REPORTAGE 30 Giugno Giu 2014 0600 30 giugno 2014

Conza della Campania, il paese dei rifugiati politici

Distrutto dal sisma del 1980. È diventato un luogo fantasma. Deputato a ospitare i richiedenti asilo.

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da Conza della Campania

Non resta altro che uno scivolo abbandonato, una fontana senza acqua da più di 30 anni e un armadio pieno di vestiti che prima qualcuno indossava. Era il 23 novembre del 1980 quando Conza della Campania (Avellino) fu completamente rasa al suolo dal terremoto dell'Irpinia. In 90 secondi, quel giorno 99 comuni furono devastati, 18 rasi al suolo. Si contarono 280 mila sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti.
«Dovevamo scavare pe' trova' i morti, mentre i volontari arrobbavano dinto 'e case. Aggio perso mia moglie e le mie figlie. Parlano dell'Aquila, e di noi? Nun se parla chiù», racconta preso dalla commozione un abitante di Conza nuova, il centro abitato realizzato dopo il sisma nella località di Piano delle Briglie.
UN LUOGO ABBANDONATO. Lungo la strada che porta alla piazza centrale dove è stato realizzato un monumento ai caduti, pochi edifici sono ancora rimasti in piedi, i tetti sono crollati, le bambole sono state abbandonate insieme a montagne di libri e bicchieri rotti. A fare da sfondo a questo luogo fantasma, ci sono numerosi rifugiati politici che giocano a pallone e fanno jogging, e una coppia di anziani che ha scelto di restare nonostante la distruzione (guarda il video).
«l rifugiati politici sono persone che temono di essere perseguitate per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o che per le loro opinioni politiche, si trovano fuori del Paese d'origine di cui sono cittadini», spiega il sindaco Vito Cappiello. Criteri stabiliti da un articolo della Convenzione di Ginevra del 1951.
«Noi cerchiamo di aiutarli accogliendoli nel nostro centro garantendogli assistenza, vitto e alloggio», continua.
RIFUGIATI DAL MALI E DALL'IRAN. Vengono dal Mali, dall'Afghanistan, dall'Iran. Tutti hanno lasciato la loro famiglia, molti non hanno potuto terminare l'università perché costretti a scappare dalla guerra e adesso vivono in un palazzo a tre piani dello Sprar, sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, garantito dal ministero dell'Interno ed enti locali secondo una logica di governance multilivello.
«Sono stato costretto a fuggire dal mio Paese. Sono arrivato in Italia con un barcone e adesso mi trovo qui da un anno. Nel nulla», racconta Mustafa. La desolazione del luogo non facilita infatti l'integrazione con gli abitanti, ed esclude qualsiasi possibilità di trovare un lavoro.

Uno scorcio di Conza della Campania, paese fantasma in provincia di Avellino. © F. Saccenti

Gli edifici demoliti, le rovine romane, l'anfiteatro: viaggio in un paese fantasma

Per raggiungere il centro di Conza nuova ci vogliono circa 50 minuti a piedi, i chilometri che separano la città vecchia dalla nuova sono 4,2. «Non ci sono autobus che ci portano al centro, ci arriviamo solo camminando. Non abbiamo nulla da fare ogni giorno. Solo alcune mattine abbiamo il corso di italiano e il martedì e il giovedì andiamo a giocare a calcio. La sera guardiamo la televisione. Siamo completamente isolati e questo non ci permette di integrarci e di costruire un futuro», spiega Mustafa.
Dall'altra parte del paese, dove sono stati demoliti gli edifici inagibili, sono stati scoperti resti di epoca romana. C'è un grande anfiteatro, solo in parte ricostruito. Poco distante dalle rovine c'è una casa in cui vivono gli ultimi abitanti di Conza.
A CONZA PER SCELTA. «Lui è l'uomo che mi ha sposato», lo presenta così la moglie Michelina. E Stefano, muratore a 14 anni prima di diventare proprietario del suo ristorante sul belvedere di Conza vecchia, sorride dicendo: «Dovevo portare una carioca qua dal Brasile e sposarmi con lei». La coppia di anziani ristoratori che si punzecchia in continuazione, sembra ancora felice nonostante di fronte a loro si erga da anni un paese che non esiste più. Dove si è fermato il tempo.
La convivenza con i rifugiati politici ricorda un po' le regole del buon vicinato: «Ci sono ma è come se non ci fossero, anche se a volte mi fanno compagnia perché sono tutti dei bravi ragazzi», dice Stefano. Sono gli unici a Conza ad aver scelto di restare, a differenza dei loro vicini che sono stati costretti dalla guerra.
«I RICORDI? SONO COME IL PRIMO AMORE». «Ho tanti ricordi qui e non sono mai voluto andar via. Nel ristorante c'erano quasi una settantina di persone, quando la terra ha cominciato a tremare. Erano le 19.34. Vedevo la fontana della piazza a cinque metri di altezza. Allora sono uscito fuori per capire cosa stesse succedendo e la strada si è aperta. Mi sono dovuto aggrappare al marciapiede restando appeso», racconta Stefano mentre Michelina lo ascolta con attenzione. «Il terremoto non è come la guerra, è come cercare di restare in equilibrio su un pallone, non riesci a camminare. Ma noi abbiamo scelto di restare qui. I ricordi ci sono, ma prima o poi li devi dimenticare». È come il primo amore: «Non puoi ricordarlo per sempre, arriva il momento in cui si deve cancellare».

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