano.
I campi dovevano essere una soluzione temporanea, un misero riparo offerto dall'Algeria agli esuli sarawi, in attesa che il loro esercito di liberazione nazionale - il Fronte Polisario - vincesse la guerra fratricida con i confinanti. O che la comunità internazionale intervenisse in difesa del popolo oppresso.
Tre decenni, milioni di proiettili e decine di promesse dopo, i rifugiati sono ancora qui, tra la polvere e i mitra delle sentinelle, abbarbicati alla vita con tenacia ostinata. Anche se è un'esistenza fatta di tempeste di sabbia e stenti. Di gelo che rompe le ossa e di malattie senza cura.

Il referendum per riprendersi la terra, promesso e mai indetto

In questo scampolo d’Africa dove oggi si arriva solo chiedendo permessi e protezione alle autorità algerine il deserto è una distesa mossa e interminabile, che brilla come un mare ocra.
Il porto d’approdo è Tinduf, la città fantasma al confine tra Algeria e Marocco, fatta di edifici bassi e rabberciati, consumati dal tempo, dal caldo e dalla povertà.
È qui che un tempo il popolo di esuli del Sahara occidentale è giunto dopo mesi di interminabile esodo: le donne avanzavano scalze, mezzo metro alla volta, stremate dal percorso e dalle ferite, con in braccio neonati raggrinziti dalla sete e nemmeno una goccia d’acqua con cui tenerli in vita.
L'AGGRESSIONE FRATRICIDA. Alle spalle si erano lasciate le acque pescose dell’Oceano Atlantico e le terre del Rio de Oro, benedette dalle terze riserve mondiali di fosfati. Ma, soprattutto, si erano lasciate indietro i loro uomini, impegnati a lottare contro una nuova dominazione: quella del Marocco di re Hassan II, legittimato da un accordo firmato con gli ex colonizzatori spagnoli a impossessarsi di quelle ricchezze.
Quasi 40 anni dopo, la guerra non è ancora finita, anche se le bombe hanno smesso di piovere dal cielo. Nel 1991, l’esercito sarawi e quello di Rabat hanno firmato il cessate il fuoco e un patto: il Polisario poteva dapprima stanziarsi in una striscia di terra desertica - l’autoproclamata Repubblica democratica araba Saharawi - e un referendum promosso dalle Nazioni Unite avrebbe poi stabilito il diritto del popolo a tornare o meno nel Sahara Occidentale.
LE PROMESSE MANCATE. Gli osservatori internazionali della forza Minurso, Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara occidentale dovevano garantirlo. Gli attivisti occidentali sbarcati a frotte da queste parti nei primi tempi lo chiedevano a gran voce. E persino i politici in cerca di palcoscenici spendevano parole convinte.
Ma il voto non è mai arrivato. E mentre la loro guerra veniva soverchiata da nuovi e più urgenti conflitti, per i sarawi il deserto è diventato casa. «Sarebbe meglio chiamarla una prigione: nemmeno i nazisti avrebbero potuto pensare a un posto peggiore dove segregare qualcuno», precisa ruvida Batul Mohamad Hay, la portavoce della comunità in esilio.

Arrivano 10 milioni di euro di aiuti; ne servirebbero 30

Bisogna salire su una jeep che saltella su una striscia d'asfalto posata solo nel 2010 e già mangiata dalla sabbia per arrivare nei quattro campi profughi, che portano i nomi delle città della patria rubata: El Aaìun, Rabuni, Dakhla e Guelta. Qui sbagliare strada è pericoloso: negli anni '80 il Marocco ha costruito un muro di separazione lungo 2.700 chilometri per proteggere il proprio territorio e lo ha circondato da mine antiuomo: i mutilati da esplosioni accidentali non si contano.
Si contano, invece, i denari che servono a mantenere la separazione: 4 milioni di euro al giorno, poco meno della metà di quello che l'Occidente destina ai sarawi in un anno.
L'ACQUA IN TRE CISTERNE. «Invece ci vorrebbero 30 milioni all’anno per garantire condizioni di vita basilari nei campi: cibo, salute e istruzione a tutti», racconta Mohammed Arif, il capo delegazione dell'Unhcr che è invecchiato qui, in mezzo alla gente di cui si prende cura.
«Ne arrivano più o meno 10, invece. Non c’è acqua corrente e per dare da bere a tutti l’anno prossimo dovremmo comprare 18 cisterne: invece abbiamo i soldi solo per tre», sospira. «Ma noi siamo grati a tutti i donatori, sappiamo che fanno tantissimo», aggiunge di corsa, quasi con imbarazzo.

