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INTERVISTA 7 Ottobre Ott 2014 0615 07 ottobre 2014

'Ndrangheta, Saffioti: «Il silenzio è colpevole»

Ha denunciato i suoi estorsori. È rimasto solo. Ma Saffioti rifarebbe tutto.

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da Palmi

I muri sono alti, le telecamere e il filo spinato puntellano la struttura, ma il cancello è aperto, nella sede dell’azienda di Gaetano Saffioti, imprenditore edile di 53 anni che dal 2002 ha denunciato i suoi estorsori mettendo fine ad anni di vessazioni, danni e taglieggiamenti.
Non c’è nessuno nel cortile della ditta, sita ai bordi della statale che collega Palmi a Gioia Tauro, tranne gli agenti della scorta dentro un’auto che si vede appena. In mezzo agli ulivi spuntano i silos, le escavatrici, le betoniere e, al centro, gli uffici.
«SOLO CON LA MIA LIBERTÀ». Saffioti siede solo, dietro la scrivania nella sua stanza in fondo al corridoio, gli occhi chini sulle sue carte e il sigaro in bocca. «Sì, mi hanno lasciato solo», racconta a Lettera43.it. «Ma io dico sempre che a essere soli davvero sono quelli che continuano a subire il racket, perché da 12 anni io ho la compagnia più bella che esiste: la libertà».
È un uomo alto e robusto, e il suo fare modesto non corrisponde a quello dell’eroe dipinto dalla stampa dopo che si è fatto avanti per demolire una casa abusiva di proprietà del clan dei Pesce di Rosarno. Nessuna ditta ha voluto partecipare ai bandi per la demolizione, sempre andati deserti fin quando non è stato contattato lui, Gaetano Saffioti.

Gaetano Saffioti (S.Colloridi).

