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VIRUS 26 Settembre Set 2014 0620 26 settembre 2014

Ebola, il fallimento dell'Oms nella lotta all'epidemia

Emergenza trascurata. E aiuti tardivi. Le colpe dell'agenzia delle Nazioni Unite.

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Personale specializzato per l'emergenza ebola durante un'esercitazione.

Nel migliore ospedale di Monrovia, il primo paziente contagiato dall'ebola è stato lasciato su una barella in una sala d'attesa pregna di sudore e affollata da malati di malaria e infezioni intestinali. E quando Sam Brisbane, uno dei 50 dottori specializzati in emergenze della Liberia ha riconosciuto i sintomi della febbre emorragica, l'infermiere di turno si è limitato a infilare mascherina e guanti di plastica e a spingere, caracollando, il lettino sopra il quale si torceva il corpo dolorante dell'uomo all'interno di un'altra stanza.
6 MILA PERSONE CONTAGIATE. Le procedure di emergenza si fermavano, e si fermano ancora, qui: guanti e qualche saponetta. E sono bastati pochi mesi perché Brisbane finisse allo stesso modo, annoverato tra le vittime estive di un'epidemia che finora ha contagiato 6.240 persone e ne ha uccise circa la metà.
La sua storia è stata pubblicata sul New England Journal of Medicine, tra le più autorevoli pubblicazioni di medicina a livello globale.
OSPEDALI NON ATTREZZATI. «Abbiamo riscontrato razionamento di guanti, una quantità limitata di sapone per le mani, e un'esitazione istituzionale per praticare le precauzioni universali, probabilmente a causa delle risorse limitate», hanno denunciato in un articolo Josh Mugele e Chad Priest, due medici della clinica universitaria di Indianapolis appena tornati dalla visita al John F. Kennedy Memorial medical center della capitale liberiana. «L'ospedale non era preparato per il tipo di epidemia a cui si trovava di fronte».
Se le misure per contrastare il virus in Africa non verranno rafforzate immediatamente, i focolai sono destinati a moltiplicarsi.
ALLARME NUOVI INFETTATI. Il 21 settembre, l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha stimato che entro novembre le persone infettate potrebbero arrivare a 20 mila. Ma già a 48 ore di distanza, il Cdc (Centers for disease control and prevention), l'ente nazionale americano che si occupa di salute pubblica, ha moltiplicato le previsioni, calcolando anche l'elevato numero di casi non diagnosticati (2,5 ogni contagio ufficiale): entro gennaio 2015 i malati potrebbero arrivare a 1,4 milioni. Ai tassi di mortalità attuale, significa dover rivivere 200 volte l'11 settembre.
TOO LITTLE, TOO LATE. Ma come è possibile che la pandemia avanzi a questi ritmi? E come è possibile che nell'istituto universitario più attrezzato di una delle città più avanzate dell'intera area colpita dal contagio, le uniche difese contro il virus siano poco più di quello che si può trovare nell'acquaio di una cucina?
Joanne Liu, direttrice di Medici senza frontiere (Msf), la ong che ha trattato i due terzi dei casi di infezione conosciuti, ha dato la risposta più chiara: «Too little, too late». Insomma, si è fatto troppo poco e troppo tardi. Il 25 settembre lo ha ribadito anche Barack Obama di fronte all'assemblea generale del Palazzo di Vetro: «Le organizzazioni internazionali devono muoversi più velocemente e mobilitare altri partner». Il dito è puntato soprattutto contro l'Oms, l'agenzia Onu la cui missione è «ricoprire il ruolo di leadership sulle questioni critiche per la salute e impegnarsi in partenariati in cui è necessaria un'azione comune». Esattamente ciò che finora è mancato nella lotta contro l'ebola.

Cinque mesi per stilare la road map

Quattro medici trasportano il cadavere di una vittima di ebola.

