Carlo Freccero 141003184749
INTERVISTA 3 Ottobre Ott 2014 1753 03 ottobre 2014

Talk show, Freccero sulla crisi di ascolti

Più comici. E specialisti. Come dovrebbe cambiare il format secondo Freccero.

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Gli ascolti di Servizio Pubblico vanno a picco (nella serata del 2 ottobre ha registrato il 5,25% di share); il Ballarò di Massimo Giannini arranca, Di Martedì di Giovanni Floris non decolla.
Il talk show è morto? Ormai sembra un dato di fatto, tanto da finire anche tra i trending topic di Twitter con l’hashtag #DeadTalkShowWalking.
L'AMMISSIONE DI SANTORO. E del resto lo stesso Michele Santoro aveva annunciato che questa sarà l’ultima stagione di Servizio Pubblico, perché c’è una «overdose» di talk che mette «a nudo la stanchezza di un genere» e ha creato nel «pubblico una specie di nausea e un vero e proprio rigetto».
Ma se il genere è arrivato al capolinea, cosa c’è dopo? «Attenzione a parlare di morte», dice a Lettera43.it Carlo Freccero, autore televisivo ed ex direttore di Rai4, «quando mancano i soldi la tivù è come il contadino col maiale: non si butta via niente».

Carlo Freccero.


DOMANDA. Gli ascolti vanno male. È davvero la fine del talk?
RISPOSTA.
Non direi. Il talk show si è affermato alla fine degli Anni 80 con Maurizio Costanzo. Poi il talk politico è arrivato con Santoro alla vigilia di un grande cambiamento che è stata Tangentopoli, ed è stata la consacrazione del genere.
D. Perché?
R. La gente allora pensava di cambiare le cose, si credeva che la democrazia diretta che nasceva in televisione potesse far cambiare le cose. Era la cosiddetta «teledemocrazia».
D. E poi?
R. Oggi non esiste più perché la Rete ha preso il suo posto. E la gente sa ormai che il talk non serve a nulla, perché non c’è più fiducia nel cambiamento. Il politico non decide più. Decidono le banche, gli organismi internazionali. Il politico è come un re contemporaneo: tiene banco con i gossip, i pettegolezzi.
D. Anche Santoro si è stufato.
R.
Santoro, che è un mio caro amico, era un partito, una visione. È stato l’emblema del passaggio della democrazia diretta della televisione alla Rete, quando portò Servizio Pubblico in streaming e sulle tivù locali. Ma poi è tornato dove tutto è identico, tutto omologato. E non funziona più.
D. Ma qual è la causa?
R.
Il talk vive sulle contraddizioni, come berlusconiani e antiberlusconiani. Ora invece queste contraddizioni non ci sono più, e pure Grillo è evaporato dopo l’alleanza con Farage alle Europee. L’anti-Casta era una problematica televisiva, non politica. Finita anche questa è finito tutto.
D. Quindi non c’è speranza?
R. Oggi l’unico talk giustificato dovrebbe parlare di economia, occorre essere specialisti. Oppure per raccontare un momento di rottura, per esempio le dimissioni di Napolitano. Ma anche qui la vedo male perché non c’è il teatro del confronto.
D. Come reagire di fronte al calo degli ascolti?
R. Ci sono dei trucchi. Per esempioho detto a Giannini di chiamare come comica Virginia Raffaele, che è bravissima. Lei però è della scuderia di Caschetto. Ecco, anche gli agenti stanno creando dei problemi.
D. Ma se non si mandano in onda i talk, come si riempie il palinsesto?
R. Non lo posso dire, sennò poi mi copiano: se Cairo vuole le mie idee deve pagarmi.
D. Vabbè, anche per sommi capi…
R. In questo momento la fiction vince, la gente non vuole essere angosciata. Il talk non dà speranza. È chiaro che un programma che ti dice che stai per fallire non t’aiuta, infatti vedi Don Matteo, le soap, le suore.
D. Oppure?
R. Oppure vince il talk della disperazione, quello della De Filippi, io cornuto che faccio la pace con mia moglie; io che ritrovo mia mamma dopo 20 anni. La televisione in questi casi è taumaturgica, torna a risolvere qualche problema, come all’inizio speravamo potesse fare il talk.
D. Sempre di talk si parla...
R. E certo, in televisione non si butta via niente.
D. Quindi bisogna salvarlo?
R. Per forza, mancando i soldi il direttore di rete deve salvare il talk, che costa poco. E deve fare come il contadino col maiale: non si butta via niente.

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