DOMANDA. Non sarà un eroe, ma ha avuto coraggio...
RISPOSTA.
Ho fatto solo il mio dovere. In un Paese normale, non dovrebbe essere possibile aspettare 11 anni per demolire una casa abusiva, a prescindere da chi è il proprietario. Anzi, non dovrebbe essere nemmeno costruita.
D. Meglio dopo 11 anni che mai.
R. Al di là del clamore mediatico, bisogna riconoscere l’impegno dell’amministrazione comunale di Rosarno. Anche altre istituzioni hanno fatto sentire la loro voce, ma non riesco a essere contento perché sono preoccupato per i silenzi.
D. Di chi?
R. Innanzitutto delle associazioni di categoria, a cominciare da Confindustria. Ed è proprio il silenzio a legittimare il potere della ‘ndrangheta, che è parte di quel consenso con cui si sostiene.
D. I cittadini di Rosarno come hanno reagito?
R. Quando è iniziata la demolizione, le case intorno avevano perfino le serrande abbassate: un chiaro segnale di dissenso. Ovviamente c’è chi sta dalla parte della legalità, ma questa immagine rende bene l’idea del clima che c’è.
D. Un clima di paura.
R. Sì, ma per molti non è paura di essere uccisi, come si crede, ma piuttosto paura di restare emarginati, esclusi, e trovarsi tutte le porte chiuse: dalle banche ai fornitori, fino ai clienti. Esattamente ciò che è accaduto a me. Questo è il destino di chi si mette contro il clan.
D. È questa la «terra bruciata» di cui parla la ‘ndrangheta?
R. Sì, è l’isolamento a fare più paura. Cerco di spiegare sempre che il sistema danneggia tutti, anche chi non è direttamente coinvolto. Quando il clan impone a un’azienda un rincaro della mazzetta, il costo del prodotto finale aumenta. Quel rincaro, mettiamo i 10 euro di una maglietta, lo paga il cittadino.
D. Perché ha deciso di denunciare i suoi estorsori?
R. Perché non ce la facevo più. Ho raccolto per mesi registrazioni audio e video dei miei incontri con oltre 50 rappresentanti di otto diversi clan e ho portato tutto in procura. L’indagine che seguì portò all’operazione Tallone d’Achille.
D. Come funzionava il meccanismo del pagamento del pizzo?
R. Se a Palmi pagavo 100, perché lì si trovava l’azienda, a Polistena dovevo pagare altri 100 appena aprivamo un cantiere. Ma dovevo pagare 100 anche a un clan di Gioia Tauro perché i miei mezzi passavano di là, e poi altri 100 al clan rivale, se non volevo sorprese. E così la torta non si divideva, ma si moltiplicava.
D. Con i soldi “regolava” tutto o subiva altre pressioni?
R. Mi imponevano direttive su dove acquistare il cemento; dovevo lasciare fermi i miei mezzi e noleggiarli da imprese vicine ai clan e perfino acquistare sabbia e ghiaia altrove nonostante avessi una cava di mia proprietà. Era un martirio.
D. Quando lei chiedeva spiegazioni cosa le rispondevano?
R. Il mafioso non parla mai di pizzo o mazzetta, giustifica quella richiesta come necessaria per resistere alle angherie di uno Stato aguzzino, per pagare gli avvocati o sostenere i familiari in carcere. Io l’ho ribattezzata «ivam», imposta sul valore aggiunto mafioso.
D. Il 25 gennaio 2002 scattarono i primi arresti in seguito alle sue denunce. Che cosa cambiò da lì in poi?
R. Sono rimasto completamente solo. Non ho più avuto commesse, la maggior parte degli operai mi ha lasciato, ho iniziato a perdere tutte le gare per gli appalti pubblici. Ho ricevuto messaggi intimidatori e hanno incendiato molti dei miei camion e mezzi.
D. Le istituzioni l’hanno aiutata?
R. Dipende di quali istituzioni parliamo. L’ex sindaco di Palmi, che era pure ex questore, non ha mosso un dito quando gli ho chiesto di lavorare, anche gratis, per ritrovare un po’ di dignità. Gli appalti erano assegnati sempre ad altri. Nel 2003, un anno dopo la denuncia, il mio fatturato è passato da 15 milioni a 500 mila euro.
D. Tra gli imprenditori c’è chi le è rimasto vicino?
R. Nessuno, per molti anni. Nemmeno i preti venivano più a chiedere soldi per le feste patronali o i politici a chiedere voti. Ma questa è stata una fortuna. Poi, dal 2010 circa, ci sono stati timidi passi avanti.
D. Perché?
R. Perché la nascita delle associazioni antimafia e la diffusione delle informazioni via web hanno contribuito a creare una cultura della legalità. È aumentata la consapevolezza. Anche se, ancora, siamo solo all’inizio della salita.
D. A che punto è lotta tra Stato e mafia?
R. La repressione non basta. E sono inutili anche molte delle iniziative di solidarietà, come il codice etico imposto alle imprese impegnate nei cantieri della Salerno-Reggio Calabria. Ben sette inchieste della magistratura hanno dimostrato la relazione tra ‘ndrine e grandi imprese, a cominciare dall’Anas.
D. Che cosa propone?
R. Ho delle idee. Per esempio dare alle imprese che hanno denunciato una corsia preferenziale nell’assegnazione degli appalti. Senza fare concorrenza sleale: va bene anche un 1% del totale, simbolico, ma importante. Solo così chi denuncia non resterà solo, sentirà lo Stato vicino e continuerà a lavorare.
D. Ha ripreso a lavorare in Calabria?
R. Poco, e solo piccoli lavori. Se siamo ancora in piedi lo devo alle commesse all’estero: da sette anni siamo a Dubai, e ora siamo in trattativa in Oman. Abbiamo lavorato anche in Francia, all’aeroporto Charles de Gaulle e in alcune strutture della ferrovia Tgv.
D. Ha mai pensato di emigrare?
R. No, dopo tutte queste battaglie mi sentirei un codardo ad andare via. E c’è chi mi dice che la mia semplice presenza infonde speranza. Anche se è poco, è già qualcosa.
D. Dopo 12 anni da testimone che idea si è fatto della giustizia italiana?
R. C’è troppo garantismo. Nei reati più gravi dovrebbe valere solo per chi non ha precedenti. Sulla recidiva invece bisogna essere duri, con una pena certa ed esemplare. Senza sconti come patteggiamento o rito abbreviato. E poi anche chi paga il pizzo deve essere punito. Mi spiace dirlo, perché ho conosciuto quell’angoscia, ma bisogna dare un segnale forte.
D. Così si vincerebbe la ‘ndrangheta?
R. Assolutamente no. La ‘ndrangheta si vince innanzitutto con una rivoluzione della mentalità. E non bisogna chiedere il cambiamento ai giovani, che diventeranno adulti pronti a chiedere di cambiare ai nuovi giovani. Il primo passo dobbiamo farlo noi. Adesso.
D. Che intende per cambio di mentalità?
R. Cominciando dall’estirpare la mafiosità che c’è nei nostri comportamenti: dal contattare il medico amico per assicurarsi una visita per primi, fino al farsi raccomandare a scuola e sul posto di lavoro. E rinunciando all’assistenzialismo: basta rubare allo Stato con falsi permessi malattia.
D. E poi?
R. Insegnare con i propri comportamenti quotidiani che l’onestà non è stoltezza e l’intelligenza non equivale alla furbizia. Disse Corrado Alvaro: «La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che essere onesti sia inutile».
D. È fiducioso?
R. Certo, altrimenti non sarei rimasto qua. Quando mi incendiavano i mezzi da lavoro, perfino un carabiniere arrivò a dirmi di farmi i fatti miei, perché non avevo altra scelta. E invece un’altra scelta c’è sempre. Magari ci porta su una strada lunga e impervia, ma c’è.
D. Insomma, se pensa a quel giorno del 2002, non ha rimpianti.
R. No, perché oggi sono libero. Non lo feci per coraggio, ma perché pensai a cosa mi faceva più paura: l’idea di rischiare di morire, o quella di lasciare a mio figlio una vita da prigioniero, condannandolo ad alimentare il sistema che uccide ogni giorno la nostra terra. Mi faceva più paura la seconda idea.

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