A inizio settembre, la direttrice generale dell'Oms, Margaret Chan ha ammesso di fronte alle Nazioni unite che «tutte le organizzazioni internazionali hanno sottovalutato la malattia».
Ma, tra tutte, proprio l'Oms era quella chiamata a svolgere il ruolo di coordinamento nel momento dell'emergenza.
In base all'International health regulations (Ihr) - l'intesa negoziata con i 194 Paesi membri dell'Oms nel 2005 a emergenza Sars in atto - nel corso di un'epidemia, l'organizzazione di Ginevra deve essere informata di ogni nuovo caso di contagio entro 24 ore.
«Le nuove regole», è scritto inoltre sul portale, danno all'Oms «un ruolo più diretto nell'indagare e bloccare le epidemie, per rafforzare le capacità di risposta dei singoli Paesi e colmare a breve termine il gap di servizi essenziali» e altre svariate e fondamentali funzioni per bloccare il contagio. Nel caso dell'ebola qualcosa, però, non ha funzionato.
EMERGENZA TARDIVA. Intanto, per i tempi. Il primo caso di contagio risale a dicembre 2013. Ma prima che fosse riconosciuto, registrato e comunicato all'agenzia di Ginevra sono passati circa tre mesi: era il 21 marzo quando ufficialmente le Nazioni unite diedero la notizia dell'epidemia. Il problema, tuttavia, è arrivato dopo.
L'Oms, infatti, ha pubblicato la road map per rispondere all'emergenza solo il 28 agosto, ovvero quasi cinque mesi dopo il riconoscimento ufficiale del primo focolaio.
IL PRESSING DI MSF. Nel frattempo, per due volte, Msf aveva lanciato un appello di fronte all'Onu per accelerare la lotta alla malattia: sul campo serve di tutto, centri di isolamento, laboratori mobili, ponti aerei e un network regionale di ospedali da campo. Non solo: non ci sono protezioni e i morti vengono ammassati per le strade.
«I centri di trattamento dell'ebola», aveva dichiarato Liu, «sono ridotti a posti dove le persone vanno a morire sole e dove sono somministrate poco più di cure palliative. E visto che i corpi vengono ammassati nelle strade, più dei centri di cura servono crematori per bruciare i cadaveri».
ANCHE GLI AIUTI RITARDANO. Ma anche gli sforzi più recenti risentono della mancanza di forze sul campo. Per mettere in piedi le strutture promesse dal governo americano e britannico, cioè rispettivamente 25 ospedali da campo e 62 strutture letto, serviranno da uno a due mesi. E il 12 settembre, quando il governo della Sierra Leone ha chiesto all'Oms fondi e mezzi per evacuare e trasportare in Germania un dottore infettato dal virus, la risposta dell'agenzia Onu, riportata dal Washington Post, è stata: «Non siamo in grado di organizzare un'evacuazione, ma stiamo esplorando altre possibilità per assicurare le migliori cure».

Il budget dell'Oms  dal 1998 al 2015.

Con l'ebola si rivive lo spettro dell'Aids

L'Oms ha tagliato il budget per la sanità, riducendolo a 4 miliardi di dollari.

John Ashton, presidente della facoltà di Salute pubblica britannica, ha spiegato che con l'ebola si è ripetuto quello che era avvenuto con l'Aids e che non era, invece, successo con l'influenza suina e con la Sars.
«In entrambi i casi», ha osservato l'esperto, «il coinvolgimento di gruppi di minoranza e privi di potere ha contribuito a una risposta tardiva e al fallimento nel mobilitare una adeguata risposta medica internazionale».
I precedenti, del resto, non depongono a favore dell'Oms.
L'OMBRA DEI BIG DEI FARMACI. Nel 2010, a sei anni di distanza dalla grande ondata di epidemie asiatiche, il British Medical Journal e il Bureau of investigative journalism appurarono che i tre esperti chiamati a scrivere le linee guida dell'Oms sull'influenza suina erano stati precedentemente consulenti pagati dalle case farmaceutiche Roche e GlaxosmithKline, rispettivamente produttrici del Tamiflu e del Relenza, farmaci per il trattamento dell'infezione.
Il caso gettò ombre fosche sull'organizzazione di Ginevra, soprattutto dopo che governi come quello britannico avevano speso contro l'epidemia cifre a nove zeri.
MANCA ANCORA IL VACCINO. Oggi, invece, non sembra esserci niente di tutto questo. I Paesi più coinvolti, Sierra Leone, Liberia e Guinea, hanno miniere ma non hanno un sistema sanitario degno di questo nome.
Sullo Zmapp, il prodotto con cui sono stati trattati alcuni contagiati, potrebbero essere investiti 42 milioni di dollari. Ma il vaccino per l'ebola ancora non c'è. E il business nemmeno. A meno che l'epidemia non diventi endemica, come del resto - sussurrano i più cinici - rischia di divenire proprio grazie al terribile ritardo con cui è stata affrontata.
Se per Ashton una delle cause del ritardo è stata proprio la mancanza del mercato e dell'interesse di Paesi con risorse da spendere, altri esperti se la sono presa direttamente con le capacità dell'agenzia Onu di reagire all'emergenza.

