L'INIZIATIVA 21 Aprile Apr 2013 0806 21 aprile 2013

Milano, il Ristorante buono per sconfiggere l'emarginazione

I corsi di cucina della Fondazione Bertini.

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Il pastry chef Mario Peqini insegna ai ragazzi come fare una torta.

Metti un pomeriggio a Milano, un ex oratorio dalle parti di via Padova e 12 ragazzi con disagio psichico e sociale. Aggiungi uno chef stellato, una cucina attrezzata e un pizzico di fantasia. È questa la ricetta giusta per smaltire ogni pregiudizio e scoprire che a volte, un corso di cucina può fare più di mille sedute psicanalitiche e cure antidepressive. E soprattutto uffici di immigrazione e collocamento. Perché come scriveva Voltaire: «Il lavoro allontana tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno».
FONDAZIONE BERTINI PER I GIOVANI. È quello che hanno pensato anche le sorelle Fiorella e Gisella Baserga, rispettivamente cognata e moglie dell'imprenditore Gaetano Bertini Malgarini, che prima di morire in un incidente stradale aveva espresso il desiderio di dedicarsi ai giovani in difficoltà per favorirne l'inserimento sociale.
Così nel 2007 le due sorelle, editrici del magazine Italia Squisita hanno deciso di realizzare l'idea dell'imprenditore.
AL VIA I CORSI DI FORMAZIONE. Dando vita alla Fondazione Bertini di Milano, attraverso un network con i centri psicosociali, la cooperativa Filo di Arianna, la Caritas e gli assistenti sociali del Comune, hanno offerto attività e corsi di formazione a ragazzi dai 16 ai 30 anni. «Abbiamo pensato che far incontrare i giovani con un disagio mentale e chi invece vive in un disagio sociale come i rifugiati», spiega a Lettera43.it Fiorella, «potesse giovare a entrambi. Ragazzi soli, catapultati in un Paese di cui non conoscono lingua e tradizioni, vivono problematiche per certi versi simili a quelle di chi si sente emarginato, diverso».

Dare a tutti una seconda possibilità

I corsi di cucina della Fondazione Bertini durano tre mesi e ospitano una media di 12 ragazzi con disagio psichico e sociale.

Un incontro che negli anni ha dimostrato come annullare le differenze e superare certi problemi sia possibile. «Magari non si risolve tutto, ma attraverso il lavoro e la socialità molte barriere che sembrano insormontabili cadono improvvisamente», continua Fiorella. Soprattutto davanti a un buon piatto.
Oltre a quelli di computer e grafica, l'idea dei corsi di cucina è venuta due anni fa, quando la Curia di Milano ha assegnato in comodato d'uso alla Fondazione Bertini una struttura dismessa. Che Gisella e Fiorella hanno trasformato in un luogo di incontro. Qui hanno aperto il 'Ristorante Buono', «perché lo è di nome e di fatto», spiega Fiorella.
L'IDEA DEL 'RISTORANTE BUONO'. Uno spazio nel quale tenere non solo i corsi di cucina ma organizzare vere e proprie cene su prenotazione per eventi aziendali o gruppi di amici. I clienti pagano attraverso una donazione alla Fondazione. E si godono il menù di uno chef stellato, aiutato ai fornelli dai ragazzi del corso.
«Abbiamo deciso di mettere il know how e il network della nostra rivista, che si occupa di alta cucina e chef d'autore, al servizio del sociale», racconta Fiorella. «Così una serie di cuochi stellati hanno accettato di mettersi a disposizione dei ragazzi per insegnare loro i trucchi del mestiere».
SI INIZIA DAL LAVAPIATTI. Una collaborazione che ha permesso a tutti di mettersi in gioco e farsi vedere all'opera da chef d'eccezione come Aimo Moroni, Matias Perdomo e Gianina Nemtanu, Lorenzo Santi e Matteo Torretta, Juan Lema e Mario Peqini. «È capitato che alcuni ragazzi siano stati presi a lavorare in ristorante con loro», racconta a Lettera43.it Riccardo Milani, coordinatore dei corsi di cucina per la Fondazione. «Certo magari hanno iniziato come lavapiatti, ma è comunque un primo passo nel mondo del lavoro».
Sebbene la Fondazione non si occupi di collocamento, nei tre corsi di cucina fatti finora, «in ogni classe almeno due ragazzi sono riusciti ad avere un'occasione lavorativa», dice soddisfatto Riccardo. «Diamo loro una seconda possibilità e alla fine funziona».

Abdel, dalla Costa d'Avorio alla cucina della Fondazione Bertini

Abdel Koinè dopo aver fatto un corso di cucina, ora lavora per la Fondazione Bertini garzie a una borsa di lavoro del comune di Milano.

Ad avere un'opportunità è stato per esempio Abdel Koinè, un ragazzo africano 27enne arrivato due anni fa a Lampedusa su un barcone della disperazione e una ferita da guerra nella mano destra che gli aveva compromesso l'uso di un dito.
BASTA AVERE UNA POSSIBILITÀ. Dopo aver attraversato l'Italia ora vive come rifugiato politico in Lombardia, nel centro Caritas di Magenta, che conoscendo il suo curriculum gli ha proposto i corsi di cucina della Fondazione. «In Costa d'Avorio facevo l'agricoltore e lo chef in un ristorante francese», racconta Abdel a Lettera43.it. «Qui ho iniziato tutto da capo anche perché non parlavo l'italiano. Eppure ora eccomi qui», spiega entusiasta.
Dopo il corso di cucina, con una borsa lavoro del comune di Milano Abdel è rimasto in Fondazione, che ora ha deciso di assumerlo. Abdel cucina, aiuta gli chef stellati durante i corsi e qualche volta organizza i catering: «Mi piace fare tutto», dice, «ma quello che preferisco sono i risotti e il cous-cous».
Il suo è un entusiasmo contagioso, che i ragazzi dell'ultimo corso di cucina avvertono a pelle mentre Abdel va e viene con il sorriso sulle labbra e aiuta lo chef stellato Mario Peqini a preparare tutto il necessario per la lezione di pasticceria.
PEQINI, DOLCEZZA E SPERANZA. Peqini è infatti il pastry chef del celebre ristorante milanese Il luogo di Aimo e Nadia, che come molti suoi colleghi ha dedicato un pomeriggio ai ragazzi della Fondazione Bertini per insegnare loro come fare una torta stellata e vincere, attraverso una passione, qualsiasi emarginazione mentale e sociale.
Un'esperienza che Peqini fa con un tocco di trasporto e partecipazione in più, visto che anche lui 12 anni fa, quando avevo solo 13 anni è arrivato in Italia dall'Albania a bordo di un barcone fatiscente. E ora è uno dei pasticceri più apprezzati nel mondo della ristorazione.
«È questo il segnale che vogliamo dare ai ragazzi», commenta Fiorella. «Il disagio è un mare che si può attraversare, basta avere una possibilità e la voglia di coglierla».
Per non far mancare i buoni esempi e far venire voglia di provarci, la Fondazione sta lavorando a un nuovo progetto che prevede di ospitare negli spazi vuoti dell'ex oratorio gli studi di alcuni artisti (tra questi lo street artist Ozmo ha già accettato, ndr), che magari tra un quadro e l'altro possano insegnare qualcosa ai ragazzi. E riabitare aree finora abbandonate. Perché a volte basta colmare un vuoto sociale per eliminare il disagio.

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