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CONFLITTI CULTURALI 5 Aprile Apr 2012 1030 05 aprile 2012

Grass nell'occhio del ciclone

Berlino: la stampa contro la poesia del Nobel. Merkel non commenta.

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Günter Grass.

Putiferio doveva essere e putiferio è stato. Le accuse a Israele nel confronto con l'Iran, lanciate dal premio Nobel tedesco Günter Grass e contenute nella poesia Quello che deve essere detto pubblicata contemporaneamente da alcuni quotidiani europei il 4 aprile, hanno occupato l'intero spazio mediatico tedesco. Dalla stampa agli intellettuali, dai politici alle cancellerie straniere, nessuno si è sottratto al commento o al giudizio.
IL SILENZIO DI ANGELA. Nessuno, tranne Angela Merkel. «La cancelliera aveva di certo una sua chiara opinione», ha scritto lo Spiegel, «ma ha annunciato a tutti il saluto per le vacanze pasquali (otto giorni a Ischia, ndr) probabilmente anche per evitare di dare ulteriore risonanza alle parole dello scrittore». Ha preferito lasciare al suo portavoce l'incombenza di una caustica dichiarazione: esiste la libertà degli artisti ed esiste, per fortuna, anche la libertà di un governo di non commentare l'uscita di ogni artista.
Tipico di Merkel, il fastidio di farsi imbarcare in una polemica non preventivata e certamente non gradita. È così toccato al ministro degli Esteri Guido Westerwelle affrontare il lato politico della questione. Anche da parte sua, poche parole: «Minimizzare il pericolo del programma nucleare iraniano significa non comprendere la gravità della situazione».
LO SDEGNO DELL'AMBASCIAORE ISRAELIANO. Nel silenzio del governo israeliano, la reazione più dura, come riporta il Tagesspiegel, è arrivata dall'ambasciatore a Berlino, Emmanuel Nahshon: «La poesia di Grass fa parte della tradizione europea di accusare gli ebrei di un rituale di morte prima della Pasqua ebraica. Un tempo erano i bambini cristiani, il cui sangue veniva utilizzato dagli ebrei per la fabbricazione del pane azzimo, oggi è il popolo iraniano che lo Stato di Israele vorrebbe eliminare. Il nostro è l'unico Stato di cui si mette ancora oggi in dubbio l'esistenza».

Censura e accuse di antisemitismo dalla stampa tedesca

La Zeit, che si è clamorosamente rifiutata di pubblicare la poesia di Grass, è intervenuta nel dibattito con un commento in cui si è scomodato anche Sigmund Freud, per parlare di un doppio antisemitismo: uno antico, ormai fuori moda e tabù, che dipingeva l'ebreo come malvagio e per questo giustamente perseguitato e deportato. Concetto ormai liquidato dall'esperienza dell'Olocausto. L'altro moderno, «come sgorga dalla poesia di Grass, che è molto più complesso, perché è alimentato da un subconscio compresso da potenti tabù, come vergogna e senso di colpa. Ma, come spiega Freud, il subconscio tende a venir fuori e il percorso apre la strada all'ipocrisia e alla disonestà».
MESCOLANZA DI MEZZE VERITÀ E BUGIE. Un giudizio pesante che fa il paio con quello di un giornale di orientamento opposto come la Welt, che ha parlato di «curioso rapporto di Grass con i fatti», di una «mescolanza continua di mezze verità e bugie». Il quotidiano conservatore ha commentato ogni singolo capoverso della poesia come fanno gli insegnanti di letteratura, per concludere: «Viene in mente involontariamente la routine dei discorsi europei sul Medio Oriente, nei quali il conflitto palestinese deve essere sempre menzionato anche quando non c'entra nulla col tema. Prendiamo ad esempio il caso di un tedesco, che non affronta il problema per prendersi cura dei palestinesi, ma per liberarsi dei complessi di colpa verso gli ebrei. Questo è evidentemente la tendenza di fondo del lavoro abborracciato di Grass ed è una logica conseguenza che il vecchio maestro della rimozione, alla fine, torni ancora sul ritornello dell'elaborazione della colpa tedesca».
PUBBLICARE NON SIGNIFICA CONDIVIDERE. La Süddeutsche Zeitung, che invece in Germania ha ospitato il suo testo, ha difeso la libertà del premio Nobel, pur marcando una netta distanza dalle opinioni espresse, e soprattutto la scelta propria di pubblicare la poesia: «Grass si sbaglia, non sempre ma molto spesso. Si sbagliava quando voleva salvare la Ddr dalla Bundesrepublik, così come quando invitava i tedeschi a viaggiare nello Yemen quando la guerra civile era già scoppiata. E si sbaglia anche oggi, quando crede che controlli aperti e permanenti sul potenziale atomico israeliano e sui siti nucleari iraniani possano evitare un prossimo conflitto in Medio Oriente. Ma questi errori fanno parte del pensare». Pubblicare non significa condividere, ha concluso il quotidiano di Monaco, per cui «un dubbio di questo genere è per noi è fittizio».

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