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INCUBO 20 Settembre Set 2014 0900 20 settembre 2014

Bruno e Boncompagni: odissea in India

Sono in attesa di sentenza. Come i marò. Ma di Elisabetta e Tomaso non si parla.

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Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni.

Non solo marò. Purtroppo. Alla complessa vicenda dei due marò Massimiliano Girone e Salvatore Latorre - l'odissea s'è arricchita di una nuova puntata con il rientro temporaneo di quest’ultimo in Italia per curare l'ischemia - bisogna aggiungere il dramma dimenticato di altri due italiani detenuti in India per circostanze non chiare.
I due sono Tomaso Bruno, 31 anni di Albenga, ed Elisabetta Boncompagni, 42 anni di Torino, rinchiusi a Varanasi, nel Nord del Paese, dopo la condanna in primo e secondo grado all’ergastolo, accusati di essere gli assassini dell'amico e compagno di viaggio Francesco Montis.
3.422 ITALIANI DETENUTI. Così come la storia dei 3.422 italiani imprigionati lontani da casa (secondo i dati della Farnesina aggiornati a giugno 2014, 2.625 sono detenuti in Paesi nell'Unione europea, 161 nei Paesi extra Ue, 490 nelle Americhe, 59 nella regione mediterranea e in Medio Oriente, 12 nell’Africa subsahariana e 75 in Asia e Oceania) quella di Bruno e Boncompagni è meno nota della vicenda dei due fucilieri, ma non per questo poco problematica.
RINVIO DELLA DECISIONE. I due aspettavano con fiducia la sentenza definitiva prima il 9 settembre e poi martedì 16 settembre. Ma per l’ennesima volta è stata rinviata.
«Gli slittamenti sono dovuti al fatto che in questo ultimo anno ci sono sempre state molte altre cause da trattare prima della nostra», spiega a Lettera43.it Marina Maurizio, mamma di Tomaso Bruno che si trova in India assieme al marito per seguire le ultime fasi del processo. «Martedì 9 settembre, invece, il primo caso della giornata era molto complesso e ha richiesto tutto il tempo della sessione».
ASSENTI GLI AVVOCATI. Poi l'ultimo rinvio, che la donna preferisce non commentare, attendendo un confronto con i legali.
Eppure il 16 settembre c’era grande attesa per mettere la parola fine a quella che Bruno e Boncompagni hanno sempre definito un «madornale errore giudiziario». Ma gli avvocati della difesa non si sono presentati ed è dunque stato impossibile discutere del caso ed emettere un giudizio definitivo.
Ora serve attendere almeno quattro settimane quando è prevista la prossima udienza.

Bruno e Boncompagni accusati di aver ucciso Francesco Montis nel 2010

Bruno e Boncompagni sono in attesa del giudizio definitivo sull'omicidio di Francesco Montis.

Per capire la vicenda che ha coinvolto Bruno e Boncompagni, però, serve fare qualche passo indietro, quando, per festeggiare il Capodanno 2010, la 42enne e il compagno, Montis, decisero di raggiungere degli amici in India, nell’Uttar Pradesh. Fu proprio l'uomo a chiedere a Bruno di aggiungersi a loro nel viaggio.
La mattina del 4 febbraio, nell’albergo Buddha di Chentgani alla periferia di Varanasi, i due che sono poi stati condannati per omicidio in due gradi di giudizio dalla magistratura indiana trovarono Montis in agonia sul letto: chiamarono subito i soccorsi, ma arrivati in ospedale un medico constatò il decesso dell'uomo.
ARRESTO E GIUDIZIO. Il 7 febbraio Bruno e Boncompagni vennero arrestati con l’accusa di aver strangolato Montis. A incastrarli fu un esame post-mortem realizzato da un medico oculista sulla vittima: secondo il dottore, infatti, il decesso era avvenuto per asfissia da strangolamento.
I giudici indiani hanno «ipotizzato» che tra i due vi fosse una relazione sentimentale e che quindi avrebbero organizzato l’omicidio.
MANCA IL MOVENTE. Ma proprio su questo punto la vicenda si è tinta di giallo. Perché «per insufficienza di prove», il movente è assente dal verdetto di condanna.
In un passaggio della sentenza di primo grado che ha condannato Bruno e Boncompagni all’ergastolo è stato scritto: «Il movente che ha spinto i due accusati a uccidere Montis non si può dimostrare per insufficienza di prove, tuttavia si può comunque ipotizzare che i due avessero una relazione intima illecita».
Nonostante tutto questo la sentenza è stata poi confermata anche in appello.

Prigioni indiane sovraffollate: 385 mila detenuti in 340 mila posti

Un carcere in India: anche nel Subcontinente è allarme per il sovraffollamento delle celle.

Bruno e Boncompagni furono quindi costretti a rimanere in carcere, in attesa dell'ultimo giudizio.
La vita in prigione è difficile in ogni angolo del mondo, tanto più in India. Qui - come in Italia - le carceri sono super affollate (secondo gli ultimi dati disponibili, che risalgono alla fine del 2012, il numero totale dei detenuti nel Paese era di oltre 385 mila, su una capacità totale di circa 340 mila posti), in condizioni igieniche pessime (tra il 2002 e il 2007, stando al rapporto stilato dal Comitato popolare di vigilanza per i diritti umani, sono morte in prigione 7.468 persone) e il clima torrido ed umido che d’estate arriva anche a 50 gradi di certo non aiuta.
IN CELLA NIENTE PRIVACY. «La cosa cui maggiormente si sono dovuti abituare», dice la mamma di Bruno, «è la mancanza di privacy»: «Nel barak (lo stanzone del carcere, ndr) di Tomaso ci sono attualmente circa 150 detenuti e la popolazione carceraria è di 2 mila persone in una struttura, quella del District Jail di Varanasi, che ne potrebbe ospitare circa 1.400».

La donna, però, assicura che il figlio e la 42enne stanno bene: «Si sono integrati nella vita del carcere e, per fortuna, non hanno mai avuto problemi particolari».
ATTESA DELLA SENTENZA. Ora i due attendono, ma se la condanna rimanesse quella del primo e del secondo grado di giudizio?
«Se la sentenza diventasse definitiva non ci rimarrebbe altra strada che quella dell’applicazione della convenzione stipulata tra Italia e India nel 2012 e cioè la richiesta dello sconto di pena in Italia». Grazie all'Accordo bilaterale tra Roma e New Delhi, infatti, c'è la possibilità di trasferire in Italia le persone già condannate in India. Sempre che si riesca ad arrivare alla decisione finale.

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