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IL CONFLITTO 1 Agosto Ago 2014 1334 01 agosto 2014

Gaza, i palestinesi restano senza farmaci

I medicinali sono finiti. E Israele blocca i rifornimenti.

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da Bruxelles

L'al Shifa è il principale ospedale di Gaza.

Anche il dolore è una medicina, diceva il poeta inglese William Cowper. E a Gaza non è rimasto che quello.
Il dolore dei palestinesi, che ogni giorno vedono morire un loro fratello, figlio, padre, amico, vicino di casa.
Il 31 luglio, a tre settimane dall'inizio dell’operazione Protective Edge, l’esercito israeliano ha ucciso 1.260 palestinesi, la maggior parte civili. Di questi almeno 287 bambini.
«I FARMACI SONO FINITI». Quelli sopravvissuti cercano di assistere i feriti come possono, ma il numero aumenta ogni giorno. E il cessate il fuoco di 72 ore, proclamato il primo agosto e già violato, serve solo a contarli meglio: «A oggi sono oltre 8 mila, ma i farmaci per curarli sono finiti», racconta a Lettera43.it Amjed Mh El-Dawahidy, farmacista e manager della Megapharm Palestine, l'unica azienda del settore nella Striscia di Gaza che produce le medicine usate nei quattro ospedali rimasti operativi sul territorio. «La fabbrica è chiusa», dice Amjed con gli occhi pieni di rabbia e disperazione.

Gaza, un bambino all'ospedale al Shifa. © Getty

L'unica fabbrica di medicine di Gaza è chiusa: «Non abbiamo più materie prime»

Le strade per raggiungere lo stabilimento che si trova a Beit Hanoun, una delle principali aree industriali della Striscia di Gaza, sono bloccate. E anche se i 60 lavoratori riuscissero ad arrivarci sfuggendo ai bombardamenti israeliani, non potrebbero comunque fare nulla: «Da una settimana non abbiamo più materie prime per lavorare», dice Amjed.
Tutti prodotti necessari per produrre i farmaci arrivano dall'Europa, ma da quando il passaggio dall'Egitto è chiuso, l'unica via per riceverli è quella attraverso Israele. Che per ora l'unica cosa che fa passare a Gaza sono le bombe e i suoi tank pieni di soldati armati. «Se già prima per riuscire a far arrivare un macchinario speciale usato nelle sale operatorie il tempo di attesa era anche di un anno, ora non c'è speranza».
Le ultime forniture sanitarie sono quelle arrivate dall'Egitto attraverso i convogli umanitari, «ma ora anche lì è tutto bloccato». Così Amjed ogni volta che controlla l'email si dispera: «Solo stamattina mi sono arrivati 200 ordinativi: in ogni file mandato da un ospedale o una organizzazione sanitaria c'è una lista di almeno 110 farmaci e io non posso produrli né mandare loro nulla».
OSPEDALI SENZA OSSIGENO E ANESTETICI. Amjed spiega come ogni giorno i quattro ospedali rimasti attivi anche se in parte già bombardati gli inviano almeno cinque email di richieste: «Chiedono di tutto, non hanno più bombole dell'ossigeno, anestetici per operare, antibiotici, disinfettanti, garze, antidolorifici».
Megapharm sinora è riuscita, grazie anche alla partnership con l’Onu e a varie organizzazioni umanitarie come la Croce Rossa, a lavorare in condizioni proibitive: «Dopo l'operazione Piombo fuso del 2009 è venuto a visitare la nostra fabbrica anche l’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Unione europea, Catherine Ashoton», ricorda Amjed, «e grazie alla sua intermediazione Israele fece passare il materiale che ci serviva». Ma ora le relazioni diplomatiche non bastano più. A Gaza c’è la guerra. «E i bambini sono ancora una volta i primi a pagare», dice il farmacista che insieme con alcune organizzazioni lavora anche in un gruppo di emergenza a loro dedicato.
194 MILA MINORI HANNO BISOGNO DI SUPPORTO. Save the Children ha calcolato che un palestinese su quattro ucciso nel conflitto è un bambino e, in media, ogni ora uno di loro perde la vita. Secondo l'organizzazione almeno 194 mila minori a Gaza hanno bisogno di supporto psicologico specialistico, avendo, in molti, assistito a morte, ferimento e sfollamento di familiari: «Aiutarli è sempre più difficile, le loro sono le ferite peggiori, perché non si vedono, non sanguinano». Soffrono di depressione, diventano aggressivi o smettono di parlare.
Amjed racconta la storia una bambina di 12 anni appartenente alla famiglia Samouni, conosciuta a Gaza perché venne sterminata nel 2009 dall'esercito israeliano: «Iman vide quasi tutti i suoi cari morire e per sei mesi smise di parlare, poi subì l’ennesimo shock con la perdita dell’ultimo fratello e da allora non parlò per altri nove mesi».
Medici, volontari e amici hanno cercato di aiutarla, ma niente hanno potuto contro un destino ingrato: «In questo conflitto non ha perso la parola, ma la vita».