Il bilancio del Cdc, l'ente di controllo della saluta pubblica americana.

Taglio al budget dal 2010: 700 mln contro la pandemia

Gli operatori di Medici senza frontiere all'ospedale di Elwa in Liberia.

Dal 2010, stando ai dati della stessa Oms, il bilancio dell'agenzia Onu è calato del 12%, passando da 4,5 a circa 4 miliardi di dollari. Ma entrate e spese sono aumentate.
Il risultato è che i migliori funzionari in uscita non sono mai stati sostituiti e che alcuni capitoli di spesa, compreso quelle dedicato alle epidemie, sono stati messi a dieta.
Nel bilancio 2012-13, i fondi per «preparare, sorvegliare e rispondere al rischio epidemico» ammontano a 218 milioni di dollari e altri 469 sono dedicati al capitolo delle vere e proprie emergenze: in tutto circa 700 milioni di dollari eventualmente utilizzabili contro la pandemia. Una cifra inferiore a quella a disposizione del solo centro di salute pubblica statunitense, che destina alle malattie infettive il 17,1% di un budget da 6 miliardi di dollari e che ha sostituito l'Oms nella previsione dei rischi.
IL FLOP DELL'ORGANIZZAZIONE. La domanda tuttavia rimane: possono bastare i tagli di bilancio per giustificare le mancanze di un organismo che dovrebbe raccogliere le migliori competenze a livello internazionale? Il coordinatore Oms Jean Pierre Vyranche ha ammesso che «i soldi ci sono, ma non si riesce a distribuirli. La gente ha paura di venire». Eppure secondo le informazioni reperibili sul suo portale l'organizzazione dispone di «8 mila esperti di salute pubblica, compresi medici, epidemiologi, scienziati, manager, amministratori e altri professionisti che lavorano negli uffici di 147 Paesi».
«L'Oms è l'ombra di se stessa», ha decretato senza mezzi termini Laurie Garrett, senior fellow per la salute globale del Council on foreign relations americano. E poco importa se chi frequenta Ginevra sostiene che il fallimento sul fronte ebola potrebbe fruttare all'Oms un aumento dei fondi per il futuro. Per ora l'unica certezza è che il mondo non ha un sistema efficace per trattare le epidemie.
L'ONU CORRE AI RIPARI? Il ministro degli Esteri britannico Philip Hammond ha invocato la creazione di una «coalizione globale» per combattere il virus sul modello delle alleanze contro al Qaeda e Stato islamico (Is). E gli Stati Uniti si sono accollati la leadership della battaglia loro malgrado, con Obama costretto a chiedere che la sfida all'ebola sia «una priorità del mondo». Per riparare ai ritardi della propria agenzia e salvaguardare la sua reputazione, l'Onu potrebbe inaugurare la prima missione sanitaria della sua storia. Ma intanto per difendere la nostra salute nell'emergenza, dobbiamo affidarci agli eserciti nazionali, soprattutto i più attrezzati a rispondere alle minacce biologiche, cioè quello americano e quello russo. E per chi tiene all'idea dell'universalità del diritto alla salute la notizia non è per nulla rassicurante.

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