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REPORTAGE 21 Settembre Set 2014 0700 21 settembre 2014

Marocco, l'azzurro dell'hashish

La città dalle case blu è la capitale dell'hashish. Viaggio tra i berberi del Rif.

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Scorci di blu tra le montagne del Rif.


da Chefchaouen

Per gli ebrei è la città del blu cobalto, il riparo dalle mille persecuzioni. Per i musulmani è il luogo inviolabile della grande moschea, la città sacra azzurra vietata agli stranieri. Per i berberi, che ne rivendicano la paternità, Chefchaouen è semplicemente la città marocchina delle chaouen, le lunghe “corna” di capra dei monti che la circondano.
Ogni popolo che l'abita e l'ha abitata ha la sua versione su questo borgo che per l'azzurro e il bianco delle sue case potrebbe essere confuso con Santorini, se fosse appoggiato sul mare. Ma non lo è: il Rif, la cordigliera che da Gibilterra all'Algeria sfiora i 2.500 metri, blinda Chefchaouen dal turismo di massa dei bagnanti e anche dalle comitive, a Sud, della più esotica Marrakech.
CAPITALE DELLE CANNE. Per cultura e storia Chefchaouen (Patrimonio mondiale dell'Unesco) è più ricca della - pur incantevole - isola greca degli innamorati, ma in pochissimi la conoscono, e non per l'acqua finissima delle sue sorgenti, ma per il 'fumo' che arriva in Europa.
«Hashish?», chiedono con insistenza, anche in italiano, i camerieri e i facchini degli alberghi a chiunque abbia l'aria di un occidentale, ogni estate Chefchaouen si popola di rastaman.
L'AMSTERDAM DEL MAROCCO. Sulle vette aspre e assolate del Rif, è stimato che i contadini berberi coltivino circa il 40% della marijuana del mondo e oltre l'80% della cannabis fumata in Europa. Chefchauoen, la romantica città azzurra delle coppiette musulmane, è anche la capitale mondiale della canna, se si vuole, l'Amsterdam proibita del Marocco.

I berberi del Rif per la legalizzazione

Contadini berberi al lavoro tra le piantagioni di cannabis.

Nel regno islamico di Mohammed VI produrre, commerciare e consumare hashish è haram, peccato.
Nessun marocchino della vicina Tangeri propone apertamente agli amici di fumare insieme dell'erba fresca e chi è sorpreso ad accompagnare i turisti del kif (le piantine di canapa triturate col tabacco per fare l'hashish) lungo le rotte del Rif per legge viene ammanettato e portato in galera.
IL TURISMO NELLE PIANTAGIONI. Però Mohammed VI è un re buono e la polizia del posto spesso corrotta, dalla galera si finisce fuori in qualche ora. Siccome poi chi entra ed esce dalle celle della Gendarmerie royale tiene spesso famiglia, finisce che il mestiere dell'accompagnatore nelle fattorie di cannabis è tollerato come quello dei coltivatori: fonte di sussistenza e talvolta di grandi guadagni.
IL 10% DEL PIL MAROCCHINO IN FUMO. Per quanto il governo si affanni a divulgare dispacci su blitz e sequestri in zona, dai dati delle associazioni locali, l'indotto marocchino della canna fa il 10% del Pil nazionale (un sommerso di 8,5 miliardi di euro l’anno), dando da mangiare a più di 800 mila persone.
Gli attivisti pro-legalizzazione del Network for the Medical and Industrial Use of Cannabis (Cmumik) sono riusciti anche a convincere l'opposizione a proporre un progetto di legge in parlamento, nell'intento di dare impulso all'economia del luogo.

La monarchia argina la tradizione del kif

La mappa della catena montuosa del Rif in Marocco.

Fumare hashish o kif nelle tradizionali pipe di legno (sebsi) non era un tabù per i marocchini. Lo è diventato per la dinastia regnante filo-coloniale che, dopo l'indipendenza, si è preoccupata di ripulire l'immagine del Paese dalla macchia dei traffici illeciti.
LO STATUTO SPECIALE. In Marocco circola la leggenda che Mohammed V, nonno dell'attuale sovrano, nel rispetto delle consuetudini locali avesse concesso ai berberi del Rif uno statuto speciale per la coltivazione della cannabis. Ma che poi il terribile figlio Hassan II, per fare bella figura con l'Europa e gli Usa, abbia adottato il pugno di ferro.
LA LEGGE PROIBIZIONISTA DEL 1954. A Rabat il dibattito per modificare la legge proibizionista del 1954 (gli anni dell'esilio di Mohammed V) si è ora riaperto anche in virtù del riconoscimento del berbero lingua ufficiale equivalente all'arabo, dallo storico discorso del re del 2001 sul Marocco come Paese a «identità plurale».
In strada e sui muri compaiono i primi cartelli in doppio alfabeto, arabo berbero, e si spera che la legittimazione culturale porti anche a forme di autonomia locale della minoranza.

Trekking e tour nelle farmer del fumo

Le case blu di Chefchaouen in Marocco.

Per gli amazigh («uomini liberi», come si chiamano i berberi) del Nord del Marocco fumare hashish è come incidere i monili d'argento, comporre musiche e canzoni, o anche scalare i loro monti del Rif.
«Fumi? Neanch'io. Quando non lavoro, solo hiking, lunghe camminate. L'estate è torrida, ma l'inverno si gela», mente un ragazzo mostrando le vette e i suoi muscoli.
COLTIVATORI DAL 1400. Nelle escursioni capita quasi sempre di finire in una delle tante farmer della canna a conduzione familiare. Un detto dei visitatori che arrivano qui col passaparola dei fricchettoni recita che chi non trova del fumo a Chefchaouen è perché ne ha fumato troppo.
Lontano da occhi indiscreti, i contadini mostrano come nasce il kif e come l'hashish sbarca in Europa. Secondo la tradizione orale coltivano canapa dal 1400: il centro dei grandi traffici è Issaguen, un centinaio di chilometri di salite e tornanti brull attorno a grandi campi di cannabis, poi si scorgeno le pittoresche case blu di Chefchaouen che incantano artisti e fotografi.

Chefchaouen, la capitale azzurra del Rif

Chefchaouen tra le montagne del Rif.

Neanche la gente del posto sa bene perché la città sia azzurra. Sui libri si dice che i muri li abbiano tinti gli ebrei scappati dall'Inquisizione spagnola, in onore del loro Dio e forse anche per ritrovare il mare perduto.
Tra le tante vite di Chefchaouen c'è pure l'essere stata un bastione arabo del califfato Omayyde che da Damasco esportò l'Islam in Europa: cittadina sacra, per secoli meta di silenziosi pellegrinaggi, sarebbe rimasta sbarrata alle masse, rifugio, tra i monti anche per le migliaia di esuli andalusi che portarono in Marocco i loro usi e i loro costumi.
LA VERSIONE DEI BERBERI. C'è poi una terza storia, non ufficiale e non scritta, dei berberi autoctoni che nei secoli passati non hanno mai avuto voce: spediti dagli arabi in Andalusia per la conquista e da lì salpati poi anche per le Americhe, dicono che i veri abitanti di Chefchaouen sono sempre stati loro.
E qualcosa negli abiti di lana a strisce colorate e nei grandi cappelli di paglia dei contadini berberi del Rif ricorda davvero i campesinos sud-americani. Anche loro, grandissimi coltivatori di droghe.

Twitter @BarbaraCiolli

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