Salvini 140826134046
LA TESTIMONIANZA 5 Settembre Set 2014 0715 05 settembre 2014

Corea del Nord: la storia di Shin Dong-Hyuk, sopravvissuto ai lager

In un libro l'orrore dei Campi di Pyongyang.

  • ...

Il leader della Lega Nord, Matteo Salvini.

Di recente, una pittoresca minidelegazione italiana - 25 persone in tutto, di cui otto politici - è stata ricevuta in Corea del Nord. Tra loro, anche il senatore responsabile Antonio Razzi e il segretario della Lega nord Matteo Salvini. Che è rimasto incantato da quel regime, del quale ha rimarcato la statalizzazione assoluta e il «forte senso di comunità».
È evidente che il leghista non ha letto e forse non leggerà (tra gli altri) Fuga dal Campo 14. La storia di Shin Dong-Hyuk raccolta dal cronista del New York Times Blaine Harden, già tradotta in 28 Paesi e a fine settembre disponibile anche in Italia grazie alla Codice Edizioni.

Shin, figlio del Campo concepito per diventare schiavo

Shin Dong-Hyuk, fuggito dal Campo 14 nella Corea del Nord.

La vicenda di Shin Dong-Hyuk è al confine con l'incredibile per molti aspetti: nato direttamente in Campo, nel 1982, ci è rimasto per 23 anni, quando è riuscito a fuggire, caso già molto raro di per sé, sopravvivendo altri cinque anni allo sbando fino a raggiungere prima la Cina, poi gli Stati Uniti.
LA NEGAZIONE DELLA FAMIGLIA. Shin è un figlio del Campo, è stato espressamente concepito per diventarne schiavo grazie alla selezione programmata di due riproduttori: chiamarli genitori non si potrebbe, e infatti Shin non ha maturato alcun senso della famiglia, del suo essere figlio, dell'avere un padre e una madre (forse suppliva il «senso di comunità»), al punto da non avere avuto alcuno scrupolo nel far torturare e quindi spedire al patibolo sia la genitrice sia un fratello.
SOTTOMESSO ALLA SELEZIONE NATURALE. Nascere, sopravvivere in Campo vuol dire crescere come un robot, tutto proteso all'unica esigenza biologica del cibo. Vuol dire adeguarsi istintivamente alla logica della selezione naturale con gli altri bambini e non provare ombra di sentimento neppure quando una piccola di cinque, avete letto cinque, anni, della quale sappiamo solo che «era molto carina», viene uccisa a bastonate per avere rubato cinque, avete letto cinque, chicchi di mais. La sua colpa? Essere una «troia capitalista e antirivoluzionaria».
DETENUTI 200 MILA PRIGIONIERI. «Troia» è la definizione standard per gli esseri di sesso femminile in uno dei lager coreani, che tuttora contengono 200 mila prigionieri (popolazione che si rigenera costantemente) e hanno una estensione pari alla megalopoli di Los Angeles.
Non c'è bisogno, anche se non farebbe male, leggere Besançon, e neppure questo libro, per capire come la mancanza di libertà che discende da un'idea totalitaria di Stato («Tutto nello Stato, nulla fuor dallo Stato, niente contro lo Stato», motteggiava Mussolini) spalanchi ogni genere di abissi che, rinchiusi dietro il filo spinato, finiscono per convergere nell'identità della disumanizzazione. Come direbbe Tom Waits, tutto ciò che puoi pensare è reale.

Salvato dal contatto con un vecchio prigioniero

Le cicatrici di Shin Dong-Hyuk.

E non ha neppur senso stabilire classifiche di crudeltà e di follia. In un campo, lager, gulag, la mancanza di libertà è una bolla senza luce che rende tutti pazzi, vittime e carnefici, prigionieri e guardie. Non c'è barlume d'anima, d'amore. Shin ha sentito qualcosa, la scintilla di un sospetto accendersi prima per effetto del contatto con un deportato più anziano ed esperto, che chiamavano «lo zio» e che gli fece intuire come, oltre il filo elettrificato, esisteva non un altro mondo, ma un mondo.
LA FUGA E LA MORTE DELL'AMICO. Il secondo compagno che lo ha aiutato è stato quello con cui ha organizzato una fuga pazzesca, che riuscì solo a Shin. Che è riuscito a sopravvivere alle scariche elettriche che gli cuocevano la schiena passando sul cadavere dell'amico, tappeto umano, viatico per la libertà.
Una libertà senza ali. Se Giovannino Guareschi, che in lager c'era finito, aveva saputo inventarsi uno slogan per darsi coraggio: «Non muoio neanche se mi ammazzano», Shin potrebbe parafrasare: «Non vivo neanche se mi generano».
L'OMBRA DELLA LIBERTÀ. Il giovane relitto che sbanda lungo l'immenso confine con la Cina è un essere che giorno dopo giorno realizza di non avere mai avuto una coscienza. Quello straccio di libertà che ora sta vivendo è riuscito a germogliarla, non senza altri tormenti indicibili. E non meno crudeli di quelli fisici patiti in Campo.
Il martirio che le torture gli hanno lasciato sul corpo è solo la superficie visibile di un'anima serotina, nata piagata. Il libro non ha un lieto fine, forse neppure una morale: oggi Shin Dong-Hyuk, Premio Moral Courage 2013 dell'Onu, è Testimone Numero 1 della Commissione delle Nazioni Unite che indaga sui lager in Nord Corea, ma continua a essere un ragazzo irrisolto, diffidente, alienato.
UNA MALATTIA SENZA CURA. Non sapeva come esprimere l'incidibile: ha trovato il modo e ormai è un conferenziere brillante (sarà in Italia, a Torino, il 26 settembre, al teatro Carignano, ospite di Torino Spiritualità). Ma quando le luci si spengono, il Campo ritorna, e tornano i fantasmi della famiglia tradita e traditrice mai avuta, oggi incombente.
Shin è un malato che sa di non poter guarire. E tornano in mente le parole dei gerarchi nazisti che, ormai allo sfascio, avevano ringhiato: «Noi sapremo come chiuderci la porta dietro», per dire che il mondo non avrebbe creduto e allo stesso tempo non avrebbe potuto non credere.

Articoli Correlati

Potresti esserti perso