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PROTESTA 29 Settembre Set 2014 1000 29 settembre 2014

Hong Kong: cinque cose da sapere su Occupy Central

Vogliono la riforma elettorale. E il suffragio universale. Ma Pechino s'oppone.

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Hong Kong rischia di trasformarsi nella nuova Tienanmen. E a scontrarsi con Pechino, questa volta è il movimento pro democrazia di Occupy Central (il nome deriva dal distretto finanziario dell'ex colonia britannica).
Da una parte, infatti, ci sono i cittadini che chiedono il «suffragio universale» per le elezioni del 2017, dall'altra c'è il Dragone, per nulla intenzionato a mantenere la promessa fatta tempo fa. E anzi, sempre più deciso a voler controllare le consultazioni per la scelta del governo.
SCONTRI A HONG KONG. Così, visto l'atteggiamento di Pechino, che a giugno ha bocciato il referendum organizzato proprio da Occupy Central con cui si chiedeva la libertà elettorale, i cittadini di Hong Kong sono scesi in piazza e nel fine settimana del 27 e 28 settembre ci sono stati scontri tra studenti e polizia (78 le persone arrestate dalle forze dell'ordine). Una mobilitazione di 'disobbedienza' che, in realtà, i vertici del Dragone avevano previsto - anche se non avevano messo in conto l'eccezionale partecipazione - visto che il 1 ottobre si festeggia l'anniversario della fondazione della Repubblica popolare.
Ecco cinque cose da sapere su quanto sta accadendo nell'ex colonia britannica, che il 1 luglio 1997 è tornata di proprietà della Cina.

1. Pechino vuole scegliere i candidati delle elezioni

Quando Hong Kong dal controllo della Gran Bretagna è tornata nell'orbita della Cina, Pechino ha fatto alcune concessioni promettendo un alto grado di autonomia alla città abitata da circa 7 milioni di persone.
Venne, infatti, concordata la Legge Fondamentale di Hong Kong (la Costituzione formulata sulla base del Common Law britannico).
UN PAESE DUE SISTEMI. In pratica, l'ex colonia, era la promessa, sarebbe diventata una regione amministrativa speciale, secondo il principio «un Paese, due sistemi»: la Dichiarazione stabiliva che la zona avrebbe mantenuto il suo sistema economico capitalista e sarebbero stati garantiti diritti e libertà ai suoi cittadini fino al 2047, quando la Cina si riprenderà a pieno titolo l'area. Inoltre sono state promesse libere elezioni (concetto ribadito anche nel 2007) entro il 2017.
Ma il Dragone ha poi posto alcuni limiti, facendo qualche passo indietro: oltre a Difesa e politica estera, da sempre rimasti nelle mani di Pechino, il governo centrale ha imposto che i candidati alle elezioni debbano ricevere il via libera di un'apposita commissione elettorale i cui membri sono nominati dalla Cina. Quindi è sempre Pechino che decide chi sarà eletto.

2. Soprattutto i giovani non hanno fiducia nel Dragone

Le tensioni tra Hong Kong e la Cina sono ormai al culmine. Alcune indagini dimostrano che l'indice di gradimento del governo locale (controllato dal Dragone) è ai minimo storici, così come al massimo è la sfiducia dei cittadini nei confronti di Pechino.
Tra i giovani il malcontento è causato anche dal gap di ricchezza rispetto ai cinesi che invadono l'ex colonia britannica per fare acquisti sfruttandone il particolare status fiscale.
Un sondaggio di fine settembre, poi, ha svelato che un cittadino su cinque vuole lasciare Hong Kong proprio per protesta contro la Cina.
REFERENDUM BOCCIATO. Gli elettori a giugno hanno partecipato a un referendum organizzato da Occupy Central per tornare a chiedere a Pechino libere elezioni nel 2017. Ma il Dragone ha definito «illegittima» la consultazione, inasprendo lo scontro.
Ma già a inizio 2014 c'erano state proteste, sedate a colpiti di arresti. Poi a luglio, in occasione dei festeggiamenti della riunificazione, era stata organizzata la marcia della democrazia.
Solo a settembre, però, s'è riaccesa la protesta che ha coinvolto anche professori universitari, leader religiosi e professionisti della finanza. A farla scoppiare è stata la conferma, arrivata a fine agosto, della rifoma elettorale di Pechino per le consultazioni del 2017.

