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INTERVISTA 5 Settembre Set 2014 1643 05 settembre 2014

Isis, Silvia Colombo: «Non è solo guerra santa»

La ricercatrice dell'Iai: «I jihadisti mirano a sostituirsi ai governi di Baghdad e Damasco».

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Quella «violenza incomparabilmente superiore» suggerita da Giuliano Ferrara come unica risposta possibile dell’Occidente alla jihad dell'Isis finisce per innescare delle «distorsioni nell’opinione pubblica, acutizzando la sensazione di minaccia come se fosse identificabile con il fattore religioso, ma non lo è». Ne è convinta Silvia Colombo, ricercatrice all’Istituto Affari Internazionali ed esperta di politica mediorientale. «Senza entrare nel merito di una libera opinione», ha detto Colombo a Lettera43.it, «credo che certe parole e certi toni non tengano conto della situazione concreta e della complessità dei cambiamenti che stanno avvenendo nello scacchiere mediorientale».

Nel riquadro la ricercatrice Iai, Silvia Colombo.

DOMANDA. Quella in atto non è dunque, come molti sostengono, una guerra di religione?
RISPOSTA. All’interno del mondo musulmano il fanatismo religioso dell’Isis è una componente del tutto marginale. Inoltre, nella propaganda e nelle azioni dell’Isis non vedo una volontà di annientare un’altra fede. C’è, invece, uno scontro all’interno del mondo arabo-islamico, con l’obiettivo di sfruttare gli spazi lasciati vuoti dalla destrutturazione del potere statale in Paesi come la Siria o l’Iraq.
D. Si spieghi meglio.
R. L’obiettivo non è colpire gli infedeli, ma appropriarsi di uno spazio politico che prima non esisteva. La stessa creazione di uno Stato va in questa direzione. E anche la risposta messa in campo finora dall’Occidente - dalle azioni militari statunitensi fino alla fornitura di armi ai curdi - è una risposta politica.
D. Non è troppo tardi,per riprendere il controllo di una situazione in cui sono evidenti anche le responsabilità degli Usa?
R. Non c’è dubbio. I governi iracheni, appoggiati e condizionati dal 2003 a oggi da una certa politica americana, non hanno saputo controllare il territorio né tenere unita la molteplicità delle componenti etniche, religiose e sociali che compongono il complesso mosaico iracheno.
D. Quali sono gli elementi di continuità dell’Isis con al Qaeda?
R. Sicuramente gli slogan, la propaganda, i video delle esecuzioni usati come carburante emotivo e come propulsore mediatico, necessari per aggregare il consenso attorno alla necessità di combattere qualsiasi interferenza delle forze esterne.
D. Quali forze esterne?
R. Tutto ciò che è diverso. Per esempio i governi secolari scaturiti in alcuni Paesi dalle primavere arabe o le minoranze etniche e religiose. La contrapposizione all’interno del mondo arabo è dunque tra moderati ed estremisti, e non tra l’Islam e le altre religioni.
D. Per alcuni i recenti avvenimenti preannunciano l’avvento di un nuovo totalitarismo fondato sulla negazione dell’altro. È d’accordo?
R. Sì, ed è un ulteriore motivo del perché sia fuorviante ridurre il conflitto iracheno a uno scontro tra religioni. Basti ricordare come in questi anni abbiamo assistito a un aumento della frammentazione identitaria nel mondo arabo. Da parte di alcuni gruppi, come Isis, vi è la volontà di restaurare la perduta unità.
D. Faccia qualche esempio.
R. Dalla nascita di un fronte moderato contrapposto a uno estremista all’interno delle fila dell’islamismo, fino alle guerre intestine tra le varie anime dell’opposizione siriana, o a quello che sta accadendo in Libia. O il caso dell’Arabia Saudita, Paese a impronta fortemente religiosa ma che poi di fatto, sul campo, ha combattuto alcuni movimenti islamisti, come i Fratelli musulmani.
D. Se non vuole una guerra di religione, qual è l’obiettivo dell’Isis?
R. Conquistare il potere, espandendosi sul territorio e facendo leva sul malcontento di alcuni segmenti della popolazione irachena, in particolare i sunniti, fortemente discriminati dopo la caduta del regime di Saddam Hussein. In questo modo si è arrivati alla creazione del Califfato.

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