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L'INTERVISTA 16 Luglio Lug 2014 1247 16 luglio 2014

Matrimoni gay, Roberto Boccardi: «La politica è codarda»

La prima coppia omosex registrata in Comune a L43.

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È una lunga strada quella che deve percorrere l'Italia per il riconoscimento dei matrimoni gay. Una strada che in molti Paesi già sembra aver asfaltato parte dei problemi sull'uguaglianza, sulle unioni civili, sul tema delle adozioni.
Lo sa bene Roberto Solone Boccardi, che insieme al marito Miguel Antonio Arujo Tavarez, ha scelto di sposarsi nel 2008 in Spagna e di ritornare a Napoli per registrare all'anagrafe del Comune partenopeo il primo matrimonio gay contratto all'estero, davanti al sindaco Luigi de Magistris.
«SONO SCAPPATO PER ESSERE FELICE». Roberto è un informatico, ha 34 anni ed è nato all'ombra del Vesuvio. Conosce due realtà completamente diverse. Quella del suo Paese di origine, dal quale è «egoisticamente scappato per essere felice» senza però dimenticare il suo impegno, e quella che lo ha accolto regalandogli il suo sogno: il matrimonio.

Miguel Antonio Arujo Tavarez e Roberto Solone Boccardi. Al centro Luigi de Magistris. © Ansa

DOMANDA. Partiamo dall'Italia: come si viene tutelati dall'omofobia nel nostro Paese?
RISPOSTA. In nessun modo. Le istituzioni sono assenti, solo quando la vergogna arriva a superare il senso della decenza e del pudore si fa qualcosa.
D. Cosa si dovrebbe fare per cambiare questa situazione?
R. Il problema deve essere risolto dalle radici, bisogna colmare un vuoto che con il tempo sta diventando una voragine. E non mi riferisco solo a quello legislativo.
D. In che senso?
R. Bisogna partire dall'informazione e dall'educazione andando nelle scuole. Ma non è possibile, è un tabù.
D. Perché?
R. Se mettiamo un foglio informativo negli istituti, sa cosa ci dicono? Che vogliamo «omosessualizzare» i giovani. Noi vogliamo dare speranza e aiutare i ragazzi per evitare che ci siano atti di bullismo, spiegare loro che esiste un'altra realtà, non solo quella eterosessuale. Pensi che io al Liceo proposi di portare come tesina l'omosessualità, ma non me lo permisero.
D. Come sono cambiate le cose da quando andava lei a scuola?
R. Ormai i ragazzi vivono sui social network. Prima ti picchiavano e ti insultavano in classe. Ora questi insulti ti inseguono anche a casa e circolano le tue immagini in Rete. Anche una cosa così personale diventa di dominio pubblico.
D. Com'era la Napoli dei suoi tempi? Tollerante o no?
R. Non potevi camminare per strada senza rischiare i commenti della gente e gli insulti dei ragazzi.
D. In Ue, la relazione Lunacek invita gli Stati membri a muoversi per difendere i diritti dei gay. L'Italia si sta adeguando?
R. Qualche campagna è stata fatta, solo azioni isolate non un vero e proprio piano coordinato. L'Ue si muove in avanti, l'Italia resta sempre indietro. È una realtà chiusa, non attingiamo a quello che succede fuori.
D. Cosa dovrebbe fare il nostro governo?
R. Legiferare, emettere decreti, invece sta attuando una resistenza passiva limitandosi a riconoscere caso per caso i diritti dei singoli individui e coppie che ricorrono ai tribunali nazionali ed europei. Non si tratta solo di matrimoni e adozioni: bisogna affrontare con urgenza anche l'omofobia e la transfobia, il cambio di identità di genere sui documenti, la discriminazione sul posto di lavoro e nell'accesso ai servizi fondamentali come la Sanità. Nella relazione dell'Ue si parla di persone Lgbti, ma sono sicuro che molti esponenti della politica italiana non saprebbero nemmeno spiegare a cosa corrisponda la 'i' dell'acronimo.
D. Che tipo di legge andrebbe fatta?
R. Contro l'omofobia e la transfobia, prima di tutto, come in Spagna. Se mi picchiano per strada perché sono gay, c'è l'aggravante. Non mi fai del male perché sono cattivo o perché ti ho provocato. Mi fai del male perché sono gay, non vengo visto come una persona.
D. Perché secondo lei non ci avviciniamo ad altre realtà come quella iberica?
R. Da noi c'è poca autonomia e libertà, le istituzioni sono codarde, o forse lo sono solo le poltrone. Ricordo che eravamo in Spagna per realizzare un documentario di Francesco Albanese L'amore ai tempi di Zapatero e dovevamo riprendere il primo matrimonio gay. C'era Walter Veltroni, con una troupe televisiva per intervistare Zapatero, non volle comparire nel documentario.
D. E per quale motivo?
R. Disse: «Mi raccomando non mandatelo in onda lo stesso giorno della mia intervista, magari poi pensano a male». La politica ammicca, ma fa molto poco di concreto.
D. E poi c'è la Chiesa...
R. In Italia è onnipresente nelle decisioni politiche, in Spagna non interferisce. Lo Stato è laico e la società è autonoma e indipendente. Pensi che quando in Italia il Papa parla cala il silenzio in tivù, in Spagna non viene tradotto. I giornalisti continuano il loro servizio parlando sopra la sua voce.
D. Cosa pensa di Pascale che ha preso la tessera dell'Arcigay e della Lega che ha aperto al patrocinio del Pride a Milano?
R. Sono passi importanti e al di là delle opinioni politiche vedo qualsiasi apertura come un punto di rottura e per me rappresenta il progresso. Certo, mi stupirei se firmassero una legge per il matrimonio gay e l'adozione. Ma mai dire mai nella vita.
D. Parliamo della vostra storia. Quando vi siete sposati?
R. Il 22 novembre del 2008 a Madrid. Ci sposò Pedro Zerolo, esponente del partito socialista e promotore della legge sul matrimonio egualitario in Spagna.
D. Hai mai avuto dei dubbi sul matrimonio?
R. Certo, tanti. Poi ho preso la decisione perché è giusto che due persone che si amano vogliano tutelare una vita insieme. Ricorda il poliziotto Fabio Graziano?
D. Sì.
R. È un mio amico. Per mesi le pagine di giornali si sono riempite con la sua storia. È stato travolto da un furgone che procedeva contromano ed è in coma. Lui e sua moglie pianificavano di sposarsi, lei ha rischiato di avere tanti problemi. Sono stati presi alla sprovvista. E questo deve cambiare sia per le coppie etero che per quelle gay.
D. Adesso siete i primi a essere registrati all'anagrafe delle coppie gay di Napoli.
R.
È stato un passo importante per la piena uguaglianza dei diritti. Avevo inviato i documenti per la trascrizione prima della delibera del Comune. Volevo che ci fosse riconosciuto questo diritto.
D. Progetti per il futuro?
R.
Per il momento resto a vivere all'estero, ma ora so che quando tornerò a Napoli, come famiglia potremo partecipare al bando per le case popolari e a tutte le politiche sociali del Comune, inclusi eventuali aiuti per i figli che adotteremo. Spero che al più presto sulla mia carta di identità ci sarà scritto sposato.
D. Altrimenti?
R.
Altrimenti faremo ricorso alla Corte di Cassazione e al Tribunale europeo. Adesso mi godo questo momento felice, questo piccolo passo che abbiamo fatto è stato importante, ma sono convinto che in futuro le cose andranno meglio. Anche per il resto d'Italia.

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