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L'INTERVISTA 11 Febbraio Feb 2013 1604 11 febbraio 2013

Mancuso: «Ratzinger ha sancito il dualismo tra uomo e carica pontificia»

Il teologo sulle sfide che aspettano la Chiesa.

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Joseph Ratzinger è stato «un papa contemplativo e conservatore». E le sue dimissioni serviranno probabilmente a «far sì che abbia finalmente inizio per la Chiesa l’applicazione, convinta e sistematica, dei valori propugnati dal Concilio Vaticano II ma rimasti finora solo annunciati nei documenti ufficiali».
LA DISTINZIONE TRA UOMO E RUOLO. Vito Mancuso, 51 anni, teologo, autore di libri di successo e voce non allineata rispetto alle posizioni più reazionarie delle alte gerarchie ecclesiastiche, non nasconde a Lettera43.it la sua sorpresa per la clamorosa decisione di Benedetto XVI. Una mossa che ha dimostrato «che il ruolo e la persona vanno saggiamente distinti», spiega, e che «il ruolo di pontefice è e resta molto più grande dell’umana capacità dell’individuo chiamato a sostenerlo».
VERSO LA SVOLTA. Ciò, aggiunge il teologo, «indurrà probabilmente i vertici della Chiesa a eleggere un pontefice più giovane, vigoroso, meno curiale». E sarà, assicura, «una scelta irreversibile, da cui non si tornerà più indietro e che varrà anche per i prossimi decenni».

DOMANDA. Le dimissioni del papa possono essere lette come una resa?
RISPOSTA. Non si tratta di una resa. Ratzinger ha compreso di non essere più in grado di svolgere al meglio il suo, mi si consenta il termine, «mestiere». E ne ha tratto, con onestà e responsabilità, le conseguenze.
D. Da teologo come giudica questa scelta?
R. Non era facile agire in maniera così netta e quasi inedita. Provo nei confronti di Ratzinger ammirazione, comprensione. E stima.
D. Quali saranno le conseguenze immediate per la Chiesa?
R. Ci si ritrova davvero in un momento storico decisivo.
D. Qual è la priorità da affrontare?
R. La plurisecolare gestione del potere, soprattutto.
D. In che senso?
R. È stato messo in discussione il tipo di potere che finora ha connotato il ruolo monocratico del capo della Chiesa.
D. A vantaggio di cosa?
R. Del criterio della collegialità nelle decisioni, da sempre ignorato.
D. Perché ne è convinto?
R. Perché le dimissioni di Ratzinger hanno fatto esplodere, più di ogni altra questione, il problema della necessità di distinguere fra il ruolo e la persona che lo ricopre.
D. Un dualismo che finora è sempre stato negato.
R. Già, ruolo e persona sono sempre stati visti come un unicum, qualcosa di non scindibile né distinguibile.
D. Invece?
R. Con la mossa di Ratzinger, si è capito che un uomo chiamato a fare il papa può all’improvviso, per i motivi più diversi, non sentirsi più in grado di ricoprire quel ruolo. E che può scegliere, con le dimissioni, di prenderne formalmente atto lasciando vuota la poltrona di Pietro.
D. In concreto, quale lezione è possibile trarre?
R. Che il ruolo di papa è infinitamente più impegnativo e grande della persona che viene eletta e delle sue umane capacità.
D. Il prossimo conclave dovrà tenerne conto.
R. Per coloro che saranno chiamati a eleggere il nuovo pontefice sarà opportuno tener presente un tale rischio in una misura ben maggiore che in passato.
D. E quindi cosa prevede?
R. È probabile che i cardinali finiranno per preferire, fra i candidati, quelli più giovani, più motivati e più in buona salute.
D. Sarà dunque la condizione fisica a decidere i nuovi capi della Chiesa?
R. Non solo, ovviamente.
D. Che altro allora?
R. Sarà scelto anche un papa meno curiale e più determinato nella realizzazione dei valori propugnati dal Concilio Vaticano II che sono rimasti finora sulla carta.
D. È possibile lanciarsi in un toto-nomine per il successore di Benedetto XVI?
R. Ora è davvero difficile rischiare pronostici, anche perché le dimissioni sono giunte inattese. Ma dovrà essere un uomo «in cammino».
D. Come può essere definito il pontificato di papa Ratzinger?
R. Contemplativo e conservatore.
D. E qual è il suo giudizio?
R. Per la prima connotazione, do un giudizio positivo. Per la seconda, meno.
D. Lei ha parlato spesso di una forte tentazione «anestetica» da parte dei vertici della Chiesa. Che cosa intende?
R. Bisogna stare attenti a non svuotare mai il valore profetico delle parole.
D. Si riferisce anche alla mancata realizzazione del Concilio Vaticano II?
R. Giovanni XXIII si era reso conto che senza un rapporto vitale con la modernità la Chiesa non avrebbe potuto portare avanti la sua missione evangelizzatrice.
D. Come è stato il rapporto fra papa Ratzinger e il Concilio?
R. Molte sue frasi, anche recenti, erano intrise di critica, di pessimismo sullo stato della Chiesa e per le polemiche interne sulla pedofilia. Invece la Chiesa deve dare carezze. Come quelle di cui parlò papa Giovanni l’11 ottobre del 1962, nel famoso discorso alla luna.

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