3. Il 46% dei cittadini è contro le proteste di Occupy Central

Nonostante la folla nelle strade, non tutti a Hong Kong sostengono Occupy Central e la sua battaglia per ottenere il suffragio universale nelle elezioni del 2017.
Per esempio, esistono gruppi pro Pechino, come quello di The silent majority di Hong Kong che, secondo gli attivisti anti-Dragone, hanno l'obiettivo di «creare il caos».
Da quanto hanno riferito i manifestanti, questa formazione, sostenuta dal Partito comunista cinese, ha organizzato mobilitazioni contro Occupy Central, come quella del 17 agosto, quando in migliaia hanno sfilato per le strade.
DISOBBEDIENTI CIVILI. «Vogliamo il suffragio universale, ma non a ogni costo», ha fatto sapere Robert Chow, uno degli organizzatori della marcia. E ha precisato come il suo obiettivo sia quello di lavorare «pacificamente» con Pechino per realizzare le riforme politiche.
Un recente sondaggio ha svelato che il 31% dei cittadini di Hong Kong s'è schierata con il movimento di disobbedienza civile, mentre il 46% è contrario alla campagna di protesta di Occupy Central.

4. La Cina non ha mai parlato di piena autonomia per la regione

La Cina non è rimasta ad assistere passivamente alle pressioni arrivate da Hong Kong sul suffragio universale. Già a giugno ha ricordato come l'ex colonia britannica sia una regione autonoma, ma non gode della piena autonomia. E ha ribadito il monito del «un Paese, due sistemi». Precisando di non aver alcuna intenzione di fare retromarcia rispetto al sistema elettorale: il Dragone, infatti, vuol continuare a controllare la carica di chief executive, che corrisponde al capo del governo di Hong Kong.
INGERENZE DI UK E USA. Un funzionario cinese di alto livello ha spiegato che il controllo dei candidati è necessario per garantire il funzionamento delle istituzioni. E ha chiarito come il chief executive deve «amare la Cina e amare Hong Hong per salvaguardare la sovranità, la sicurezza e lo sviluppo degli interessi del Paese».
Inoltre il Dragone ha accusato Gran Bretagna e Stati Uniti di aver sostenuto Occupy Central.

5. La riforma elettorale non è ancora stata approvata

Il governo di Hong Kong ha provato a frenare le proteste invitando i manifestanti di Occupy Central ad accettare l'offerta della Cina sulla riforma elettorale.
Secondo i vertici dell'ex colonia britannica, infatti, i 5 milioni di elettori potranno comunque decidere il loro leader, pur dovendo sceglierlo all'interno di una rosa di candidati selezionati da Pechino.
Chun-yung Leung, attuale capo dell'esecutivo di Hong Kong e in carica da luglio 2012, ha precisato che non è ancora iniziata la discussione sui dettagli della riforma, né il processo di nomina dei potenziali candidati. E, in attesa di trovare un accordo con il Dragone, ha chiesto di «sgomberare le strade».
NUOVA TIENAMEN? Ma c'è il pericolo che la Cina si stanchi delle proteste e possa inviare l'Esercito popolare di liberazione. Alcuni manifestanti hanno già denunciato che i soldati sarebbero pronti a intervenire per «riportare l'ordine». Ma Chun-yung Leung ha negato.
Il pericolo è una nuova Piazza Tienamen: un evento che i giovani cinesi quasi non conoscono, ma che a Hong Kong ricordano molto bene, tanto che ogni anno scendono in piazza per celebrare le dimostrazioni del 1989.

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