Si mangia quello che arriva: in un mese 415 grammi di tonno

Dipendere dagli altri senza perdere la dignità è un'arte che i sarawi hanno imparato in fretta. Le donne camminano ritte e fiere nelle loro vesti morbide che riparano dalla sabbia e dal sole, calcando improbabili occhiali da sole alla moda finiti chissà come in qualche pacco d'aiuti.
Circumnavigano recinti di lamiere arrugginite in cui siedono mollemente pecore e cammelli troppo magri, come quasi tutti quaggiù: accanto alle tende poligonali che furono color canna da zucchero e oggi sono stinte come le speranze, gli animali sembrano le comparse tristi di un circo itinerante, consumati dal tempo e dalla noia. Anche loro aspettano, ma non sanno cosa.
Non da mangiare: non ce n’è abbastanza nemmeno per i loro padroni. I container con gli alimenti spediti dalle associazioni internazionali atterrano una volta al mese e affondano il loro carico di speranza nella sabbia.
SOLO LEGUMI, NIENTE VERDURE. Se tutto è andato come doveva, se gli aerei non hanno ritardato o la strada non era interrotta, se qualcuno distratto non ha sbagliato a caricare o qualcosa non si è rovesciato, a bordo ci sono 415 grammi di tonno per ogni rifugiato. E poi riso, lenticchie, zucchero, ceci e fagioli. Quanto non si sa mai: quello che arriva arriva, e quando non ce n'è più da buttare nel brodo sporco in cui affogano le mosche, non ce n’è più per nessuno.
Talvolta nei container ci sono anche mele e carote, «ma arrivano marce quasi sempre», racconta Aisha Abdellah. Ha i modi risoluti di chi non ha più tempo e una voce profonda come tutte le mancanze subite. «Il profumo delle verdure è ancora così buono che spiegare ai bambini che non si possono mangiare è peggio che non avergliele mai data in tutta la vita», sospira. «Nessuno di voi può capire l’angoscia che si prova quando non hai niente di tuo ma dipendi dagli altri: la nostra vita è appesa alla vostra generosità di europei. Eppure noi siamo un popolo ricco: se solo ci lasciaste tornare a casa, vi ripagheremmo di tutto», aggiunge in un soffio.

I giovani stanchi di promesse vogliono una guerra

Rifugiati sawahari a una assemblea del Fronte Polisario nel campo di El Aaiun.

I sogni si trasformano in preghiere quando non c’è niente ad alimentarli. Nemmeno la corrente elettrica: servirebbe per curare i bambini afflitti dall’asma per le tempeste di sabbia. O il 55% delle donne incinte, anemiche. Così come il 60% di quelle che allattano. E il 30% dei piccoli, troppo magri per sopravvivere.
Non lo sanno che moriranno i bimbi dagli occhi sgranati che tengono tra le mani i giocattoli smessi da loro coetanei a migliaia di chilometri di distanza. E fingono di non saperlo le loro insegnanti, pagate 30 dollari al mese dalle Nazioni Unite per resistere nell’inferno dei campi, in aule improvvisate dove non esistono banchi né libri, ma solo una lavagna e la voglia di non soccombere.
IL RISCHIO DELLA VIOLENZA. Quella voglia che non è cambiata mai. «Quando siamo arrivati qua, abbiamo scavato a mani nude nel deserto finché non abbiamo trovato dell’acqua», ricorda Aisha.
«Ci vuole forza per stare qui e noi ce l’abbiamo sempre avuta. Vi abbiamo dimostrato che siamo un popolo forte e pacifico: ma voi dovete toglierci di qui», le fa eco Batul, concentrato di forza e acredine in un corpo tremendamente minuto. «Prima che scoppi un’altra guerra» .
Non è una minaccia da disperati. Quando i sogni e le preghiere son finiti, ricominciano a parlare le armi. E qualcuno tra i più giovani che non ricordano la lunga traversata nel deserto inospitale di quattro decenni fa, ha fretta di usarle.
A dicembre il Fronte Polisario andrà a congresso per scegliere come proseguire la propria lotta dopo decenni di appelli inascoltati. I rappresentanti del Parlamento europeo sono già venuti per sondare il terreno e offrire fiducia. Hanno promesso di riattivare il dialogo per promuovere il referendum e aumentare gli aiuti. Ma le promesse, dopo 36 anni, potrebbero non bastare più.

(leggi i primi due articoli del reportage: Viaggio a Tinduf e Nelle mani dei terroristi del Maghreb)

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