REPORTAGE 5 Agosto Ago 2014 1715 05 agosto 2014

Gaza, tregua Israele-Hamas: Tel Aviv e la normalità della pace

Dopo 29 giorni di guerra la città conta i danni.

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da Tel Aviv

Per 28 giorni le sirene hanno squarciato la tranquillità delle città d'Israele. Ormai la gente ci aveva quasi fatto l'abitudine, cercando di andare avanti come se niente fosse sotto la pioggia di missili di Hamas: nel conflitto con Tel Aviv dalla Striscia di Gaza sono stati sparati 3.160 razzi, di cui appena 559 sono stati intercettati dal sistema Iron Dome israeliano, gli altri 2.483 sono invece arrivati a destinazione.
Al 29esimo giorno, dopo 1.760 palestinesi e 67 israeliani morti, però, gli allarmi sono rimasti in silenzio. Come lo erano stati per quasi due anni prima che l'8 luglio si riaccendesse la guerra con Gaza (guarda le foto).
NUOVA TREGUA A GAZA. La nuova tregua di 72 ore scattata alle 8 di martedì 5 agosto (le 7 in Italia) sembra poggiare su basi più solide, a differenza di quelle che l’hanno preceduta.
Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno deciso di ritirarsi da Gaza. Una boccata d'ossigeno per la Striscia che ora attende i circa 300 camion di aiuti umanitari (di cui 10 con materiale sanitario) che devono arrivare attraverso il valico di Kerem Shalom.
STOP AI RAID E AI MISSILI. «Forse questa volta è finita davvero», dice a Lettera43.it Baruch mentre è alle prese con una pila di lenzuola fresche di lavanderia: Tel Aviv prova a respirare un po' di pace a quasi un mese di distanza dall'inizio dell'operazione Margine protettivo. L'Idf, dopo 4.626 raid nella Striscia, ha comunicato di aver raggiunto l'obiettivo della missione distruggendo tutti i tunnel di Hamas.
Ora, però, per una pace duratura serve attendere l'esito dei negoziati in Egitto. Nel frattempo tutti provano a tornare alla loro vite.

La moneta s'è rafforzata, ma il turismo è crollato

Militari israeliani riposano dopo la fine dei combattimenti nella Striscia di gaza.

Israele sembra non aver risentito più di tanto delle conseguenze del conflitto: lo shekel, la moneta nazionale, si è rafforzato rispetto al dollaro e l'indice borsistico Ta-100 ha guadagnato quasi l'1% dall'inizio delle ostilità.
Tutt'altro discorso per il settore turistico: l'industria alberghiera israeliana ha comunicato di essere destinata a perdere quasi 94 milioni di euro a causa della guerra.
TEL AVIV TORNA A VIVERE. Niente di grave per Tel Aviv, la città conosciuta anche come Silicon Wadi: il centro hi-tech del Paese ospita, infatti, strutture di ricerca e sviluppo di molte aziende internazionali (per esempio Intel, Google e Microsoft). Da queste parti il tasso di disoccupazione è pari al 4,4%, uno dei più bassi del Paese.
SOSTEGNO ALL'OPERAZIONE. Spesso definita «la bolla» per essere così diversa, quasi isolata, dal resto del Paese, Tel Aviv è una matassa di sentimenti contrastanti. Secondo tutti i sondaggi nazionali, il consenso nei confronti dell’operazione Margine protettivo aveva percentuali bulgare (più del 90% degli israeliani di religione ebraica la sostenevano). Ma nella città dove il 91,3% degli abitanti sono ebrei e solo il 4,1% è arabo, si nasconde un quadro più complesso che difficilmente le statistiche riescono a fotografare.
LA STANCHEZZA DEI GIOVANI. Leah ha 22 anni, studia all’Università e come tanti giovani israeliani sogna l’Europa. «Eitan Bark, il primo soldato che hanno ucciso, era un mio compagno di scuola», racconta senza né rabbia né risentimento.
Le sirene, i razzi e il conflitto sono diventati a poo a poco una parte della quotidianità che non significa però accettazione o disinteresse. I ragazzi della generazione di Leah sono semplicemente stanchi e hanno voglia di normalità.
90 SECONDI PER RIPARARSI. Quando ancora Hamas sparava missili la giovane era stata anche capace di scherzarci su: «La prossima volta andiamo a vederli sul tetto».
«Tel Aviv non è mai stata protetta dalla complessità, dal dolore e dal terrore del conflitto», spiega la psicologa clinica Gabrielle Ninio-Hallside, che gestisce un istituto privato dove lavora con adulti e bambini, «ma, quando suona la sirena, essere in questa città e avere 90 secondi per trovare riparo invece dei 15 di Sderot a Sud del Paese, può fare la differenza».