Un'ospedale di Gaza. Nel riquadro: Amjed Mh El-Dawahidy, farmacista e manager della Megapharm. © Getty

Stress e dolore: almeno 200 donne incinte hanno perso i loro bambini

A Gaza c’è poi chi muore ancora prima di nascere: «Sono almeno 200 le donne incinte che hanno perso i loro bambini», continua Amjed, aborti di guerra causati dalla paura, dallo stress, dal dolore nel vedere i propri parenti e amici ammazzati davanti ai loro occhi.
Vite spezzate come quelle dei disabili «a Gaza sono un numero sterminato», persone di tutte le età che hanno perso un gamba o un braccio sotto le bombe, che stanno in carrozzella e che non solo non possono correre per sfuggire ai bombardamenti, ma spesso hanno perso i parenti e non hanno più nessuno che li possa assistere.
Le medicine e le cose di cui hanno bisogno sono ancora più difficili da recuperare, «ma qui è impossibile anche riuscire a far arrivare un macchinario per fare le supposte per i bambini», si lamenta Amjed, «ora stiamo cercando di farlo passare dall’Egitto, chissà però quanto ci vorrà».
MEDICI E INFERMIERI TRA LE VITTIME. Ma a mancare a Gaza non sono solo le medicine: «Il 22 luglio hanno bombardato l’ospedale di Shuhada al-Aqsa hospital e tra le vittime c’erano anche tre medici e cinque infermieri».
Spesso quelli che non muoiono in ospedale mentre cercano di salvare altre vite, perdono la loro per strada, come è successo a un amico di Amjed, il dottore Ibrahim Al Hallaq, ucciso in un attacco aereo davanti a casa sua a Qarara. «La moglie è uscita per strada e quando ha visto il corpo del marito dilaniato non ha potuto neanche farsi prendere dalla disperazione: ha subito preso un sacco e ha raccolto i pezzi per evitare che i suoi bambini uscissero di casa e vedessero il corpo del padre a pezzi».
ISRAELE BLOCCA L'INGRESSO NELLA STRISCIA. Una scena che Amjed rivive come un incubo a occhi aperti. A raccontargliela è stata sua moglie via telefono, perché Amjed ora non è a Gaza: la sua storia la racconta in un bar nel centro di Bruxelles dove è arrivato da qualche giorno. A una settimana dall'inizio del conflitto era andato a Parigi per un corso di aggiornamento professionale con la convinzione di poter tornare a casa nel giro di qualche giorno. Ma la situazione a Gaza è degenerata all'improvviso e ora Amjed è bloccato in Europa: «Non posso passare dall'Egitto perchè è tutto chiuso, nè dalla Giordania perché ora in Israele non mi daranno mai il permesso per attraversare il Paese e rientrare sulla Striscia». A casa lo aspettano la moglie, farmacista come lui, e quattro figli, che in questi giorni sono ospitati da alcuni parenti nel centro di Gaza city: «La nostra casa è vicina alla spiaggia ma è una zona troppo pericolosa per rimanere, così si sono spostati». Ajmed da due giorni ha perso i contatti con la moglie: «A Gaza non c'è luce nè internet», racconta mentre con un auricolare ascolta con il telefonino tutte le conversazioni che i palestinesi fanno tra loro attraverso Zello, un servizio di wlakie talkie usato per scambiarsi informazioni. E per farsi coraggio.

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