Si prova a tornare alla vita di tutti giorni tra locali e negozi

Giovani dentro un rifugio durante l'allarme per il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza.

Ora che c'è la tregua, Tel Aviv, la «città che non dorme mai» con la sua fervida vita notturna che nulla ha da invidiare alle metropoli occidentali, può tornare a rivivere con i suoi locali per tutti i gusti e i negozi aperti 24 ore al giorno.
D'altra parte, anche durante la guerra, la gente ha continuato ad andare in spiaggia, le mamme a portare i figli al parco e i giovani a rifugiarsi nei bar.
L'ORA DEL CARPE DIEM. L'Isma Salma, locale in stile americano e molto gettonato, è una delle mete preferite di Yehonathan. Il giovane, un'età indefinibile tra i 25 e i 30 anni, paga con carta di credito anche la consumazione del ragazzo al suo fianco che forse di alcol ne ha bevuto fin troppo.
«Non ci deve essere per forza un motivo per uscire a far baldoria con gli amici: è che non si sa se domani saremo ancora vivi», dice sorridendo.
BENEFICI SOCIALI DELL'ALCOL. Un recente studio condotto da un team di ricerca israelo-americano ha scoperto che, tra i cittadini dello Stato ebraico, gli attacchi missilistici hanno meno effetti sui bevitori regolari grazie ai benefici sociali dell’alcol: per la prima volta è stato dimostrato che bere un bicchiere può aiutare a superare la depressione legata agli eventi terroristici.
Ma a fare paura non sono solo i razzi. «La sensazione di smarrimento è cresciuta con la scoperta dei tunnel sotterranei che da Gaza arrivano ai villaggi israeliani oltre il confine», continua Ninio-Hallside. «Si teme chi terroristi possano apparire e attaccare in qualsiasi momento. Questo crea una sensazione di totale impotenza».
SOSTEGNO A CHI SOFFRE. Durante il conflitto, la Tel Aviv tecnologica s'è poi adoperata per aiutare il resto del Paese: è il caso di Wispa, l'app che connette chi cerca qualcosa con chi quella cosa la offre. «Abbiamo pensato: perché non sfruttare questa tecnologia per aiutare le famiglie del Sud in difficoltà?», chiarisce Netanel Teicher, ideatore della piattaforma. Così è nata 'South Aid' una categoria specifica all’interno dell’app dove cercare e offrire aiuto: da alloggi in zone più tranquille a servizi di volontariato.
GLI AIUTI ALLE TRUPPE. Gedaliah Blum e sua moglie Elisheva, invece, avevano lanciato una raccolta fondi per i soldati israeliani al fronte.
All'inizio si portavano loro pizze per «tenere alto il morale», poi s'è arrivati alla «biancheria intima e ad altre cose di cui avevano bisogno». «Con la diffusione attraverso il social network sono stati raccolti 175 mila euro», continuano i coniugi Blum.
Ora con la tregua anche loro possono tirare il fiato. Sempre che gli spiragli di pace tra Tel Aviv e Hamas reggano.

* ha collaborato Francesco Morstabilini

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